LUIGI MANCONI - Ph. Sergio Oliverio / Imagoeconomica

“Sin dai giorni immediatamente successivi alla morte di Stefano Cucchi, alcuni dettagli e alcune alcune circostanze concrete facevano pensare che il bandolo della matassa risiedesse nell’attività dei carabinieri”. Luigi Manconi, già senatore del Partito democratico e oggi direttore dell’Ufficio antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio, ha seguito la vicenda del giovane geometra morto il 22 ottobre del 2009 dai suoi primi sviluppi, accanto alla sorella Ilaria e alla famiglia. Oggi, dopo le novità del processo bis, ricostruisce questi nove anni di silenzi.

Perchè dice che da subito lei e Ilaria avevate sospetti su quanto avvenuto nelle due caserme dei carabinieri?

 Il primo processo si è incentrato sulla polizia penitenziaria. Fu un particolare a colpirmi molto. A distanza di una settimana dai fatti, mi misi in contatto con Ilaria e resi pubblico un comunicato in cui sollevavo alcuni dubbi sulle ricostruzioni ufficiali e sottolineavo la circostanza della permanenza di Stefano nella custodia dei carabinieri. La sera stessa, dopo il comunicato, ricevetti una telefonata da un giornalista che seguiva la cronaca di Roma. Inizialmente provò a chiedermi informazioni, poi cambiò completamente registro e cominciò a contestare gli elementi che a me sembravano dubbi della versione ufficiale. Ecco, avvertii chiaramente che quel cronista parlava per conto dei carabinieri, dai quali aveva ricevuto elementi da opporre a quella che era una mia prudentissima ipotesi. Memorizzai questo episodio come il segnale preoccupante di una attenzione spasmodica verso tutto ciò che riguardava la morte di Cucchi e che poteva suggerire un’interpretazione diversa dei fatti.

Poi le indagini presero una direzione diversa.

 Sì, concentrandosi sulla polizia penitenziaria. Eppure anche all’epoca io continuavo a ipotizzare che il ruolo dei carabinieri potesse essere stato diverso rispetto a quello della prima ricostruzione. Conferma di ciò mi venne da un’indagine interna alla polizia penitenziaria svolta da un magistrato, Sebastiano Ardita, allora dirigente del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. I risultati di quell’indagine, che certo aveva una funzione difensiva, mi apparvero tuttavia particolarmente persuasivi e si indirizzavano verso l’operato dei carabinieri. A differenza della lettura, come dire, astratta che venne data nel primo processo, sulla base di una sorta di teorema affidato a concatenazioni logiche più che fattuali, Peraltro decisamente fragili.

Il caso, ormai, era diventato di dominio pubblico, e si alternarono varie ricostruzioni dei fatti. Che impressione ricavò di quel dibattimento?

 Anche in quella circostanza si dovette assistere all’applicazione di un meccanismo, già sperimentato in precedenza, e che ho chiamato di “doppia morte”. Un dispositivo utilizzato nei processi Aldrovandi, Uva, Budroni, Ferrulli e in chissà quanti altri. Dopo il decesso della vittima, si procede alla sua stigmatizzazione. Si condanna lo stile di vita, i precedenti e le trasgressioni del morto per giungere alla conclusione che, in qualche modo, “se l’è cercata”. Questo meccanismo ha un effetto dirompente, perché rende ancora più debole la vittima, contribuisce a scoraggiare una ricerca accurata dei responsabili e rinnova il dolore dei familiari. Però, all’origine del caso Cucchi vi fu ancor prima della morte una desolante sciatteria del nostro sistema giudiziario.

A cosa si riferisce?

 All’udienza di convalida del suo arresto, a Cucchi venne attribuita una nazionalità straniera e la condizione di “senza fissa dimora”, nonostante fosse regolarmente residente in città. E questo segnala come il momento preliminare del procedimento giudiziario sia avvenuto con modalità di tale trasandatezza da rendere immediatamente meno tutelata e meno difendibile la posizione dell’arrestato. A Stefano vennero tolti i più elementari strumenti di difesa: la sua figura sociale non era più quella di un giovane geometra romano trovato in possesso di sostanze stupefacenti, bensì quella di un emarginato cronico, senza fissa dimora e di nazionalità incerta. Basta questo a dare la misura della fragilità di persone che entrano in contatto col sistema penale e subito si trovano in posizione di acuta disparità.

 

Poi il caso arrivò anche sui banchi del Parlamento.

E anche in quella sede, oltre che su certa stampa, venne messo in atto il dispositivo della “doppia morte”. Un parlamentare definì Stefano con questi termini: epilettico, tossico, anoressico e sieropositivo. Ora, quando di una vittima si fa questa descrizione, è evidente che si intende solo sfregiare la sua persona e la sua immagine.

 

Oggi, nove anni dopo la morte, la confessione di un carabiniere. Chi difende gli imputati mette in discussione la veridità di una dichiarazione così lontana temporalmente dai fatti. Lei crede al racconto di Tedesco?

Sarebbe certo interessante capire perché ci siano voluti nove anni per ottenere quella confessione, ma questo è secondario. Il punto è che, finalmente, qualcuno ha detto che il pestaggio è avvenuto e chi sono gli autori. E va ricordato che anche le sentenze di assoluzione dei poliziotti penitenziari già avevano accertato che le violenze c’erano state. Ignoti erano solo gli autori.

