martelletto del giudice

La lunghezza media dei processi non è eccessiva, ma ci sono casi patologici: «Conta l’organizzazione degli uffici e le correnti della magistratura qualche volta non hanno scelto i capi migliori». Andrea Orlando, 51 anni, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia, non si nasconde sul tema del giustizialismo, «cavallo di battaglia» del Movimento Cinque stelle, «ma vizio trasversale alla politica, compreso il Pd», e lancia una proposta sulla legge elettorale: se si arrivasse a un proporzionale sul modello tedesco, «perché non inserire anche sfiducia costruttiva e cancellierato?».

Ma il vero problema è la lunghezza dei processi o la certezza della pena?

Negli ultimi 20 anni c’è stato un aumento dei detenuti, si confonde la natura della pena con la certezza. Sono previsti dei benefici, ma ridurli significherebbe entrare ancora più in conflitto con l’articolo 27 della Costituzione – pena tesa alla rieducazione – e il sistema sarebbe ingestibile. Abbiamo tra i 15 e i 20 mila detenuti in più di quelli che possiamo ospitare dignitosamente. Per realizzare un carcere servono sei o sette anni e bisogna chiedersi se è necessario o se non si possa intervenire con pene alternative come nel resto d’Europa. Una pena scontata con lavori di utilità non è incerta.

I processi però sono lunghi.

Con tre gradi di giudizio, ai quali non rinuncerei, la media non è lunghissima tenendo conto della complessità di molti di essi come quelli per mafia, anche se potrebbe migliorare parecchio (sette anni compresa la Cassazione), ma ci sono numerosi casi patologici. Molto dipende dall’organizzazione: il «correntismo» della magistratura non sempre ha scelto i capi più bravi dal punto di vista organizzativo. Servirebbero sanzioni nel caso di inerzia della pubblica accusa: bisogna responsabilizzare e imporre una perentorietà dei termini. Inoltre, incide il perimetro della materia penale.

Bisogna «disboscare» le norme?

C’è stata un’ipertrofia: si è trasformato in illecito penale figure che potevano essere sanzionate amministrativamente. Con l’obbligatorietà dell’azione penale tutto si ingolfa eppure si scatenò una guerra quando, da ministro, eliminai alcuni illeciti penali che prevedevano una sanzione pecuniaria trasformandoli in illeciti amministrativi.

Il vicepresidente del Csm, David Ermini, al Messaggero ha detto no alle riforme spot auspicando un percorso condiviso. È realistico?

Corrisponde al suo ruolo istituzionale, ma irrealistico: il diritto penale è una delle poche potestà di competenza esclusiva degli Stati nazionali e la politica di fatto mantiene il potere esclusivo solo in quell’ambito perché i grandi temi, dall’economia alle comunicazioni, sono diventati sovranazionali o addirittura sfuggono ai poteri pubblici. Si crea quindi un’attenzione morbosa verso il penale, in particolare da parte del populismo. La politica debole finge così di essere forte.

Qual è la visione di giustizia del Partito democratico?

L’attuazione della Costituzione: un sistema che garantisce l’assenza di impunità grazie all’autonomia della magistratura e che offre garanzie robuste, ma oneroso sia in termini finanziari che per i tempi del processo che implicano una manutenzione costante. Se vogliamo una giustizia rapida, anche come risposta all’emotività della società digitale, serve un processo telematico, con investimenti sulla formazione del personale e una magistratura più consapevole della delicatezza del suo ruolo.

Viste le tensioni con il Movimento Cinque stelle, c’è un problema giustizialismo, un mettere in secondo piano la presunzione di innocenza?

I Cinque stelle ne hanno fatto un cavallo di battaglia, ma è un vizio trasversale. La tentazione di usare una vicenda giudiziaria per fare lo sgambetto all’avversario non è mai stata evitata del tutto da nessuno.

Quindi il garantismo è solo teorico?

Assolutamente. Potrei elencare casi nei quali anche il Pd ha usato toni
Il leader di Italia viva Matteo Renzi, contrario alla riforma della prescrizione.
giustizialisti, perfino Forza Italia ha avuto momenti nei quali è «slittata la frizione», come nella vicenda Bibbiano. Invece dovremmo avere rispetto delle vicende processuali anche perché il processo mediatico è un’ulteriore tentazione per la politica. Mi onoro di non aver mai esultato per una sentenza e tantomeno per un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio. Quando la giustizia funziona parla da sola.

L’8 febbraio, giorno del suo compleanno, lei si è regalato un post su Facebook nel quale l’innominato era Matteo Renzi che non pose la prescrizione come pregiudiziale alla nascita del Conte II, mentre ora s’impunta. Puntiglio o una visione diversa?

Non ci sono differenze di principio, ma c’è ricerca di visibilità, altrimenti non passerebbe sotto silenzio la discussione sul decreto intercettazioni: se il tema fossero veramente le garanzie, è incredibile che si discuta solo della prescrizione e non delle intercettazioni che hanno rovinato delle esistenze a persone estranee ai processi. La Procura di Trieste due o tre anni fa ha scoperto che una società aveva duplicato le conversazioni poi conservate su un server privato. Non interessa alle falangi garantiste?

Ci sono polemiche sul software trojan regolato dal decreto intercettazioni. È stato un errore aver accettato quella norma?

Il trojan è una tecnologia finora usata senza alcuna disciplina, quindi il decreto, comunque lo regoli, ne restringe l’utilizzo.

Le procure sono attrezzate digitalmente?

Hanno fatto passi avanti, poi hanno rallentato perché il ministro aveva fatto capire che non se ne sarebbe fatto nulla ed è stato un errore. Se si fa una digitalizzazione seria, diventa tracciabile anche il percorso di fuga delle notizie e non so se è conveniente per tutti perché è un mercato che ha creato molte rendite.

Si rischia un cortocircuito tra politica e giustizia come negli anni Novanta tra polemiche, processi a Matteo Salvini e altro?

Avevamo una politica molto delegittimata e una magistratura molto legittimata. Oggi, purtroppo, la politica non si è particolarmente rilegittimata, ma in compenso la magistratura ha perso molto prestigio. L’idea che si possa delegarle un ruolo politico credo sia tramontata.

Allargando il discorso, anziché di «agenda 2023» non sarebbe più realistico parlare di «1° agosto 2021», quando comincerà il semestre bianco?

Dobbiamo avere un’ambizione alta: l’argomento che non si può utilizzare è che si possa fare una coalizione solo per battere la destra. Il tema della «missione» diventa fondamentale. Anche se si dovesse arrivare solo ad agosto 2021, lo sguardo va tenuto al 2023: se non c’è un respiro lungo non si riesce neanche ad affrontare il medio periodo.

L’idea di Giancarlo Giorgetti su un tavolo costituente merita sostegno, anche se il suo leader Salvini non sembra d’accordo?

L’ostacolo principale mi pare proprio Salvini. Sulla legge elettorale vogliamo discutere e sarebbero maturi i tempi per «sistemare» il quadro istituzionale. Per esempio: se si andasse verso una legge di tipo tedesco con uno sbarramento al 5 per cento, perché non cogliere le cose positive che ci sono in Germania come la sfiducia costruttiva o l’introduzione del cancellierato? Il sistema non sarebbe stravolto, ma acquisterebbe la stabilità che in parte perderebbe rinunciando al maggioritario. Potrebbe essere un tema condiviso