“Bisogna tenere distinta la questione del referendum dalla vicenda del governo”. A dirlo è il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che abbiamo intervistato durante la festa nazionale dell’Unità, per parlare soprattutto di politica estera, degli equilibri nel Mediterraneo, del ruolo dell’Italia in Libia, di difesa unica europea e di come spendere le risorse messe a disposizione dall’Europa.

 

Ministro Guerini, partiamo dalle prossime regionali. Che valenza avranno sulla politica nazionale?

Come in ogni competizione elettorale è chiaro che ci saranno riflessi politici, ma in questo caso non le caricherei troppo di significato. Credo che vada assegnato a queste elezioni il rango che hanno, ovvero quelle di elezioni regionali. Una cosa è certa riguardo il risultato, chi vuole battere la destra non può che votare i candidati espressi dal Partito democratico o dalla coalizione che il Pd ha costruito insieme a forze civiche ed elementi territoriali. Siamo noi l’alternativa più credibile alla destra.

 

Quanto inciderà il risultato del referendum sulle dinamiche politiche e sulla riforma costituzionale?

Occorre cogliere questo passaggio come l’occasione per riprendere il tema del cambiamento dell’assetto istituzionale, un assetto da ammodernare, ma che non può essere fatto solo con il taglio del numero dei parlamentari. Per questo non darei a questo passaggio una valenza catartica. Deve essere il primo passo per riaprire il cantiere delle riforme. Se invece deve essere un richiamo all’antipolitica allora non è servizio al Paese.

 

Parliamo di esteri. La Libia ha un ruolo fondamentale per gli equilibri del Mediterraneo. Cosa sta accadendo?

In Libia c’è una dinamica molto complessa, una situazione di crisi che ha radici lontane e che rappresenta un fattore di instabilità ormai da alcuni anni. Lì si è giocato un conflitto interno che ha avuto riflessi evidenti sugli equilibri del Mediterraneo.

 

Qual è il ruolo che sta giocando l’Italia?

Siamo il Paese che in questi mesi ha richiamato maggiormente la comunità internazionale per rimettere in campo gli strumenti della politica all’interno di un quadro di conflitto militare. E in questa fase di difficoltà stiamo cercando di dare un nuovo impulso alla cooperazione bilaterale in campo militare, mantenendo allo stesso tempo la nostra presenza sul territorio: abbiamo l’ambasciata, le missioni militari sono ancora presenti, continuiamo a formare le forze armate libiche, abbiamo una presenza di presidi sanitari. In questo periodo ci siamo anche resi disponibili per un’attività di “rimozione delle mine” per far ritornare la popolazione civile a Tripoli nei luoghi dove le truppe di Haftar hanno messo i loro ordigni. Tutto questo servirà per farci riacquistare un ruolo strategico e attivo dentro la vicenda libica, un ruolo riconosciuto a livello internazionale in grado di portare equilibrio. Si tratta dunque di riaffermare l’importanza strategica della Libia per il nostro Paese.

 

E in questo processo come si sta comportando l’Unione europea?

Nella fase iniziale del conflitto c’è stata un’assenza dell’Europa e forse anche uno scarso interesse da parte degli Stati Uniti. Ultimamente invece l’Unione europea ha dato segnali di attenzione, ad esempio con la conferenza di Berlino, in cui si è cercato di trovare una soluzione diplomatica alla vicenda. È stato individuato un percorso e si è puntato tutto sulla soluzione politico-diplomatica. Anche perché se l’Unione Europea vuole presentarsi come player globale non può certo ignorare quello che avviene a poche centinaia di chilometri di distanza dai propri confini.

 

Quanto è fondamentale una difesa unica europea e qual è il ruolo dell’Italia in questo processo?

Non si può pensare a una difesa europea senza l’Italia. Abbiamo capacità militari e un ruolo importante. In termini di soldati impiegati siamo il secondo contributore. Insieme alle mie tre colleghe, francese, tedesca e spagnola, abbiamo assunto un’iniziativa per rilanciare il tema della difesa comune.Ma attenzione, autonomia della difesa sì, ma dentro una chiave di forte cooperazione con la Nato. Perché i pilastri della nostra sicurezza sono l’Unione europea e la Nato. Per cui in ottica di una difesa comune dobbiamo rafforzare comunque la sinergia con la Nato.

 

Durante questa pandemia, l’Europa ha giocato una partita fondamentale e ha rischiato di sgretolarsi, ma alla fine ha dato una grande risposta. Come pensa debbano essere spese le risorse che sono state messe a disposizione?

Vero, l’Europa ha risposto con una grande responsabilità politica e l’Italia, insieme alla Francia e alla Germania, ha avuto un ruolo fondamentale in questo passaggio. Le risorse andranno spese su progetti che rilanciano gli investimenti e la capacita del nostro Paese di essere competitivo, per tornare a correre dal punto di vista della produzione. Vanno fatte scelte coraggiose, trasformando questa crisi in una opportunità, sotto tutti i punti di vista. Ad esempio penso che la discussione di questi giorni sulla “Rete unica” sia una scelta molto importante per il Paese sotto il profilo infrastrutturale. Dobbiamo far ripartire la fiducia nel Paese e soprattutto la volontà di scommettere, con lo sguardo rivolti in avanti. Ma soprattutto con uno sguardo concreto, non ideologico. In questo caso mi riferisco al Mes, su cui ci si può anche confrontare, ma in maniera responsabile e senza visioni ideologiche.

 

Intervista di Stefano Minnucci – Immagina