Carissime Segretarie, Carissimi Segretari, grazie di essere qui.

Non è per ritualità che ci incontriamo alla Festa nazionale dell’Unità a Ravenna.

E’ in una festa cosi grande e così bella e in tante altre occasioni di festa che si sono svolte e si stanno svolgendo nel nostro Paese – per le quali non smetteremo mai di ringraziare le migliaia di volontari che le stanno animando – che un’ iniziativa insieme ai dirigenti dei Circoli vuole rappresentare un aspetto qualificante di come vogliamo che sia il Partito Democratico. Una comunità che fa festa per autofinanziarsi in modo trasparente, che si ritrova, si riunisce, si apre alla società, discute, riflette, dibatte e orienta.

 

Come sapete ci lasciamo alle spalle un’estate politica anomala nella storia del Paese. In queste lunghe giornate nelle quali, per responsabilità ma anche con la consapevolezza dei dubbi, abbiamo costruito un percorso per verificare se ci fossero le condizioni per dare vita ad un governo di cambiamento per la Legislatura. Indicando chiaramente il voto quale sbocco finale, se l’esito fosse stato negativo. Le premesse imprescindibili di questo tentativo che abbiamo posto, sono state sintetizzate, in modo puntuale e lucido alla Direzione Nazionale da Nicola Zingaretti in due parole: discontinuità e svolta.

 

Quelle parole non si rivolgevano solo ai nostri possibili interlocutori politici ed erano finalizzate a qualificare, così come poi è stato, la nascita di un nuovo esecutivo forte, rinnovato e competente. Ma è chiaro, e lo dico con assoluta fermezza, che quelle parole riguardavano anche noi.

 

Non voglio girarci intorno. Per la sfida che abbiamo deciso di lanciare al Paese e a noi stessi, c’è bisogno del Partito Democratico, ma c’è bisogno di un partito diverso rispetto a quello che fino ad oggi abbiamo vissuto e conosciuto.

 

Al nuovo governo, al presidente Conte, ai ministri designati e agli altri componenti l’Esecutivo che nei prossimi giorni saranno chiamati a giurare da viceministri e sottosegretari auguriamo buon lavoro. Vorrei che mandassimo da qui un grande abbraccio alle  Ministre Bellanova e De Micheli oggetto di attacchi ignobili e infamanti in quanto donne, per i loro vestiti e i loro Curricula.

 

Ai nostri amici e compagni di partito rivolgiamo un saluto affettuoso. Non vi lasceremo soli, c’è una comunità che sarà al vostro fianco con le competenze e con la passione di sempre, ma con un suo punto di vista autonomo verso l’azione di governo.

 

Perché del lavoro del nuovo governo ne ha bisogno il Paese, per rilanciare uno sviluppo sostenibile e di qualità, il lavoro, i diritti, per ridare fiato ad un’economia ferma, per ridurre il prelievo fiscale sui redditi più bassi, e per uscire dall’isolamento internazionale nel quale era stato confinato.

 

Sapere che Roberto Gualtieri e Paolo Gentiloni siano stati designati dal Governo quale Ministro dell’Economia e Commissario Ue ci fa ben sperare, ed è una garanzia per il superamento di una stagione di conflitto con la UE.

Un convinto europeista e democratico come Gentiloni, saprà ridare dignità ed autorevolezza al nostro Paese e consentirà di riformare l’Unione per dargli più forza quale motore di crescita sostenibile, di nuove opportunità per i giovani, di solidarietà, per rivedere i parametri di Mastricht ed avere maggiore flessibilità per un’Europa della crescita, come auspicato dal Presidente Mattarella.

 

Il Pd nel suo complesso, e non sono gli eletti e gli incaricati, dovrà fare la sua parte. Quel Pd che rappresenta il baluardo insostituibile di democrazia e libertà nella stagione, speriamo alle nostre spalle, dell’odio e della paura. Al Pd al quale guardano milioni di persone che con il loro voto e le file ai gazebo il 4 marzo, chiedono di tornare ad essere comunità e di progettare e realizzare un futuro diverso, senza angoscia, con certezze e serenità, per i nostri giovani.

