Alla Festa nazionale dell’Unità si è svolto un dibattito con un titolo importante: “Prima le persone, un nuovo modello di sviluppo“, con con Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, Antonio Misiani, viceministro dell’Economia Matteo Orfini, deputato dem e Carlotta Sami, portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, coordinati da Marco Durazzo.

 

Si parte dalle ‘persone’ che sono al centro delle politiche economiche, sociali e culturali per il Partito Democratico, a cominciare dal rispetto della ‘dignità della persona’, fino alla necessità della rimozione delle diseguaglianze.

 

Misiani prende la parola ed indica l’articolo 3 della Costituzione come un faro da tenere sempre acceso: l’uguaglianza dei cittadini non solo formale ma anche sostanziale. “Gli interventi che abbiamo cercato di mettere in campo dopo l’arrivo della pandemia sono stati una sorta di ‘rete di protezione sociale’, ispirati alla ‘giustizia sociale’, come ad esempio l’estensione della cassa integrazione, anche ai liberi professionisti.  Abbiamo preso decisioni drammatiche e coraggiose, per primi, tra i Paesi europei, e ciò ha aiutato l’Italia a reggere alla crisi. Ora non possiamo accontentarci di tornare come eravamo a febbraio, una forza come il PD deve avere l’ambizione di costruire un Paese diverso. ‘Prima le persone è un manifesto politico’, un modello di sviluppo: quando decideremo cosa fare con i 209 miliardi dovremo avere al centro questo pensiero. E allora bisognerà ridisegnare il walfere, favorire la transizione ecologica, investire in formazione e scuola, anche come fattore di eguaglianza.

Significherà insomma prendere sul serio il titolo del Recovery fund che si chiama “Next generation EU” e fare finalmente una scommessa sui giovani. Le decisioni che assumeremo nelle prossime settimane saranno cruciali per determinare la direzione che prenderà il nostro Paese per i prossimi 10 anni”, ha concluso.

 

Carlotta Sami, ci ha parlato delle ‘condizioni degli ultimi’, dei rifugiati dei migranti, in questi mesi di pandemia. “Sono emerse le disparità e le disuguaglianze ma posso dire che finalmente si è ricominciato a parlare di diritti. C’è stata una propaganda fortissima negli ultimi anni, che ha inculcato il concetto che dobbiamo difenderci da coloro che sono oltre i nostri confini nazionali, percepiti come minaccia. I giovani ad esempio riescono a percepire i problemi globali e si trovano in situazione di grande empatia e comunanza in Europa, pensiamo al loro impegno per l’ambiente ad esempio e di questo dobbiamo tener conto e dare loro spazio, bene quindi l’inclusione dei giovani nel Recovery fund. Un aspetto che voglio sottolineare – ha aggiunto- è che durante questa pandemia abbiamo fatto rete, lavorando anche con soggetti diversi. Spero che ci sarà un senso di comunanza e di comune appartenenza e che possa essere ravvivato e ritrovato“.

 

Di fronte alla pandemia sono esplose tutte le diseguaglianze che il modello economico precedente aveva determinato“, ha esordito Landini nel suo intervento. “C’è da dire però che oggi l’Europa ha bloccato il patto di stabilità e forse si è aperto un processo che potrà portare ad un cambiamento, anche se non è scontato; non è tutto risolto ma il dibattito è in campo”. Per Landini, ora, compito dei sindacati sarà cambiare radicalmente il modello di sviluppo precedente e vigilare su quale tipo di riforme mettere in campo quando si spenderanno i fondi europei.

In questa fase per ricostruire un rapporto con il mondo sociale è necessario combattere il male che ci attanaglia: la precarietà nel lavoro e nella vita. Non avere gli stessi diritti non è solo un problema sindacale ma anche politico. “Altro tema fondamentale: che tipo di politica industriale mettere in campo per accompagnare il cambiamento, penso al digitale ad esempio o all’ambiente, ha sottolineato. Bisogna cambiare i processi produttivi e quindi dei lavoratori“. Terzo elemento individuato da Landini per costruire un nuovo modello economico: incentivare i processi partecipativi nel mondo del lavoro. I lavoratori devo avere gli stessi diritti contrattuali, perchè nessuno possa giocare con le loro vite mettendoli in competizione tra loro“.

 

Orfini ha esordito sottolineando quanto sia difficile in questa fase di incertezza avere e dare delle risposte alla crisi. “Questa crisi non è stata una livella sociale: è stato diverso vivere il lockdown chiusi in una villa piuttosto che in una casa popolare. La crisi è stata un moltiplicatore di diseguaglianze ma questo ci ha portato a fotografare un Paese ingiusto e fragile. Quindi dobbiamo cercare delle risposte nuove – ha notato -. Questi mesi hanno dimostrato che abbiamo bisogno di uno Stato con un ruolo attivo nelle questioni economiche. Abbiamo sì messo in campo una rete di protezione sociale, ma questi mesi ci dicono che esiste chi resta fuori anche da queste reti: ancora nel 2020 ci sono persone talmente povere ed escluse nelle periferie romane ad esempio che vivono nelle baraccopoli. Quindi è necessario per cambiare l’Italia correggere i nodi strutturali che anche noi abbiamo contribuito a costruire. Orfini ha poi parlato del problema della precarietà del lavoro, iniziato proprio con la sua generazione, parlando dell’inganno della flessibilità che è diventata precarietà. “Sono stati prodotti lavoratori di qualità, dicendoci che l’importante era studiare e specializzarsi, senza incentivare il tessuto delle imprese a competere proprio sulla qualità. E’ stato creato un esercito di precari”, ha concluso.