celle di un carcere
Image licensed by Ingram Image

L’impresa è quasi disperata, ma la riforma dell’ordinamento penitenziario si può ancora approvare. Ci crede Walter Verini, capogruppo del Partito Democratico in commissione Giustizia alla Camera: «Sarebbe il timbro finale su un lavoro di anni, non di un atto nuovo».
 

Lei spera ancora che il decreto legislativo si approvi, nonostante la fine della legislatura?

 
«La mia non è solo una speranza, ma credo che chiudere questa pagina sia un dovere. Io confido che il governo, seppure legittimato solo all’esercizio degli affari correnti, approvi la riforma: del resto, non si tratta certo di un provvedimento inedito, ma la conclusione di un iter che ha visto le forze politiche impegnate per 18 mesi. Insomma, è la chiusura di un percorso e non certo l’avvio di uno nuovo».
 

C’è chi non la considera una priorità per il Paese.

 
«Invece è un provvedimento fondamentale, perché va nella direzione di dare effettiva applicazione dell’articolo 27 della Costituzione, che stabilisce che la pena non è una vendetta ma serve a rieducare. Si tratta di una risposta vera ai bisogni di sicurezza dei cittadini, gli stessi che il Pd ha probabilmente sottovalutato e che da cui è stato travolto».
 

Eppure i detrattori sostengono l’esatto opposto e che sia un provvedimento “svuotacarceri”.

 
«Le persone che escono dal carcere con un lavoro che hanno appreso mentre scontavano la pena, con una formazione acquisita e una socialità esercitata non tornano a delinquere. La pena è e deve essere certa, ma deve anche riabilitare. In altre parole, trattare i detenuti come persone, anche se hanno sbagliato, è il miglior investimento per la sicurezza del Paese. Le carceri devono essere un luogo umano, dove chi entra possa vivere con la speranza di avere una nuova chance di vita sociale».
 

Viene da chiedersi allora come mai il governo sia arrivato davvero al filo di lana della legislatura senza aver ancora approvato la riforma. perché?

 
«Io penso che sia prevalso un minimo di prudenza, per non avvelenare ulteriormente un clima pre elettorale, in cui i mercanti del cinismo e della paura, Salvini in primis, avrebbero sfruttato la riforma per alimentare pretestuose polemiche e speculazioni. Ora, superata la campagna elettorale, non c’è più ragione di avere questa pur comprensibile cautela».
 

Non temete che la futura maggioranza interpreti questa approvazione come un travalicamento dalle funzioni di un governo dimissionario?

 
«No, perché si tratta della conclusione di un percorso già avviato. Per di più, si tratta di un’istanza trasversale nel Paese: la chiedono le Camere penali, l’avvocatura tutta, importanti settori della magistratura e molte personalità di varia impostazione politico culturale. Del resto, si tratta di dare applicazione a un articolo della Costituzione».
 

Lei crede che la riforma possa essere valutata positivamente anche dalle forze che hanno vinto questa tornata elettorale?

 
«Un vizio negativo del nostro Parlamento è che le nuove maggioranze sfascino quanto fatto prima. Io credo che non si tratti di un provvedimento perfetto, ma che sia il meglio che potevamo ottenere: spero ci sia modo di verificarlo nella sua applicazione. E mi aspetterei da coloro che con merito hanno svolto un ruolo di stimolo per la riforma, in particolare i radicali e Rita Bernardini, di non spronare solo noi del Pd, ma di fare altrettanto anche con altre forze politiche».
 

Secondo lei troverebbero degli interlocutori?

 
«Nel Pd e nel governo li hanno trovati. Possibile che non ci sia un parlamentare 5 stelle, nonostante la consegna bulgara di non parlare con nessuno, che riconosca l’importanza della riforma delle carceri?

 
«Lo stesso vale per Forza Italia, che pure esibisce medaglie di garantismo: non ho visto dichiarazioni in favore della riforma, mentre ho letto legittime dichiarazioni sulla vicenda di Dell’Utri. Il tema delle carceri umane non esiste solo quando riguarda qualche personaggio noto».
 

Visto l’esito del voto, il Pd qualcosa ha sbagliato. Le conquiste del governo sono state mal raccontate oppure i diritti non fanno più presa sull’elettorato?

 
«Noi abbiamo fatto benissimo a portare a casa diritti civili attesi da anni. Il punto, però, è che non si devono contrapporre i diritti civili ai diritti sociali. Il vero povero non è solo chi non ha niente, ma anche chi si sente solo: la nostra sinistra ha lasciato soli tanti cittadini delle periferie sociali e non solo geografiche del Paese. Chi deve fare i conti con il procurarsi il pane e con i 33 centesimi l’ora di paga in un call center si è sentito abbandonato, invece la sinistra doveva partire da loro e non solo occuparsene durante i convegni. Serve una forza vera che condivida tutti i giorni la vita di queste persone, che non sia un raggruppamento di ceto politico ma un gruppo che vive la politica come volontariato. In una parola, serve un partito di sinistra aperto. Dovremo compiere una lunga traversata per ritornare a incarnare l’ideale col quale il Pd era nato e che conquistò 12 milioni di voti, di cui 6 sono andati persi».
 

Si combattono così quelli che lei ha chiamato i mercanti della paura?

 
«Si combattono tornando ad essere una forza di coesione sociale, che non lascia indietro le marginalità e allo stesso tempo sostiene il ceto medio e difende i professionisti e le imprese. Ora, invece, siamo percepiti come la sinistra che garantisce i garantiti. Dobbiamo tornare a capire le paure, vere o percepite, in modo da provare a superarle, invece che specularci sopra come fa Salvini».
 

La sicurezza, però, oggi viene percepita come un tema della destra.

 
«Invece è un tema nostro, perché ad essere meno sicuri sono i ceti sociali più deboli, e il ministro Marco Minniti ha detto e fatto cose sacrosante. Al tempo stesso, però, la sinistra deve avere il coraggio di tenere vivi i valori della civiltà giuridica, del garantismo, del carcere come rieducazione e della legittima difesa che non sia far west. Altrimenti, diventiamo subalterni a chi gioca con la paura».
 

Provocatoriamente, forse potreste farlo meglio tentando l’appoggio a un governo d’intesa coi 5 Stelle e dunque lavorando dall’interno.

 
«Gli elettori ci hanno detto cosa fare: non spetta a noi governare. Davanti a uno stallo e a un appello del Presidente della Repubblica il Pd non farà mancare il suo apporto, ma con forme che oggi è prematuro dire. Anche fuori dal governo, però, non staremo a guardare e vigileremo in Parlamento per evitare che le nostre riforme, soprattutto in materia di giustizia, vengano snaturate».