 

Il Pd oggi si è incamminato sulla buona strada per corrispondere a quelle aspettative, ma non è ancora quello che servirebbe. Ha perso negli ultimi anni consenti e credibilità, e con le elezioni politiche del 2018 in particolare, ha perso il rapporto di fiducia con milioni di persone.

 

Le elezioni europee, ci dicono che l’inversione di tendenza può essere realizzata, ma la strada è ancora lunga e in salita. Continueremmo a sbagliare se pensassimo che sono stati gli elettori a votare male perché non ci hanno capiti, come ricorre ancora in qualche ragionamento.

Oppure che non abbiamo saputo comunicare bene ciò che era stato fatto dai nostri governi. La verità è che siamo invece stati percepiti troppo distanti dai bisogni e dalle disuguaglianze che si erano allargate nel Paese.

 

Allora con umiltà e consapevolezza degli errori commessi serve una ripartenza che parli al cuore e alla testa di tutte quelle persone che ci hanno abbandonato, che hanno scelto la strada del disimpegno o che hanno orientato altrove le loro scelte elettorali. Ed anche a coloro che hanno continuato a lavorare dentro quelle organizzazioni, quelle associazioni, nei sindacati, nei comitati civici per affermare diritti negati, per chiedere una democrazia compiuta, per stare vicino agli ultimi e ai penultimi, per affermare una svolta ecologista, per smuovere le coscienze sui temi della solidarietà, e che in questi 14 mesi hanno animato movimenti di reazione e resistenza civile in tutto il Paese, contro misure sbagliate, illiberali e antidemocratiche del governo a trazione Lega.

 

Aprire oggi un dibattito solo sulla necessità di un nuovo partito che superi il PD rischia di portarci fuori strada. Ha ragione Romano Prodi: dopo aver salvato “la baracca” con le europee ora è il tempo della rifondazione, perché l’Italia ha bisogno del Partito Democratico, ma ha bisogno di una grande forza del cambiamento, aperta, popolare, inclusiva.

 

Ha bisogno di un PD rifondato con l’ambizione di proporsi in modo plurale, che allarghi i propri confini, che cambi forma e metodi, che promuova spazi, culture e sensibilità diverse, per parlare all’intera società, soprattutto per rappresentare quella parte ancora oggi esclusa.

 

C’è dunque bisogno di dare vita, corpo e sostanza ad una forza politica in grado di guardare avanti senza attardarci su schemi legati al passato. Non si tratta di azzerare l’esperienza del Pd nato al Lingotto, ma di riconquistare credibilità e fiducia persa, a partire proprio da quel momento e da quella storia importante lunga 11 anni, per riallacciare il rapporto con i cittadini laddove questo rapporto si è interrotto da tempo, come fatto di recente in alcune situazioni di conflitto (penso a Casal Bruciato e Ostia), Per riprendere il dialogo con le organizzazioni di base, i sindacati, le associazioni culturali, ripartendo dai territori e da una nuova idea di partito digitale. Così come non possiamo rifare l’errore di schiacciare la nostra azione politica solo sul Governo, perché sappiamo bene che non basterà mai una buona legge e qualche finanziamento, a ricostruire credibilità e consenso attorno a noi.

 

Ho girato molto in questi primi mesi di impegno in segreteria come responsabile dell’Organizzazione e ho avuto molti colloqui telefonici. Avrei voluto fare di più ma poi occorre scontrarsi con la realtà e i fatti e gli impegni che sopraggiungono. Però una cosa la voglio dire, anche con brutalità. Il Pd che ho visto, tranne poche eccezioni regionali, per come non è più strutturato ed organizzato, non è all’altezza per poter affrontare le sfide nuove che sono dinanzi a noi.

