Imagoeconomica

«Siamo a un piccolo tornante dello storia», giura Marco Minniti. «In modo quasi casuale, con la vicenda di San Donato si è riproposta l’esigenza di come riconoscere la cittadinanza a chi è nato e vive in Italia. Italiano, insomma, ma senza cittadinanza. Rami è in sé un emblema, un segnale positivo e insieme un’ingiustizia. Il segno di qualcosa che non funziona». Ministro dell’Interno con Gentiloni, artefice della riduzione dei flussi dal Nord Africa, adesso Minniti indica la prossima battaglia. Quella che il Pd ha già perso una volta: «È il momento di battersi per lo Ius soli, un tema identitario della sinistra riformista. Direi anche fondativo per una democrazia del terzo millennio».
 

Minniti, diranno: potevate farlo voi al governo. Lei era tra quelli che frenavano?

 
«Ero a favore. Lo dissi ovunque».
 

Falliste, però.

 
«Ci furono due finestre di opportunità. La prima quando approvammo la riforma alla Camera nel 2015, con Renzi. Lì forse c’era anche la maggioranza al Senato. E poi a fine legislatura, con Gentiloni, e li forse non c’era. Comunque sì, avrei esplorato entrambe quelle finestre. Ma voglio chiarire una cosa».
 

Dica.

 
«A noi oggi non serve una discussione con la testa rivolta al passato, l’ennesima resa dei conti nel Pd, sempre tra noi. Io non lo farò. Anche perché il 4 marzo c’è stato un terremoto che ha colpito la sinistra, tutti noi. Io mi assumo la mia parte di responsabilità. Avevamo un legislatura per approvare lo Ius soli, non ci siamo riusciti. Ora voltiamo pagina».
 

Facile a dirsi, ma è possibile in un Parlamento gialloverde?

 
«Stando ai numeri, in questa legislatura è una missione ai limiti dell’impossibile. Ma dobbiamo provarci al massimo delle nostre possibilità. È un obiettivo programmatico che va tenuto vivo anche dall’opposizione. Nel rapporto con pezzi di società, con chi abbiamo perso per strada. Per una battaglia che guarda al futuro».
 

Ma è possibile fare dello lus soli un obiettivo nell’Italia di Salvini, dei porti chiusi e delle aggressioni contro il diverso?

 
«Ci sono questioni di principio che in ogni caso vanno portate avanti. A maggior ragione nell’Italia nazional-populista. Nella società moderna già altre volte si è vissuto in una dimensione di quasi ossessione, come oggi. La differenza tra noi e i nazional-populisti è che loro lucrano su questa ossessione della gente, mentre noi vogliamo liberare chi vive questo sentimento. E comunque, il 4 marzo abbiamo perso, ma non per un punto programmatico. È stata una rottura sentimentale. Da lì ripartiamo».
 

Due anni fa parlò di un rischio per la democrazia a causa dei flussi migratori incontrollati. Cosa è cambiato da allora?

 
«Lo dissi mentre arrivarono 26 navi di migranti in un giorno,13.500 persone in 24 ore. Era difficile anche solo trovare i porti, ma noi mai li chiudemmo e governammo quei flussi. Oggi arriva qualche barcone, ma chiudono i porti. Lo fanno per tenere la società sul filo del rasoio. Non si può andare avanti a lungo con questa strategia della tensione comunicativa senza rompere la democrazia stessa. E comunque, non sfuggo: anche allora io ero per lo Ius soli. Avendo dimostrato di poter contrastare i flussi irregolari e aperto i primi canali umanitari, avevamo più forza per sostenere il pilastro per l’integrazione».
 

Integrazione: una parola fuori moda di questi tempi?

 
«Una parola fondamentale. Nella stragrande maggioranza gli attentatori di questi anni terribili non provenivano dai Paesi dell’Is, ma erano figli dell’Europa che non era riuscita a integrare. Nei prossimi vent’anni la nostra capacità di governare l’immigrazione dovrà necessariamente misurarsi con l’Africa. L’Europa deve capire che investire al di là del Mediterraneo non è un’azione caritatevole, è un aiuto diretto all’Europa stessa. Altro che Stato nazione, serve una realtà sovranazionale. Da solo nessuno si salva».
 

Conviene a Zingaretti, a due mesi dalle Europee, rischiare su questo terreno?

 
«Certo. C’è stato un congresso, dove 1,6 milioni di italiani hanno detto che il destino del Pd, del Paese e della democrazia sono connessi. Più di un milione lo hanno votato. Dobbiamo consentirgli di cimentarsi con questa sfida e aprire una fase nuova».
 

Chiudiamo tornando a Rami. Il ministro dell’Interno lo sfida a candidarsi per lo lus soli. Cos’è, bullismo politico?

 
«È semplicemente inaccettabile. La cittadinanza non si ottiene con i voti, non è un’elargizione dall’alto. È un diritto, che come tutti i diritti presuppone dei doveri. Se non fosse stato Rami, ma un italiano, avremmo proposto per lui la medaglia alvalor civile. Ecco, mi auguro che qualcuno possa dargliela. Sa cosa mi ricorda?».
 

Cosa?

 
«Rami ha espresso la volontà di fare il Carabiniere. Da ministro attaccai gli alamari sulla divisa del primo di un corso degli allievi Carabinieri. Era di origini indiane, i suoi genitori indiani. Come molti, realizzava la sua aspirazione alla cittadinanza servendo lo Stato. Per partecipare al corso aveva dovuto aspettare 18 anni: un quarto della vita. Proprio di questo stiamo parlando».