Per il 75° delle feste o meglio dei Festival de l’Unità (questa era la denominazione originaria dell’evento politico più popolare dal dopoguerra ad oggi), non potevamo che pensare ad una mostra che valorizzasse il ruolo e l’importanza delle donne, delle protagoniste di questi anni in tutti i settori, troppo spesso dimenticate, cancellate, omesse. “La differenza per le donne sono millenni di assenza dalla storia” scriveva Carla Lonzi, la cui citazione è finita grazie a Maria Grazia Chiuri nella Dior Cruise 2021. Un’assenza colmabile proprio con questi dialoghi tra passato, presente e futuro. Tra le madri costituenti e le ragazze di oggi, come Greta Thunberg e Malala Yousafzai che combattono contro i più potenti e macisti uomini della terra.

 

50 donne ma anche 50 storie, 50 sfide, 50 rotture, ognuna nel proprio settore, per infrangere quel tetto di cristallo che ci dicono essere impossibile da scalfire.

 

Ieri come oggi nelle feste de l’Unità le donne sono protagoniste e non solo in cucina, anche se la cucina è un terreno formidabile di incontro e potenza dello stare insieme. Ma nel settantacinquesimo, in questo 2020 anno terribile per la pandemia, questa festa parla di quello che le donne hanno rappresentato nel momento più duro e soprattutto di quello che possono rappresentare per il mondo che verrà, per ciò che insieme dobbiamo costruire.
 
Quello che non può non vedere protagoniste le donne, le ragazze, chi per troppo tempo è stato cancellato. Questo è anche l’anno dell’anniversario della Conferenza di Pechino, tra le conferenze mondiali sulle donne quella che sancì l’adozione di una piattaforma per l’intervento dei governi su 12 aree di crisi per le disuguaglianze di genere: 25 anni e tanti passi in avanti ma ancora troppi da fare.

 

Nei mesi appena trascorsi, abbiamo sentito l’assenza delle donne dalle taskforce governative per definire le politiche per la ripresa dopo il lockdown, la loro tardiva inclusione solo dopo le proteste, come pure la parzialità delle proposte emerse in una prima fase. Tutto questo ci suggerisce di usare tutti i mezzi, compresa questa mostra e le immagini in modo particolare, per dare forza a ciò che invece hanno rappresentato.

 

La tenuta stessa del Paese nella prima metà del 2020 è stata dovuta al lavoro femminile, compreso il lavoro di cura, rimasto invisibile o disconosciuto per il perdurare di una visione stereotipata e tradizionalista delle donne, di uno strisciante o addirittura esplicito sessismo, che sono stati segnalati anche dal GREVIO, il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, come una delle cause dell’ancora incompleta attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia. Ma appunto non solo, non solo il lavoro di cura, ma le professioni scientifiche e quelle culturali, le giovani donne che a mani nude e con la forza incredibile delle loro idee si sono opposte a poteri forti, fortissimi.
 

Bella Ciao è 50 donne in rappresentanza di molte di più, che abbiamo scelto per dimostrare ciò che ogni giorno accade a ciascuna di noi.

 

Abbiamo scelto di sacrificare qualche dato biografico in più, per farle parlare, troverete infatti per ciascuna di loro una citazione, una frase, una dichiarazione.
 

Ci dicono di non splendere, e tu splendi, invece.

 
Così come hanno fatto a loro modo queste 50 donne, così come hanno fatto le partigiane, le madri costituenti, le donne che vivevano, animavano, costruivano le feste de l’Unità. A loro, a noi, a te che le guardi va l’invito a non lasciarti convincere di non essere abbastanza. Anche a queste donne lo avranno detto. E invece…

A cura di Mapi Maria Pia Pizzolante
Con la collaborazione di Cecilia D’Elia, e per foto e didascalie di Sara Guabello, Roberto Soriani e Marta Ecca