«Le intercettazioni sono uno strumento investigativo, non servono a spiare nella vita della persone». Gennaro Migliore, deputato dem e sottosegretario alla Giustizia del precedente esecutivo, risponde così ad Alfonso Bonafede, Guardasigilli del governo giallo-verde, secondo cui il Pd avrebbe provato mettere un bavaglio all’informazione con la riforma delle intercettazioni.
 

Sulla giustizia la priorità del nuovo governo sembra una: cancellare ogni traccia del passaggio precedente ministro da via Arenula, dalla riforma delle intercettazioni a quella del carcere. Come esponente del Pd ed ex sottosegretario si sente offeso o lusingato da queste “attenzioni”?

 
«Credo che il ministro Bonafede voglia più che altro cancellare ogni elemento che richiami allo Stato di diritto. Il Guardasigilli ha detto addirittura che la nostra riforma delle intercettazioni sarebbe stata una sorta di bavaglio per coprire Consip. È una falsità non solo perché non coincidono i tempi dell’inchiesta e quelli della riforma, ma anche perché Bonafede dimentica che quella riforma nasce da un’esigenza opposta: limitare una sovrabbondanza di intercettazioni totalmente irrilevanti che servivano solo a costruire un circo mediatico-giudiziario perverso, in cui i processi si facevano sui giornali. La legge delega non ha mai limitato l’utilizzo dello strumento d’indagine».
 

Per Bonafede il Pd voleva «impedire ai cittadini di ascoltare le parole scomode che i politici pronunciano al telefono»…

 
«Ma le intercettazioni sono uno strumento investigativo, non uno spioncino per scoprire se ci sono problemi familiari tra il ministro Guidi e il suo compagno. Questo voyeurismo giustizialista per me è disgustoso».
 

Crede che davvero verranno rase al suolo le riforme del Pd o siamo ancora nella fase finale della campagna elettorale?

 
«Credo che loro non distinguano tra attività di governo e campagna elettorale. Tanto è vero che da 55 giorni abbiamo appena fatto due decreti. Annunciano. Come annuncia Salvini. E come annuncia Toninelli che, a quanto pare, ha mentito al Parlamento perché non ha mai firmato alcuna ordinanza di chiusura dei porti. Solo annunci. Siamo di fronte a una situazione in cui la propaganda è l’azione di governo».
 

Tra le riforme annunciate, anche il pacchetto anticorruzione. L’agente provocatore, più volte annunciato dai M5S prima del 4 marzo, potrebbe essere una soluzione?

 
«Penso che la vera svolta nel contrasto alla corruzione ci sia stata nella legislatura precedente, col rafforzamento delle misure di contrasto sul piano penale e strutturale, con la creazione dell’Anac. L’unica cosa concreta che ho sentito dalla nuova maggioranza è l’intenzione di cambiare il codice degli appalti, allentando gli strumenti di controllo, e mettere in discussione l’autorevolezza dell’Anac, uno degli strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Il problema dei M5S è sempre quello: l’eterogenesi dei fini. Di Maio dice di voler diminuire la precarietà ma crea disoccupati, Bonafede sostiene di voler contrastare la corruzione ma aumenta il livello di incertezza nel paese. Per non parlare della figura dell’agente provocatore, contrario a qualsiasi norma e buon senso. Lo stato deve prevedere i reati, non provocarli».
 

Il ministro Bonafede ha parlato anche della prescrizione. L’obiettivo sarebbe di bloccare i termini dopo la sentenza di primo grado…

 
«La prescrizione è uno strumento di garanzia affinché lo Stato eserciti l’azione penale in tempi ragionevoli. La proposta di Bonafede contrasta il principio del giusto processo, si trasforma in una gogna inaccettabile.
 

Lei è stato sottosegretario alla Giustizia del precedente governo. C’è un rimpianto che l’accompagna, un obiettivo mancato a cui teneva particolarmente?

 
«Il rimpianto più grande è legato alla riforma più importante, purtroppo finita sotto la scure di M5S e Lega: quella del sistema penitenziario. Sarebbe stata una riforma epocale, attesa da oltre 40 anni, l’hanno distrutta sull’altare del giustizialismo senza “se” e senza “ma”. Ricordo che l’articolo 27 della costituzione parla di pene e non di una pena unica intramuraria. Non essere riusciti a impedire principi di barbarie, diminuendo le garanzie, mi riempie di rabbia oltre che di rammarico».