 

Non è un problema individuale di singoli dirigenti. Anzi posso dire che abbiamo risorse importanti nei territori e nei gruppi dirigenti diffusi. Semmai è un problema collettivo. Il nostro partito è chiuso dentro le sue sedi, dove ci sono ancora, vive solo dell’azione dei suoi eletti là dove governiamo o siamo all’opposizione. Non ci può essere sovrapposizione ma contiguità, nel rispetto dei ruoli. La forza dei nostri sindaci e dei nostri consiglieri è premessa fondamentale ma non esaustiva di un partito rinnovato.

 

Un partito deve far sentire la sua voce anche a prescindere dalla sua rappresentanza nelle istituzioni. Non può aspettare una decisione amministrativa, pure importante. Un partito è là dove si vive il disagio, le conflittualità, dove le persone si aggregano e affrontano i temi della vita reale. Ecco perché serve riaprire circoli, spazi, sedi di incontro. Così come serve ristrutturare, come abbiamo cominciato a fare, la nostra presenza sui social e nella rete.

 

Perché è anche li che si forma gran parte del consenso. Ecco perché serve lasciare porte e finestre aperte per contaminare esperienze e relazioni. Ecco perché fu un errore pensare ad un partito che annulla i rapporti con i corpi intermedi e che pensa di risolvere i rapporti con i cittadini solo attraverso una forte leadership e l’azione del Governo. Senza timidezza occorre rappresentare, in ogni dove, il partito democratico ma occorre farlo anche con umiltà nel saper ascoltare e nel saper prendere anche qualche rimbrotto. Occorre cancellare l’idea che questo partito sia la somma di filiere correntizie perché questo è stato il primo dei nostri problemi.

 

Non si tratta di annullare diversità e sensibilità. Si tratta piuttosto di metterle al servizio di un ragionamento collettivo da portare a sintesi, dentro uno spirito unitario che Zingaretti ha fatto diventare un caposaldo della sua azione nelle ultime settimane. Le ambizioni personali non possono e non debbono diventare interessi personali. Gli incarichi non debbono essere affidati con logiche che possono apparire spartitorie, ma avendo a riferimento equilibrio e merito.

 

Serve stare in forme nuove anche nei conflitti innescati dalle destre nelle periferie delle città o nei piccoli centri, rimettendo al centro le persone i loro bisogni, i loro diritti e doveri. Un partito che sappia vivere il disagio e le tante energie positive che ci sono nelle città e nei piccoli centri, nell’ascolto e nel confronto, con pazienza e umiltà, che apra ora un cantiere nuovo per creare le condizioni di una nuova aggregazione politica in grado di dialogare con le forze sparse del centro sinistra e con il Movimento 5S.

 

In questo contesto si collocano l’impegno nel governo e la nostra proposta del Piano per l’Italia che abbiamo portato al tavolo per la costruzione del nuovo programma.

Al tempo stesso l’idea di un nuovo partito, che mentre si confronta sulle idee e le proposte per riaccendere la speranza e cambiare l’Italia, sappia indicare una strada nuova di partecipazione e coinvolgimento, attraverso l’ascolto, i banchetti nelle piazze e i social nella rete. Un partito digitale e di territorio.

 

All’Assemblea nazionale del 13 luglio è stata formalizzata la Commissione per la riforma del partito presieduta da Maurizio Martina, con la quale si è già avviato questo percorso di ascolto e proposta, a partire dal lavoro di elaborazione svolto dalle precedenti commissioni statuto guidate da Orfini e Dal Moro. Tra gli altri abbiamo già udito Gianni Cuperlo che ci ha descritto il progetto di Fondazione culturale e politica che gli è stato affidato dal Segretario, che affronti in modo unitario, per tutto il Pd, il tema della formazione di una nuova classe dirigente per il partito e per il Paese. Questa sarà una delle sfide cruciali per un partito del terzo millennio che immaginiamo.

