WALTER VELTRONI

ROMA – «Lo Ius soli non è un tema di partito, né deve diventarlo. Non può essere una bandiera elettorale. Sia piuttosto al centro di una grande campagna culturale e civile. Vorrei che ogni singolo parlamentare fosse chiamato a rispondere alla propria coscienza su un`idea di società. E a un quesito: il bambino cinese o senegalese che va a scuola con i tuoi figli deve essere considerato cittadino italiano? Può sentirsi parte di un universo di valori o deve essere respinto?».
Walter Veltroni pensa che sia ancora il momento giusto. Che lo Ius soli possa diventare legge in questa legislatura. E che forse la strada migliore è davvero quella più diretta, quella di un appello semplice al Parlamento e ai suoi rappresentanti.
«Quel bambino dobbiamo accoglierlo, integrarlo, conquistarlo al nostro sistema di valori, oppure dobbiamo fare in modo che si senta straniero, estraneo,respinto? Straniero parlando la stessa lingua degli altri, indossando le stesse magliette di calcio degli altri, parlando magari anche un italiano migliore degli altri? Deve essere parte del nostro mondo o ai margini?».

Non è una bandiera di partito. Eppure la legge procede con la zavorra nello zaino. Chi, se non il Pd, può prendere questa battaglia sulle spalle?
«Penso che non debba diventare una battaglia di un solo partito. Lo Ius soli è un atto elementare di giustizia sociale, per questo prevalga la libertà di coscienza. Certo, il Pd ha il dovere di provarci fino in fondo. Ma in questa storia non devono esserci sconfitti, né vincitori, né bandiere da sventolare in campagna elettorale. Vince lo Ius soli, non un partito. Per questo bisogna appellarsi a tutti i parlamentari. Non mancano le buone ragioni per approvare la legge che prevede filtri adeguati, equilibrata. Pragmaticamente, l`aspetto demografico, del Pil e del welfare. E poi i valori di una società dell`inclusione».

Fuori dal Parlamento molto si muove, con seicento adesioni allo sciopero della fame a staffetta ( ieri quella del priore di Bose Enzo Bianchi). Ma nelle Camere a chi rivolgersi, a sei mesi dal voto?
«Ci sono tanti parlamentari di centrodestra sensibili al tema dei diritti. E tanti nel Movimento 5 stelle che non riesco a immaginare sulle posizioni della Lega, almeno per come li conosco».

II problema arriva prima ancora dal veto di Ap.
«Fatico a pensare che molti dei parlamentari di Ap, una volta superata una preoccupazione politica , non siano interpellati nelle loro coscienze di cittadini e cattolici. Bisogna provarci».

Anche a costo di non farcela?
«Tra provare e non farcela oppure comunque non farcela, non ho dubbi. Provarci, accompagnando il tentativo con una sincera campagna civile e culturale. Penso alle parole di Papa Francesco, a come si è esposta la Chiesa, la Cei, le associazioni. È materia per uomini di buona volontà. Sia chiaro, non voglio che appaia soltanto come una battaglia di principio. È importante difendere la nostra identità e garantire la sicurezza, come sta facendo in modo equilibrato ed efficace il ministro Minniti. E per fare tutto questo occorrono anche autentiche politiche di integrazione».

L`appello alle altre forze, dunque. Ma il Pd? A giugno lei chiedeva un riformismo più coraggioso. Più coraggio serve adesso al partito che ha fondato per portare a casa la legge?
«Penso che siamo alle radici della identità profonda di un pensiero democratico. Ciò che ha sempre distinto il nostro sistema di valori è scommettere sull`integrazione contro la discriminazione e confidare sul valore dell`equità e della cultura delle opportunità. Esiste nella società di oggi un bisogno di sicurezza, fisiologico quando le crisi economiche sono drammatiche. La sicurezza moderna, per tutti, richiede non solo rigore, anche inclusione».

Ma c`è la destra e il populismo di chi mette assieme barconi e Ius soli, terrorismo e integrazione: non è destinato a prevalere chi parla il linguaggio semplice, diretto alla pancia?
«Quando qualcuno parla al fegato, la sinistra deve parlare al cuore e al cervello. I peggiori disastri della storia si verificano se di fronte a chi parla al fegato si reagisce imitandolo o nascondendosi. Contro la politica fondata sulla paura esiste solo quella che agisce sulla speranza. Se non si è Obama, vince Trump».

Si perdono le elezioni, però. I sondaggi dicono che non conviene insistere.
«Capisco il tema del consenso, i sondaggi non favorevoli. Ma credo che solo una campagna persuasiva possa cambiare il corso delle cose. E poi c`è la politica».

Che consiglia di provarci comunque?
«La politica deve collocarsi più avanti del sentimento comune. Se Roosevelt avesse chiesto con un referendum agli americani di mandare i loro figli a morire per sconfiggere Hitler e Mussolini, avrebbe visto prevalere il “no”. E se Kennedy avesse lanciato un referendum per chiedere se aprire ai ragazzi neri le università dei bianchi, cosa gli avrebbero risposto? La grandezza della politica sta nel seguire un progetto, un`idea del mondo e delle relazioni tra le persone».

La politica si sente poco, a dire il vero.
«Sta perdendo peso e ruolo. Il risultato è che si mostra conservatrice o impaurita dal sentiment dell`opinione pubblica. La convivenza umana è legata all`equilibrio tra identità e apertura. Sa, io non sono affatto sordo al tema dell`identità, della nazione e delle radici. Ma se tutto questo si contrappone all`apertura, se ci si fa “piccola patria” in un mondo globalizzato, se prevale la paura dell`altro – di qualsiasi altro – allora lastrichiamo la strada verso il conflitto e la violenza. È sempre successo così, nella storia».
Veltroni si ferma. Cerca un libro. Legge un passaggio di “Cari fanatici” di Amos Oz: «“Nessun uomo è un`isola, ma ognuno di noi è una penisola, una mezza isola”. Tutti noi siamo per metà connessi a quella terraferma che è la fa-miglia, la lingua madre, la società, l`arte e la conoscenza, lo stato e la nazionalità e via di seguito, mentre per l`altra metà ognuno di noi volge le spalle a tutto ciò e guarda verso il mare, le montagne, gli elementi eterni, i desideri reconditi, la solitudine, i sogni, le paure e la morte».

Identità e apertura?
«Ho coscienza della mia storia, ma mi apro agli altri. È il gesto semplice di aprire la porta di una classe, come quando da bambini arrivava un nuovo compagno. A me ,negli anni sessanta, capitò uno di Ascoli, e noi a pensare “caspita, viene dalle Marche, come sarà?”.Non possiamo pensare che la globalizzazione sia solo Instagram e sia solo per ricchi. Se il mondo non accetterà la meraviglia della libertà e dell`arcobaleno, finirà che torneremo tutti vestiti dello stesso colore».