Concordo con Angelo Panebianco. Quel «Vento della Decrescita» che soffia sul Paese, se fa assai male al Centro-Nord, può essere letale al Sud. Ancor più nell’ipotesi di scambio che porti a un’attenuazione dell’ «anti-sviluppismo» al Nord in cambio di reddito di cittadinanza al Sud.
 
Il Mezzogiorno verrebbe condannato alla dipendenza più umiliante, mero generatore di forza lavoro di riserva, «parente povero» alla lunga insostenibile. Cancellato da una spinta verso un’autonomia regionale sempre più impetuosa, in forme di vero e proprio egoismo politico ed economico supportate anche da una errata visione e contabilizzazione, lo ha rilevato Svimez, del residuo fiscale. Ho definito questa dinamica il peggior rigurgito degli anni 50.
 
Quando in Italia si crearono quel cosiddetto «esercito industriale di riserva» e quella condizione semicoloniale del Mezzogiorno che, se hanno contribuito alla fortuna delle regioni industriali, hanno ampliato il gap Nord-Sud.
 
È questa, lo rileva anche Panebianco, la deriva del reddito di cittadinanza: un meccanismo perverso teso a creare una sorta di «riserva di lavoratori poveri» costretti a spostarsi pur di non perdere un sussidio, totalmente sottratto alla logica prioritaria dell’inclusione sociale.
 
A fronte di un federalismo in versione hard, cui per chiacchiera demagogica si sono accodati alcuni presidenti di Regioni meridionali, e che non collide soltanto con un principio costituzionale (già questo sarebbe gravissimo) ma devia da qualsiasi ipotesi ragionevole di mantenere l’Italia nel gruppo di testa delle nazioni europee, posizione tenuta con immensi sacrifici e che adesso può incrinarsi.
 
È da irresponsabili fingere di non sapere che, dalla siderurgia al settore petrolifero, dalla meccanica alla chimica, dalla meccatronica all’aeronautica e a una miriade di piccole e medie imprese avanzate, il Sud è già ora certo non in posizione subalterna.
 
E ignorare quanto Mezzogiorno ci sia in quella dorsale manifatturiera che ancora oggi tiene a galla il Paese. Certo, alla peggio ci si potrebbe anche augurare che la cifra antindustrialista-assistenzialista e antimeridionalista del governo possa addirittura tradursi in uno scossone per forze politiche, imprenditoriali, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali del Sud, da quello stato di ipnosi da chiacchiera che sembra dilagare.
 
Ma, per l’appunto, è un paradosso, una sorta di «ultima spiaggia» della volontà. Mentre quel che serve è un’azione politica e sociale, qui ed ora, di grande forza e consapevolezza, capace di catalizzare e coagulare le energie migliori, tantissime, in circolazione.
 
Che al Sud «si può» lo dimostra un’estesa galassia di «localismi virtuosi» che hanno il maledetto limite di non sentirsi tessuto connettivo, di non essere «rete» ma «individualità eccellenti» buone per qualche inchiesta sul «Sud che funziona».
 
Perché niente, o poco, «funziona» se la coesione con il resto del Paese e con l’Europa non si realizza prima tra le classi dirigenti e le forze del lavoro e sociali del Meridione. Come?
 
Ci sono parole-chiave ormai scomparse quasi completamente dal lessico politico ed economico imposto da questo governo: sistema Paese, Mezzogiorno, politiche industriali, lavoro, nuove generazioni. Sono parole-chiave che hanno bisogno di classi dirigenti consapevolie all’altezza. Al Nord e, soprattutto, al Sud.
 
Teresa Bellanova
senatrice Pd