 

Dovremo aggiornare il programma di lavoro alla luce di ciò che è successo, ma proseguiremo a raccogliere idee coinvolgendo gli iscritti e voi, i nostri circoli e i loro segretari, gli elettori delle primarie, il percorso avviato dalla Conferenza delle donne, dai Giovani Democratici, e rivolgendosi a tutti coloro che fuori dal Pd vorranno darci una mano a realizzare questa rivoluzione ideale e organizzativa.

 

Serve questo lavoro per affrontare seriamente, oltre all’emergenza sociale ed economica anche quella democratica,  e delle forme di partecipazione e rappresentanza politica. Per diventare il perno di un campo largo, riformista, di sinistra, democratico, alternativo alle forze sovraniste della reazione,  che avvii un dialogo nuovo con il movimento 5S e i suoi elettori a partire dai territori.

 

Nel fare questo occorre ripensare il Pd e il suo modello organizzativo come a qualcosa di strettamente legato alla sua identità e alla sua politica. C’è un grande patrimonio di militanti e di elettori che deve tornare al centro dell’azione politica del partito democratico, oggi appesantito e logorato, come dicevo prima, da esasperate logiche correntizie per l’esercizio della sovranità e del potere.

 

In molte parti del Paese siamo un “partito arcipelago” e poco coeso, anche nelle realtà territoriali dove ci sarebbe bisogno di un PD in campo,  unito e combattivo. Un partito totalmente nuovo e diverso, dove contano le persone in rete tra di loro, nei luoghi della vita così come sul web. Su questo fronte, rispetto agli altri partiti, abbiamo accumulato in passato troppo ritardo. Ma non replicheremo mai le loro esperienze, faremo della trasparenza assoluta e della partecipazione libera i nostri punti fermi, anche nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

 

Con il partito digitale che assieme a Francesco Boccia abbiamo ipotizzato, puntiamo a 4 obiettivi: partecipazione, fiducia nelle relazioni sociali, attivismo digitale e trasparenza. Non ci interessano piattaforme commerciali e legate a mere logiche di “commentocrazia”. Il nostro luogo virtuale sarà aperto, di competizione civica, di democrazia, di fiducia e trasparenza. Abbiamo cominciato creando una comunità pd con coloro i quali nelle federazioni provinciali e regionali si occupano della comunicazione social e non solo per arrivare a coinvolgere su questo direttamente i vostri circoli.

 

L’idea è di mettere in rete in modo permanente la comunità dei militanti, degli iscritti al Pd e dei suoi elettori. Grazie al lavoro di Francesco Boccia e dei giovani ingegneri informatici di Digithon, abbiamo ipotizzato una piattaforma cui tutti saranno e saremo collegati attraverso una APP.  Sarà, però, una casa di vetro, open source, trasparente a differenza di altre piattaforme. Si potrà vedere da fuori tutto quello che accade dentro. Sarà un luogo di consultazione, di partecipazione, di mobilitazione, utilissimo anche per i segretari di circolo. Si potranno porre domande ai dirigenti, segnalare problemi sul territorio, esprimere opinioni, presentare progetti. Sarà utilizzata anche per fare consultazioni e chiedere un orientamento ai nostri simpatizzanti.

 

Insomma il partito in tasca, quale ulteriore strumento di battaglia politica che si unisce e completa, non sostituisce, quello “corpo a corpo” che segna il rapporto de visu con le persone.

 

Creare un linguaggio nuovo, non a traino della retorica non significa non ritornare tra la gente e tantomeno non rafforzare le relazioni interpersonali e sociali su cui si basa la creazione del consenso e della fiducia.

 

I linguaggi dovranno essere nuovi e diversificati cosi come diversificate potranno essere le forme di partecipazione basate su scelte individuali e tematiche. Questo perchè gli interessi possono essere diversificati e specifici. Questo consentirà di costruire identità, valori e priorità. Dobbiamo tendere ad affermare la solidità di una comunità dinamica, plurale, partecipante per dare vita al partito del terzo millennio.

