Ivan Scalfarotto
Ivan Scalfarotto (foto Imagoeconomica)

In uno Stato democratico chiunque deve poter accedere a qualsiasi carica pubblica. Cittadini di qualsiasi condizione, istruzione, estrazione sociale, ceto, professione. E infatti in Parlamento ci sono stati fior di deputati e senatori privi di titoli di studio o provenienti da mestieri non necessariamente intellettuali.
 

Il Parlamento deve rappresentare tutti gli italiani

 
Ma il Parlamento deve rappresentare tutti gli italiani, non certo solo i laureati e i professionisti e più è diversificato nella composizione, meglio adempie al suo compito. Vale per gli studi ma vale anche per qualsiasi altra condizione personale: la società è composita. Camera e Senato devono essere compositi quanto la società che aspirano a rappresentare.
 
Che in Parlamento ci sia Di Maio senza una laurea e senza un’esperienza lavorativa, che il tesoriere del gruppo M5S abbia la terza media, che la nuova vicepresidente grillina del Senato orgogliosamente venga dalla periferia romana del Quarticciolo non dovrebbe diventare certamente un caso: sono tutti segni della vitalità e dell’apertura della nostra democrazia.
 
Non si capisce dunque perché dell’inesperienza dei Cinque stelle si parli e si discuta tanto in rete e sulla stampa. Io credo che in effetti un problema ci sia e sia anche più serio e politicamente fondato di quanto possa sembrare a prima vista.
 

Chi arriva in Parlamento ha l’onere di rappresentare circa 60 mila cittadini

 
Chiunque arrivi in Parlamento si assume una responsabilità. Da “cittadino” che era, si trova sulle spalle l’onere di rappresentare circa 60 mila cittadini come lui (siamo in 1.000 più o meno, per 60 milioni di italiani). Che tu sia analfabeta o un professore ordinario di cardiochirurgia ti trovi comunque a esercitare una responsabilità per la quale sei in entrambi i casi, con ogni probabilità, assolutamente impreparato.
 
Avvocati e costituzionalisti a parte, ti dovrai barcamenare tra leggi, regolamenti e procedure che ti sono talmente ignote che ti troverai a dover prendere appunti proprio come il giovane deputato ingiustamente e stupidamente sbertucciato in questi giorni sulla rete.
 
Il fatto è che quel deputato, al contrario della stragrande maggioranza dei colleghi del suo gruppo che ho visto all’opera nei cinque anni della scorsa legislatura, fa esattamente quello che ci sarebbe da fare. Studiare. Provare ad essere degni dell’enorme responsabilità che, entrando in Parlamento, ti cade sulle spalle.
 

Ricordati che devi servire il Paese con disciplina e onore

 
“Onorevole” non è un titolo che si può rifiutare. “Onorevole” è un monito prescritto dall’articolo 54 della Costituzione: “Ricordati che devi servire il Paese con disciplina e -appunto- onore”.
 
Quello che non va, insomma, non è che entrino in Parlamento o assurgano a importanti cariche dei semplici cittadini senza particolari esperienza alle spalle, al contrario. Non va invece, ed è molto pericolosa, la retorica pelosa sui “cittadini” che il Movimento cinque stelle porta avanti da sempre.
 

Provare a essere in ogni modo all’altezza del nuovo compito

 
Quella per cui sono solo loro a rappresentarli, quella per cui una volta entrati in Parlamento, si è solo dei “portavoce”, quella per cui si manifesta “repulsione” per i titoli, per i simboli, per gli onori che derivano dal diventare parlamentari, ministri, alte o altissime autorità dello Stato. La rivendicazione che con l’ingresso nelle istituzioni nulla cambi nella vita degli eletti, che non ci sia nessuna necessità di provare a essere in ogni modo all’altezza del nuovo compito.
 

Il problema è la prosopopea dell’ignoranza, il suo valore di manifesto politico

 
Il problema non è dunque che la senatrice Lezzi sia perito aziendale e corrispondente in lingue estere. Il problema è che la senatrice Lezzi dica, senza porsi il minimo dubbio, che la produzione industriale aumenta perché fa caldo.
 
Il problema non è certo che Luigi Di Maio non sia laureato o non abbia un particolare curriculum, il problema è che pensi di poter fare il Presidente del Consiglio di un Paese del G7 e di parlare di Augusto Pinochet senza preventivamente verificare dove abbia operato e vissuto il Generale.
 
