Gennaro Migliore, riforma carceri

Il governo gialloverde sta smantellando quanto di buono era stato fatto dal nostro governo in materia di intercettazioni e, soprattutto, per l‘ordinamento penitenziario.
 
Viene buttato al macero un lavoro prezioso durato molti anni, che ha coinvolto centinaia di persone tra le più esperte in Italia, con l’unico obiettivo di perseguire il disegno giustizialista. Ma è dal modo con cui il ministro della Giustizia, Bonafede, ha affrontato una tragedia come quella di Alice Sebesta che si possono evidenziare i limiti sia d’approccio che di comprensione dei fenomeni.
 
La vicenda è molto nota e ringrazio il giornale che ospita questo mio intervento per aver dato subito grande evidenza a quanto accaduto. Il dramma di una donna che uccide i propri figli che già scontavano, senza averne alcuna colpa, insieme a lei il regime detentivo è cosa troppo grande e troppo tragica perché dovesse essere affrontata a favore delle telecamere e per convincere l’opinione pubblica che ci fosse una reazione da parte delle istituzioni.
 
Ci sono almeno tre ordini di problemi che vanno affrontati con serietà. In primo luogo quei bambini non dovrebbero stare lì. In tutta Italia ci sono ancora circa 60 bambini in strutture detentive. Di questi circa 30 sono nei quattro Icam, istituti a custodia attenuata per madri, a Venezia, Milano, Torino e Lauro. Queste strutture pur essendo amministrate dal Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria hanno caratteristiche più adatte alla permanenza di donne detenute con figli piccoli. Dei restanti 30 circa la metà sono a Rebibbia, mentre gli altri sono dispersi sul territorio nelle varie carceri italiane. Questi bambini, in particolare, dovrebbero vedere una capillare rete di accoglienza in case protette e sicure affinché non sia inflitta ai bimbi una pena che sicuramente altererà l’intera loro esistenza, poiché essa avviene proprio negli anni anni della formazione della personalità.
 
Il secondo tema riguarda l’azione normativa regolamentare che è stata portata avanti dall’amministrazione precedente e che ha visto il rinnovarsi dell’impegno di non avere più bambini nel carcere. In particolare furono sottoscritte due protocolli con l’associazione “Bambini senza sbarre” cui è seguita di una costante diminuzione dei bambini reclusi. Questo lavoro ha trovato una definizione proprio nella riforma dell’ordinamento penitenziario che viene mandata al macero. In questo modo sollevando anche da responsabilità molto gravi le amministrazioni regionali, che avrebbero dovuto essere parte attiva della realizzazione di strutture alternative, per consentire il raggiungimento dell’obiettivo di zero bambini in carcere.
 
La terza questione riguarda la decisione che ha visto come vittime la direttrice, la vice direttrice e la vice comandante della polizia penitenziaria dell’istituto. Sono state sospese a favore di telecamera pur non avendo ancora accertato nessun responsabilità a loro carico.
 
Anzi, il ministro si è recato personalmente presso il carcere mentre era in corso l’attività inquirente della magistratura, attuando una sospensione dall’incarico di chi, a detta degli operatori, di tutti sindacati e anche delle detenute, ha sempre operato con massimo scrupolo e professionalità nel realizzare gli obiettivi che la Costituzione impone. Peraltro, non c’erano stati segnali registrati di un disagio specifico relativo alla madre detenuta che ha ucciso i suoi bambini, come ricordato anche dalle altre madri detenute oltre ai funzionari dell’istituto. Si tratta, a ben vedere, di una evidente manifestazione del principio di superiorità rispetto alle leggi. Una ricerca dell’esibizione del colpevole a fronte di una incapacità di risolvere i problemi.
 
È indispensabile che si ritorni sulla riforma dell’ordinamento penitenziario che troppo frettolosamente le ansie giustizialiste hanno teso a cancellare.