 

Ci saranno modalità di accesso diverse. Per gli iscritti saranno maggiori le funzionalità e gli strumenti di interlocuzione a disposizione.

 

Al gruppo dirigente tutto questo consentirà in presa diretta di fare un tuffo quotidiano nel Paese e andare oltre il limite dei sondaggi.

Tutti i partecipanti alla piattaforma potranno parlarsi tra loro ma alcune votazioni saranno riservate solo agli iscritti. Andrà sperimentato, testato, verificato certo, ma potrà cambiare la natura stessa della forma partito scardinando le vecchie logiche di adesione “organizzata”.

 

Dobbiamo avere consapevolezza che la rivoluzione tecnologica sta cambiando il mondo a cominciare da quello economico.

 

Con le autostrade telematiche il mondo è in movimento in ogni istante della nostra vita e conosce tutto di tutti.

La rete risolve alcuni problemi, ma ne pone a sua volta degli altri: equità fiscale, diritti, riservatezza, tracciabilità, regole di funzionamento del commercio, criptovalute che superano i confini degli Stati. Non ci salverà l’algoritmo, ma ci salveranno gli uomini che sapranno utilizzare l’algoritmo in nome e per conto del benessere della collettività. Tocca al PD, anche attraverso l’azione di governo, spingere la politica italiana ed europea nel trovare il coraggio di regolare le distorsioni. La politica europea ha la grande responsabilità di non aver capito in tempo l’impatto dell’economia digitale sul fisco e sulla trasformazione del lavoro.

 

Oggi non c’è più distinzione tra economia reale e economia digitale. Tutta l’economia è digitale. È dovere della politica regolare, intercettare e accompagnare i cambiamenti. Chi detiene dati e informazioni possiede oggi la materia prima, un capitale con valore inestimabile su cui poggiano le nuove catene del valore. Ma chi detiene i dati di ognuno di noi deve sapere che non può farci quello che vuole senza le regole e il nostro volere.

 

Troveremo tutti insieme le innovazioni statutarie, utili a dare nuova forma e linguaggi al nuovo percorso del Pd. Si tratta di rafforzare la democrazia interna, renderla più vera a partire da un pluralismo delle idee e non delle filiere personali.

Il tema non è quello di inventarsi nuovi soggetti che siano una affiliazione di gruppi dirigenti che si dividono il consenso che già c’è e che non basta più per essere alternativa alla destra. La questione cruciale è il radicamento di una forza organizzata come il PD e non quello di dividere il campo dell’unica forza democratica che combatte a viso aperto nel Paese contro un’idea regressiva della società.

 

L’obiettivo è unire e far lavorare tutti per costruire la nuova Italia. Valorizzare le migliori energie verso obiettivi e programmi comuni. Ci vuole lealtà, rispetto e fiducia nella scommessa del valore del noi. Per il bene del Paese e per dare un futuro al progetto del PD, nel quale il 4 marzo scorso 1 milione e 600 mila elettori ci hanno detto di credere ancora mentre il 26 maggio con 6 milioni di voti gli elettori lo hanno rimesso al centro della partita politica del Paese.

 

Una partita tutt’altro che vinta, ma che ora va giocata all’attacco fino in fondo perché è il tempo della battaglia per il futuro dell’Italia. Il rischio è immenso e noi dobbiamo difendere gli italiani da questa deriva che ci può portare solo allo sfascio e alla regressione. Lo faremo dal Governo del Paese, con lealtà. Lo faremo con l’azione di un Partito democratico che dovrà rimettersi in discussione, per essere innovativa e per certi versi rivoluzionaria.

 

Ecco perché del Pd c’è davvero bisogno. Ecco perchè c’è bisogno di un partito collocato pienamente nel terzo millennio. Perché c’è un’Italia più bella a cui dare una speranza per ritornare a credere nel futuro.

Buon lavoro a tutti noi.