Il problema non è certamente che Paola Taverna venga dalla periferia romana, il problema è che il linguaggio che usa -dentro e fuori dal Senato- non è consono all’istituzione nella quale da anni rappresenta il popolo e le cui sedute d’ora innanzi dovrà inopinatamente presiedere. Il problema insomma non è certamente l’inesperienza, né l’ignoranza, alla quale facilmente si rimedia: il problema è la prosopopea dell’ignoranza, il suo valore di manifesto politico.
 

Una scientifica delegittimazione delle istituzioni repubblicane

 
Si tratta di una precisa dottrina, della declinazione di una strategia che è quella della scientifica delegittimazione delle istituzioni repubblicane, del loro svilimento. Del piano, nient’affatto casuale, di ridurle a un bivacco (cit.).
 
Un posto del quale non si sente non dirò la sacralità che il tempio della democrazia meriterebbe, ma per il quale non si nutre particolare rispetto: lo abbiamo visto bene con le intemperanze che il M5s ha mostrato nella scorsa legislatura, dall’occupazione delle commissioni agli assalti al banco del governo.
 
E non lo rispetta perché un Parlamento debole è funzionale alla creazione di un sistema politico nel quale la democrazia rappresentativa è debole e la sovranità popolare si trasferisce da qualche altra parte.
 

Chi entra nel palazzo non deve essere percepito come qualcuno che ha potere

 
Smontare il prestigio delle istituzioni non è dunque solo un vezzo o un modo per acquisire consenso. Significa dire che le istituzioni non servono. Chi sta nel Palazzo non deve avere titoli, indennità, scorta, deve assomigliare simbolicamente il più possibile a chi sta fuori.
 
Chi entra nel palazzo non deve essere percepito come qualcuno che ha potere (che cioè può far accadere le cose) ma deve tendere ad assomigliare sempre più all’uomo qualunque (un altro dèjà vu).
 
Non solo per far scattare un’identificazione tra elettori ed eletti e acquisire in questo modo consenso, ma per dimostrare che dentro al palazzo non c’è nulla da decidere. E se lì non risiede il potere di fare le cose , di quelle istituzioni si può fare benissimo a meno.
 

La democrazia ha i suoi rituali e le sue forme

 
La democrazia ha i suoi rituali e le sue forme, la sua pompa e le sue insegne, perché questo serve a darle solennità e rilevanza. Il presidente della Repubblica è di stanza nel Palazzo del Quirinale e si accompagna a dei marcantoni alti due metri con un buffo elmo guarnito di crine di cavallo per un motivo molto semplice: perché vogliamo che tutti sappiano a vista che quella persona – pro tempore – è la prima di tutti noi.
 
Il presidente della Repubblica, la sua persona, acquista una sua sacralità. Non è più quella di un “cittadino”: con la carica è divenuto qualcuno che può, anzi che deve, preoccuparsi di tutti, rappresentarci tutti, dire parole il cui peso sarà necessariamente maggiore di quello di un ognuno di noi.
 

Se i parlamentari non servono a nulla, a cosa servirà allora il Parlamento?

 
Il Movimento cinque stelle prova a smontare tutto questo. Io non penso che lo faccia per generosità o per avvicinarsi al popolo, penso che sia un tentativo pericoloso – e da sventare in ogni modo – di fare in modo che il potere si sposti da un`altra parte. Formalmente vicinissimo ai cittadini, e sostanzialmente lontanissimo da loro. Se i parlamentari non servono a nulla, a cosa servirà allora il Parlamento?
 
E c`è un partito che rappresenta tutti i cittadini, a cosa serviranno gli altri partiti? E se il partito che rappresenta tutti i cittadini arriva al governo, a cosa servirà mai un`opposizione? Questa è la ragione per cui, quando mi chiedono di parlare con il M5s di programmi, rispondo che non è una questione di programmi.
 

La differenza sta nell’idea della democrazia

 
La differenza sta in qualcosa che sta a monte delle singole cose da fare o delle singole leggi da approvare. La differenza sta nell’idea della democrazia, del confronto tra opinioni diverse, del rispetto e della legittimazione dell`avversario, del valore e del senso delle istituzioni repubblicane, tutte cose che sono totalmente incompatibili con la visione del M5s e che non può che portarci, nel Palazzo e nel paese, a stare naturalmente, stabilmente e inesorabilmente dall`altra parte rispetto a Grillo, a Casaleggio e a Di Maio.
 
Pubblicato martedì 3 aprile 2018 su Il Foglio