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Come tutti, e prima di tutti, si sta muovendo su fronti che sono oramai patrimonio comune delle politiche economiche di tutto il mondo: iniezioni di liquidità nel sistema di impresa, sospensione degli obblighi, indennizzi e cassa integrazione.

Come tutti affronta questioni strategiche come il debito pubblico, la difesa di asset strategici, la riconversione di industrie verso le produzioni necessarie ad affrontare la pandemia.

E anche se ancora immersi nell’emergenza sanitaria ed economica, si avvicina, però, il momento di cominciare a pensare al ‘dopo’. Alla definizione di quel “Piano Marshall” che attende questa generazione dopo una guerra tanto invisibile quanto disastrosa per le nostre economie: secondo i calcoli di Confindustria sarebbe di 100 miliardi al mese il danno per l’economia italiana; potrebbe essere addirittura del 20% la caduta del PIL tedesco, secondo il centro studi IFO.

Un ‘dopo’ che, lo si dice tutti, deve essere, e sarà profondamente diverso dall’oggi. Perché il COVID ha fatto capire, nella sua drammatica luce, molte cose a cui non si deve ritornare, che devono essere superate, come ‘guasti’ del mondo.

Ci si accorge, innanzitutto, della vulnerabilità del sistema del commercio internazionale e delle filiere globali (e non solo per il ‘cigno nero’) con il risvegliarsi del protezionismo nazionalista. Capiamo, oggi, che alcune urgenze che trovavano spazio solo nelle comunicazioni ufficiali e nelle analisi degli esperti, sono, invece, nella ‘carne viva’ della cittadinanza: pensiamo a quelle che sembravano ‘litanie tecnocratiche’ come la centralità della rete per la crescita e la coesione di un territorio o il continuo riferimento all’importanza di rafforzare i servizi a distanza per cittadini, imprese, istituzioni.

Punti che portano con sé piste di lavoro ben precise. Eccone alcune. Dobbiamo avere dei minimi nazionali (o europei) di sussistenza su alcune produzioni come quelle mediche e sanitarie? Come ‘riportiamo a casa’ le nostre produzioni o incentiviamo ancora di più il risparmio privato ad investire sull’economia reale del Paese? 

E, ancora, come acceleriamo le opere considerate strategiche per il Paese, estendendo, magari, soluzioni rapide come quella, che è oramai lessico comune, del ‘ponte Morandi’? Come diamo seguito a questa stagione unica di relazioni sindacali se non con una rivisitazione della indicazione costituzionale della ‘partecipazione dei lavoratori’?

Una visione lunga e di insieme che è oggi, come mai prima, fatta propria dalla cittadinanza e che ha, quindi, il suo intimo e largo consenso. E che, proprio per questo, impone una dirigenza politica capace di individuare gli ambiti di intervento, indicare le linee di azione, preparare le istituzioni al momento in cui dovranno essere in prima linea. Non più per parare l’emergenza questa volta, ma per promuovere un rilancio del Paese ancora più duraturo e strutturato di quello che fu il “miracolo” economico della ricostruzione dopo il 1945.

Mentre il governo affronta con tutto l’impegno l’emergenza, deve esserci un lavoro parallelo: sul domani. Per questo occorre creare una Task force dedicataUn Consiglio di esperti a composizione ristretta, interdisciplinare, autorevole che, in diretto collegamento con il presidente del Consiglio e il ministro per lo sviluppo economico, cominci a pensare il nostro futuro industriale.

E, cioè, a delineare i termini di una ripresa che, inevitabilmente, dovrà comportare l’intero riassetto dei rapporti pubblico-privato, data la necessità di un’azione pubblica imponente: mai come oggi chiave per una difficilissima ripartenza.

Una riflessione che dovrà essere condotta in stretta connessione con l’Europa. Sarebbe un tragico paradosso se – dopo anni in cui ci ripetiamo che in un mondo globalizzato, l’Europa è indispensabile perché ognuno di noi è troppo piccolo ‘Staterello’ – il risultato di quello che è diventato l’evento globale per antonomasia, portasse alla crisi dell’Unione e al rinascere di particolarismi e piccoli sguardi.