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Non c’era bisogno di imbattersi nell’anticipazione di fumosi e irrealistici contratti di governo per capire che la convergenza tra Lega e 5 Stelle avrebbe rappresentato un passo indietro per l’Italia. Bastava leggere i loro programmi elettorali. C’è l’illusione di sottrarsi ai diktat di Bruxelles inseguendo quelli di Mosca. C’è l’illusione di risolvere tutto con più debiti e misure assistenzialistiche. C’è una chiusura pregiudiziale verso la possibilità di governare il progresso coniugando sviluppo e ambiente, scienza e salute. Tutte idee sbagliate e pericolose. Per il Paese. Per i più deboli. Per le future generazioni. Le idee del Pd sono alternative. È per questo che, mentre Di Maio e Salvini tengono in stallo le istituzioni repubblicane per spartirsi poltrone, noi presentiamo due proposte di legge: il potenziamento del Reddito d’inclusione (la prima misura universale di contrasto alla povertà introdotta dai nostri governi, che proponiamo di completare raggiungendo 4 milioni di persone in condizioni di fragilità sociale) e l’introduzione di un assegno unico per le famiglie con figli (per sostenere fiscalmente le classi medie, contrastare la denatalità e favorire l’occupazione femminile).
Ed è per questo che vogliamo basare la nostra azione su due cardini: Europa e lavoro.

Sull’Europa, i contraenti del “contratto” hanno idee sbagliate. Sul lavoro, semplicemente, non ne hanno. Anche grazie al Jobs act, il mercato del lavoro si è rimesso in moto e la mobilità è affiancata da tutele che raggiungono più lavoratori rispetto a prima. Ma dobbiamo rafforzare la qualità del lavoro, la sua sicurezza, il salario che porta con sé. È chiaro che competenze e investimenti sono le leve principali da attivare. Ci giochiamo tutto sulla crescita della produttività e sulla qualità del sistema educativo (temi sui quali il programma 5 Stelle-Lega enuncia solo vaghi richiami, se non scelte miopi come nel caso dello stop al piano Ilva o all’alternanza scuola-lavoro). Ma c’è anche un tema di salari bassi, soprattutto in alcuni settori e per alcuni lavori. Più di due milioni di dipendenti ricevono salari sotto i minimi contrattuali stabiliti dalla contrattazione collettiva, senza contare le finte partite Iva.
Un record in Europa, dove 22 paesi su 28 hanno un salario minimo stabilito per legge. La fascia dei “working poor”, poveri nonostante abbiano un lavoro, si è allargata durante la crisi. È per questo che rilanciamo la nostra proposta di introdurre un salario minimo, che si affianchi a un equo compenso per i lavoratori autonomi a partire dai loro rapporti con la Pubblica amministrazione. Un salario minimo fissato da una commissione di cui facciano parte anche sindacati e organizzazioni datoriali.
Un salario minimo che valga per chi non è coperto dalla contrattazione nazionale, compresi i nuovi fattorini dell’economia digitale (a cui vogliamo estendere le tutele del lavoro subordinato come abbiamo fatto con le finte collaborazioni). Un salario minimo accompagnato da una legge sulla rappresentanza che faccia propri i criteri condivisi dalle parti sociali, anche in linea con il “Patto per la fabbrica”.
Vogliamo contrastare la concorrenza sleale sui salari che può arrivare dai contratti pirata, dai lavoratori distaccati, dalle cooperative spurie, dai lavoretti sottopagati. Non per scardinare il contratto nazionale, ma per tutelare i giovani che la sera consegnano pizze a 5 euro l’ora. Il nostro obiettivo è semplice e ragionevole: un lavoratore a tempo pieno non può prendere meno di mille euro al mese. Un lavoro onesto richiede una paga onesta. Per legge.