migranti, accoglienza
Ph. Stefano Carofei / Imagoeconomica

L’Italia è stato il primo Paese in Europa a dotarsi di una normativa che prevede misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati. Ma il Parlamento ci ha messo tre anni per approvare in via definitiva la proposta della deputata Pd, Sandra Zampa, diventata legge il 7 aprile dei 2017. Da allora sono stati presi in carico dagli oltre 3mila “tutor” abilitati circa 4mila ragazzi tra quelli “sbarcati” da soli nel nostro Paese. «Sono tanti ma potrebbero essere di più, si può arrivare a seimila…» afferma la relatrice del provvedimento, oggi sottosegretario alla Salute.

 

Ma come raggiungere l’obiettivo?

I Tribunali per i minori dovrebbero essere più veloci nelle nomine dei tutori. Ce ne sono migliaia in attesa di essere abbinati a un minore straniero che ne ha bisogno. Va detto poi che i criteri di valutazione, in questi casi, non possono essere gli stessi usati per i loro coetanei italiani. Si tratta di ragazzi di 16-17 anni che se diventano maggiorenni perdono questa grande possibilità. C’è da tenere presente che nessuno di loro tornerà a casa. E così si alimenta il numero degli irregolari.

 

Vuol dire che gli esclusi diventeranno tutti giovani a rischio?

Certo. Hanno attraversato il deserto, affrontato un lungo viaggio per arrivare in Europa, e magari la loro famiglia si è indebitata, per toglierli dalla guerra e dalla fame… Se perdono questa opportunità di integrarsi perché hanno raggiunto i 18 anni, li si rende precari, molti di loro entreranno nel giro della microcriminalità, dello sfruttamento del lavoro nero e della prostituzione.

 

E potrebbero essere anche una risorsa per il nostro Paese…

Di sicuro, visti i dati sulla natalità e sull’invecchiamento della popolazione. Se si integrano, imparano una professione e diventano capaci di esercitarla saranno una risorsa. Non sono giovani che scappano da casa per cercare un’avventura, non sono allo sbando, vogliono costruirsi una vita. Quando i “tutor” racconteranno le loro esperienze si capirà che questo è vero.

Il 75% dei volontari che si prendono cura di questi ragazzi sono donne el’83% è laureato. Che significa?

E un fatto che dimostra come le donne abbiano il talento e la capacità di fare più cose insieme e dedicarsi alla cura di qualcuno. E così realizzano anche se stesse. Il titolo di studio, poi, è una spia: l’istruzione cambia l’approccio, c’è una capacità maggiore di conoscere il valore dell’integrazione, e anche più competenza nell’affrontare questo ruolo.

 

Inoltre i tutor iscritti negli elenchi vengono soprattutto dal Sud…

Questo è un aspetto non coerente con la legge che si propone invece una distribuzione più uniforme sul territorio, anche per favorire inserimenti più efficaci. Ma i numeri mettono in evidenza il fatto che al Sud sbarcano più migranti, anche se siamo lontani dai picchi del 2016 e 2017, quando fu approvata la legge.

 

Come valuta il lavoro che hanno svolto finora?

Le loro sono esperienze meravigliose. Spesso si sono associati, si sono scambiati le “buone pratiche”. Possiamo dire che sono al tempo stesso sentinelle e creatori di comunità.

 

Ma la legge 47 è stata applicata in tutti i suoi aspetti?

No. Ho chiesto al ministro degli Interni Luciana Lamorgese di dare seguito a due decreti attuativi rimasti in canna. Uno riguarda le procedure di identificazione per i permessi di soggiorno, l’altro le modalità del primo colloquio con il minore.

 

E gli affidi familiari?

È un altro aspetto rimasto al palo. Ci aspettavamo un ruolo più attivo dell’Anci.