 

E quei nove anni non contano?

È ovvio che per un lungo periodo ha retto una rete di omertà, basata sulla complicità tra i responsabili diretti, colleghi e superiori che hanno coperto quelle violenze. E il fatto che le indagini fossero state indirizzate contro un altro corpo di polizia avrà rinsaldato presumibilmente quel sistema di protezione. Poi, per ragioni che attengono alla coscienza individuale, alla capacità di indagine della Procura e a non so che altro, alcune connivenze sono crollate e qualcuno ha parlato. Certo, chi vuole difendere a tutti i costi e contro ogni evidenza i responsabili di una simile efferata violenza lo può fare, poi se la vedrà con la propria coscienza, se ne ha una.

 

Sotto processo, ora, ci sono i presunti responsabili. Vista la mediaticità del caso, sul banco degli imputati ci sono loro o le divise che portavano quella notte?

In decenni che mi occupo di questi temi, non mi è capitato mai di assistere a processi indiscriminatamente indirizzati contro i carabinieri. Nel caso Cucchi non ho visto mai attacchi generici e indistinti nei confronti dell’Arma. Solo ed esclusivamente una circostanziata attribuzione di responsabilità a singoli militari.

 

In molti, però, hanno sentito il dovere di ribadire che responsabili e corpo dei carabinieri sono due cose distinte.

Ma chi ha mai detto il contrario? Nessuno ha mai affermato o scritto che l’intera Arma è una banda di assassini. Respingere preventivamente un’accusa mai formulata è un logoro espediente retorico per confondere le acque. In questi giorni mi è capitato di sentire più di un esponente politico liquidare in un secondo le responsabilità di chi ha usato violenza contro Cucchi e poi dedicarsi a ditirambi e panegirici a favore dell’Arma dei carabinieri. Legittimo, ma fuori tema.

 

Invece?

L’eroismo di tantissimi carabinieri è indubbio, così come è incontestabile che la grande maggioranza degli appartenenti all’Arma si comporti correttamente. Ma è altrettanto certo che gli episodi di illegalità non sono così rari. Dunque, imposterei così il discorso: la massima parte si comporta bene; i responsabili delle violenze vanno puniti; bisogna evitare che questi episodi, non così isolati, vengano tollerati, protetti corporativamente e, di conseguenza, se non incentivati comunque non impediti. Chi dice che “si tratta solo di poche mele marce” ignora una legge elementare della botanica: anche poche mele marce, se rimangono nel cestino, fanno marcire tutte le altre.

 

Quanto ha pesato mediaticamente e processualmente il ruolo di Ilaria Cucchi?

E quanto ha contato, nel caso Aldrovandi, la madre? In quello Ferrulli, la figlia? In quello Uva, la sorella? Queste figure femminili esprimono, per un verso, la profonda intimità di un vincolo di sangue indissolubile con la vittima; dall’altro, tutta la forza di chi a partire da quel legame chiede verità e giustizia. Non sono delle moderne Antigoni: lei opponeva la ragione del cuore alle ragioni dello Stato, loro hanno opposto alla cattiva e violenta ragion di Stato la fiducia nelle leggi e nei diritti delle vittime.

 

Il suo dolore è stato il veicolo che ha permesso di non far dimenticare il caso?

Le racconto un fatto. In questa vicenda, di fondamentale importanza per sollecitare l’attenzione sono state le foto scattate in obitorio. All’epoca Ilaria mi chiese consiglio se renderle pubbliche o meno, in una conferenza stampa che avevamo organizzato per il giorno successivo al Senato. Io le dissi che non mi esprimevo, perché si trattava di una scelta che riguardava esclusivamente la famiglia. Dopo molte ore, i familiari decisero di renderle pubbliche e io fui d’accordo, ritenendolo tanto doloroso quanto necessario. Non a caso, quelle foto ebbero un molo decisivo, perché così inequivocabili nella crudeltà che documentavano. La scelta, però, fu drammatica, perché con la diffusione i familiari rinunciavano a una parte della dimensione privata del loro dolore, sacrificandola perché diventasse di interesse collettivo.

Ora che siamo a una svolta della vicenda processuale, il caso Cucchi nella sua dimensione pubblica potrebbe evitare che altre tragedie simili avvengano in futuro?

Io ho un’idea meno ottimistica. Credo che questa vicenda sia ancora ignorata da una parte significativa della società italiana e che a favore di Stefano sia ancora solo una minoranza, pur robusta e che cresce. Non c’è dubbio che sia stato incentivato un meccanismo di dissuasione e deterrenza, ma ancora in modo non risolutivo. Una nota positiva in senso generale, però, si può ricavare.

 

Quale?

Abbiamo avuto conferma che il nostro sistema è in grado di giudicare se stesso e di introdurre elementi di controllo e di auto-correzione. Si è trattato di un test essenziale per il nostro sistema democratico e ha dimostrato che esistono strumenti che consentono di vigilare sul comportamento di quelle istituzioni che hanno il potere grande e terribile del monopolio legittimo della forza. Non mi faccio troppe illusioni per il futuro, però.