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Graziano Delrio / Foto: Imagoeconomica

«In quella analisi costi-benifici manca una visione strategica di progetto Paese. Sappiamo tutti che bloccare la Tav significa restare fuori da un interscambio economico con l’Europa dell’Ovest che vale 170 miliardi di euro l’anno. Significa perdere lavoro e sviluppo. Quindi questa discussione è surreale». Esordisce garantendo di non voler fare una polemica politica Graziano Delrio, ma col passar dei minuti l’ex ministro delle Infrastrutture si infervora e arriva a dire che «rinunciare sarebbe pura follia, Di Maio deve cedere».

Quali sarebbero le conseguenze negative?

 

«Semplice: l’Italia resterebbe tagliata fuori dai corridoi europei. Il corridoio mediterraneo verrebbe spostato sopra le Alpi, passando da Ginevra, Monaco e Vienna: verrebbero tagliati fuori i porti di Genova e Venezia. L’analisi costi benefici l’ho introdotta io con un decreto ad hoc, quindi sono favorevole ma va fatta in un altro modo. Bisogna vedere gli orizzonti strategici e le ricadute. L’Alta velocità ha cambiato l’economia degli spostamenti. Quando Cavour fece il valico alpino del Frejus si pose il valore strategico delle connessioni che avrebbero avuto Italia e Francia e le loro imprese. E invece qui non viene valutato l’effetto dei benefici a lungo termine che quest’opera avrà sull’economia. E poi un’altra cosa…».

 

Prego.

 

«Considero assurda questa tecnica di considerare come vantaggio per lo Stato l’incasso dei pedaggi autostradali: come se fosse un vantaggio in termini ambientali e di sostenibilità avere tre milioni di camion che traversano il confine Italia-Francia ogni anno. Se si dice che la strada è meglio della rotaia perché si incassa il pedaggio, si dimentica tutto un modello di sviluppo che sposta le merci su ferro e si dice una bestialità enorme. Capisco se lo fa Trump, meno se lo fanno i 5Stelle».

 

Ma se il governo dirà sì i grillini subiranno un altro colpo di immagine. Quindi forse dirà <ni», Salvini già parla di un ritocco del progetto. Cosa succederà?

 

«Intanto abbiamo perso sette mesi, c’erano bandi che la società Italo francese per non perdere co-finanziamenti europei doveva pubblicare entro novembre. Toninelli ha imposto di non farlo e quindi corriamo pure questo rischio: il tempo non è gratis, come abbiamo pagato il bullismo finanziario con lo spread, più si ritarda e più si fa danno. E poi di che ritocchi si parla? L’opera può essere fatta o no. La parametrazione dei costi con altri tunnel è stata già fatta, quindi è una discussione fuori dal mondo. Se poi parliamo della tratta di accesso, quella che da Torino va fino a Susa, la revisione della tratta è già stata fatta da noi e da un costo di 4,2 miliardi siamo scesi a 1,9. Erano previsti 50 km di gallerie e viadotti, ma sono stati cancellati e si userà la linea storica. Non so di quale altra modifica si parli».

 

I critici sostengono che con le poche risorse dei nostri bilanci converrebbe desistere. Quanto costerebbe?

 

«Sono stati già scavati 25 chilometri di gallerie necessarie al funzionamento e altri 6,5 chilometri della galleria vera e propria. Se si rinuncia si dovrebbe pagare per ripristinare, chiudere, riempire: più soldi di quelli che si spenderebbero a completare opera. Il ripristino costerebbe oltre due miliardi, poi bisognerebbe restituire i co-finanziamenti vinti, 800 milioni circa, quindi quasi tre miliardi. E poi la parte politico-diplomatica che comporterebbe una figuraccia: con una discussione non scontata per cancellare la ratifica fatta da noi nel 2017. Parigi si opporrà e se dovranno chiudere le loro gallerie, non si esclude una rivalsa sul costo dei loro lavori di ripristino. Come al solito si alzano i toni senza valutare le conseguenze».

 

Chiamparino evoca un referendum, concorda?

 

«Credo sia assolutamente opportuno dopo sette mesi di rinvii. Ovvio che si spende meno a fare l’opera che a bloccarla, quindi se il governo continua a perdere tempo, giusto che la parola vada ai territori. I governatori sono determinati perché le Regioni sanno che il corridoio della Tav porta occupazione e benessere e chi sta fuori rischia di diventare marginale. E sia ben chiaro: se si farà la Tav non sarebbe una vittoria di Salvini. Che non succeda come con l’Ires o con i migranti, che fanno il pasticcio, poi si congratulano fra loro per come l’hanno risolto…».