“Siamo dentro una crisi senza precedenti, c’è bisogno di salvare aziende, investimenti, persone. Ma la soluzione non passa dalla riscrittura delle regole sugli appalti”. Lo ha detto Graziano Delrio in un’intervista a La Stampa.

Non c’e’ un eccesso normativo da superare?

“C’è stato un eccesso di corruzione. Il codice è per l’ottanta per cento frutto di regole europee che hanno semplificato, non complicato il quadro. Dire che quel codice ha bloccato le opere è pura demagogia. Quasi tutti i cantieri incompiuti sono figli della legge obiettivo di Berlusconi, esattamente il modello al quale non dobbiamo mai più ispirarci”.

 

L’ultimo decreto sblocca-cantieri sembra ispirarsi a quel principio. Non ha funzionato?

“Gli appalti semplificati sono cresciuti di meno della metà di quelli partiti con il codice. Se prevale il principio per cui si ha fretta di fare, se i cantieri aprono senza progetti adeguati, il risultato è l’aumento dei costi e dei contenziosi e l’unica cosa che non arriva in fondo sono le opere: con la legge obiettivo si realizzò un decimo di quanto promesso”.

 

Ci spieghi allora cosa occorre cambiare.

“Primo: in Italia le ditte che realizzano i grandi appalti pubblici non stanno in piedi. C’è una scelta che ho condiviso con il precedente governo: il sostegno all’operazione Astaldi-Salini. Occorrono tre o quattro campioni nazionali. Secondo: ci sono troppi contenziosi. Terzo: vanno rafforzate le stazioni appaltanti, ovvero chi è chiamato ad approvare le opere. Il nemico è la burocrazia”.

Lei dice che occorre mettere lo Stato nelle condizioni di approvare rapidamente le opere. Ma il problema è esattamente questo: la burocrazia. O no?

“Mi permetto di dare qualche suggerimento. Invece di abolire l’Anac, la si metta nelle condizioni di accelerare le procedure. Dimentichiamo che spesso nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni manca il personale adeguato. Ora abbiamo da Anac un modello di bando di “gara tipo”: questo è un buon punto di partenza. Se si vuole abolire qualcosa, si elimini il Cipe a Palazzo Chigi. Capita che per una sua autorizzazione passino mesi. Le Infrastrutture fanno il piano delle opere con il Tesoro? Lo si approvi in Consiglio dei ministri e via. L’importante è la certezza dei finanziamenti”.

 

Intervista completa su La Stampa