LUIGI MANCONI
LUIGI MANCONI - Ph. Sergio Oliverio / Imagoeconomica

Sarebbe un errore farsi un’idea del rapporto tra gli italiani e i migranti solo «dalle parole di chi urla, dai gesti di chi si mobilita aggressivamente e dall’ostilità di chi esprime i propri umori più torvi». E sarebbe un errore se non si provasse quasi ad auscultare «ciò che si muove nel profondo, che continua a restare non pienamente decifrabile. C’è molto di negativo, di temibile, certo. Ma c’è anche molto di positivo che esita o fatica a esprimersi». Dal suo osservatorio di direttore dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, dopo essere stato nell’ultima legislatura presidente della commissione per la Tutela dei diritti umani del Senato, Luigi Manconi offre un’analisi niente affatto scontata. E stavolta, per spiegare, più che gli arnesi del politico adopera i ferri del docente di Sociologia dei fenomeni politici.
 

Che clima stiamo vivendo?

 
«Il “clima” è di per sé un termine ambiguo, perché richiama, ma in realtà deforma, l’atmosfera e la temperatura di questo tempo senza arrivare a cogliere i processi sociali più profondi. Ciò non significa sottovalutare il “clima”, però il contesto sociale è molto più complicato di quanto non possa apparire. Tanti fatti ce lo mostrano. Partiamo da un episodio recente: la lettera con cui il padre del sottosegretario leghista Lucia Bergonzoni ha preso le distanze dalla figlia, che dopo averlo attaccato si era sottratta a un confronto sul tema migranti con l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Non voglio personalizzare, ma mi ha colpito quella lettera e mi sembra un episodio chiave per spiegare il mio ragionamento. Non conosco nemmeno alla lontana quel padre e quella figlia. Epperò è successo che un comportamento probabilmente incontinente della figlia ha indotto il padre a esprimersi pubblicamente. Cosa che probabilmente non sarebbe accaduta senza quelle parole e quei gesti, come dire, eccessivi della figlia. Scherzando, ma non troppo, ho scritto all’arcivescovo di Bologna dicendogli che era stato davvero evangelico, perché sembrava venuto a dividere il “padre dalla figlia” (secondo Matteo). Non voglio farla troppo sofisticata, però, credo sia necessario interessarsi e raccontare quel molto di positivo che non appare».
 

I social network, i talk show, anche i giornali, sembrano spesso delle arene nelle quali però prevalgono toni distruttivi. Che peso hanno le “parole sbagliate” nei comportamenti reali?

 
«Comincio col dire che la domanda più scema che si possa fare è: l’Italia è una Paese razzista? Un interrogativo che nasconde a sua volta una tonalità tecnicamente razzistica, perché tende ad adottare il meccanismo dell’omologazione, trasferendo su un’intera comunità il comportamento di singoli o di gruppi. Ecco, l’Italia non è un Paese razzista. Inoltre, abusare di questa definizione ha l’effetto di radicalizzare coloro che non sono ancora razzisti e che non necessariamente lo diventeranno».
 

Quanto dobbiamo preoccuparci?

 
«Lo dico da studioso: il razzismo, inteso nel suo significato classico (quello che si basa sull’idea gerarchica delle relazioni tra etnie e gruppi sociali) resta appannaggio di minoranze. Nel frattempo è cresciuta e continua a crescere la xenofobia, che nel discorso pubblico si usa scelleratamente come sinonimo di razzismo. La xenofobia è, alla lettera, la paura dello straniero, dello sconosciuto, dell’ignoto. Una pulsione che certo appartiene a tutta la storia umana. Ma non è necessariamente razzismo, e il fatto che la xenofobia cresca non significa che sia destinata né automaticamente, né rapidamente, a trasformarsi in violenza razzista. Infine, banalizzare la parola “razzismo” significa far perdere a questo termine il suo significato di riprovazione morale».
 

Però il pericolo di scoprirsi un giorno in un paese con molti razzisti c’è. Chi sono i responsabili?

 
«Se questo rischio c’è (e non lo nascondo) si ritrova in quello spazio tra la xenofobia e il razzismo all’interno del quale finora hanno operato solo gli imprenditori politici della paura e dell’intolleranza. Cioè la cattiva politica. Atmosfera generale, purtroppo, fornisce una sensazione di impunità. Sono fenomeni che si registravano anche prima, ma stanno indubitabilmente crescendo. È anche inevitabile che davanti a questa incontinenza verbale e gestuale, le reazioni di segno opposto restino più discrete e perciò meno visibili. Ciò non vuol dire che non ci siano e che, come è accaduto con la risposta inattesa del papà della Bergonzoni, nel momento in cui lo riterranno necessario quelle reazioni non si faranno sentire.