©Imagoeconomica

Via libera del Consiglio dei ministri alla legge di Bilancio, «al Sud sgravi e investimenti», annuncia il ministro Provenzano che aggiunge: per il lavoro previsti vantaggi fiscali fino al 2029. Il ministro annuncia anche un piano di assunzione per i giovani e ammette: va rivisto il riparto nella Sanità, il Mezzogiorno penalizzato.

«Se mi avessero detto che in pochi mesi, tra questa legge di Bilancio e quella precedente, avremmo attivato una tale quantità di strumenti fondamentali per dare più forza, certezza e continuità al Piano Sud 2030, non ci avrei creduto. La realtà invece è che questo governo ha dimostrato una volta di più che il rilancio del Mezzogiorno è in cima alle sue priorità».

Soddisfatto ma soprattutto molto sereno Peppe Provenzano, ministro per il Sud e la Coesione territoriale, raggiunto al telefono pochi minuti dopo il via libera del Consiglio dei ministri alla legge di Bilancio.

All’appello tra le misure ipotizzate in chiave Sud è mancata alla fine solo la corsia preferenziale per l’assunzione di nuove lavoratrici con sgravio al100 per 100: «Ma la misura è compresa in quella che riconosce lo stesso sgravio per 18 mesi a tutto il territorio nazionale», spiega il ministro che pure si era speso non poco su questo fronte.

Partiamo dalla decontribuzione sul costo del lavoro: è stata garantita sul piano delle coperture fino al 2029 come lei aveva chiesto?

«Sì. L’abbiamo resa strutturale, a dispetto di chi era a dir poco scettico, fino al 2029 con risorse importanti. Vale 4 miliardi all’anno fino al 2025, poi a
scalare 2,6 miliardi per il 2026-27 e un altro miliardo e 300 milioni per il 2028-29.

Sono risorse già adesso coperte fino al 2022 nell’ambito del Quadro temporaneo in vigore nell’Ue a causa della pandemia. E in corso una trattativa con l’Europa sulla quale siamo molto fiduciosi per il finanziamento degli anni successivi. Averla recepita per intero nella legge di Bilancio, indica che sulla fiscalità di vantaggio non si torna indietro».

Confermate le anticipazioni tra sgravi per il lavoro e crediti d’imposta per investimenti e per ricerca e sviluppo?

«Sì anche in questo caso. C’è il potenziamento delle decontribuz ioni per gli under 35 del Sud e la proroga fino al 2022 per il momento, ma l’idea è di accompagnarla per l’intero ciclo di programmazione, del credito d’imposta per gli investimenti e di quello, rafforzato, per investimenti in ricerca e sviluppo. Si definisce nei fatti un quadro di incentivi fiscali orientato alla tutela del lavoro e all’incentivaz ione dell’innovazione che sarà stabile nel tempo. Non ci saranno cioè altre norme, gli strumenti su cui puntare saranno questi per un Sud orientato all’innovazione e al lavoro buono».

E per gli investimenti pubblici?

«Il loro rilancio è la priorità per creare nuovo lavoro e sono il vero cardine della legge di Bilancio anche in chiave Sud. Abbiamo avuto l’assegnazione dei primi 50 miliardi degli oltre 73 miliardi del Fondo sviluppo coesione della programmazione 2021-27 che all’80 per cento devono essere spesi nel Mezzogiorno.

A differenza dei cicli precedenti abbiamo stavolta anche l’immediata disponibilità nei primi anni. Il Fondo è tornato attivo, quest’anno ad esempio abbiamo già speso in termini di cassa 3 miliardi rispetto al miliardo e mezzo degli ultimi anni.

E con il co-finanziamento dei fondi europei, il totale arriva, secondo quanto avevamo chiesto, a quasi 80 miliardi».

C’è poi la grande novità delle 2.800 assunzioni fino al 2023 di personale qualificato per la Pubblica amministrazione del Sud, un suo chiodo fisso.

«La rigenerazione amministrativa è uno dei punti nodali del Piano Sud 2030. La Pa è attrezzata a spendere e gestire risorse e strumenti senza precedenti? Al momento no. Abbiamo bisogno di nuove competenze, giovani, qualificate. Nel Piano Sud 2030 parlavamo di 10 mila nuove assunzioni con i fondi strutturali anche per rimettere in discussione quel sistema di assistenze tecniche esterne, talvolta opaco, che a conti fattinon restituisce niente alle amministrazioni pubbliche. I 2.800 nuovi assunti saranno i primi e riguarderanno il Mezzogiorno: l’Agenzia per la Coesione farà una ricognizione dei fabbisogni relativi a profili professionali di alta qualificazione, la cui carenza è alla base della scarsa capacità di realizzare investimenti pubblici».

C’entra il Recovery Fund nelle scelte per il Mezzogiorno?

«Sì, c’entra a proposito dell’anticipazione di uno dei progetti previsti dal Recovery Plan italiano che è quello degli ecosistemi per l’innovazione al Sud. È la misura su cui abbiano lavorato con il ministro Manfredi che punta a replicare lo straordinario modello del Polo universitario di San Giovanni a Teduccio, a Napoli, in altre grandi città del Mezzogiorno, partendo dalle preesistenze universitarie e di ricerca delle città stesse.

Sono stati previsti otto ecosistemi, in aree da rigenerare sul piano sociale, con un finanziamento iniziale di 50 milioni: da gennaio si può partire con i necessari accordi tra università, enti di ricerca e imprese. A questa norma si aggancia quella sul rafforzamento degli investimenti industriali sull’innovazione per costruire nuove filiere, sempre più innovative».

E sulle aree interne?

«Sono state previste ulteriori norme di semplificazione, e inoltre attraverso un Fondo per i Comuni marginali, più colpiti cioè dallo spopolamento,
abbiamo aggiunto 90 milioni per attività economiche e politiche di reinsediamento che portano il totale a 400: con lo smart working sono convinto che si possano attrarre molte persone in queste realtà».

Sul piano politico c’è quello che lei definisce un grande armamentario per attuare il Piano Sud 2030. Cosa serve ancora? La proposta del presidente di Confindustria di differenziare i salari tra Nord e Sud?

«Una politica ordinaria all’altezza di questa sfida. La società meridionale, le sue forze economiche e sociali, le imprese abbraccino cioè gli strumenti messi in campo dal governo. Ed è un compito importante, decisivo, specie se rapportato a proposte che richiamano vagamente le gabbie salariali: è la via arcaica perché il differenziale di produttività che è legato anche e soprattutto ai fattori di contesto, come il deficit di infrastrutture e servizi, non lo devono pagare le imprese ma nemmeno i lavoratori.

Ecco perché c’è oggi la fiscalità di vantaggio sul costo del lavoro che deve compensare il disinvestimento pubblico degli ultimi 20 anni. Molti imprenditori mi scrivono che grazie a questa misura non licenziano: possono investire di più. È una soddisfazione».

Cosa intende per nuova politica ordinaria?

«Vuol dire ad esempio per la sanità pubblica che dopo anni di penalizzazioni pagati duramente dal Mezzogiorno non possiamo limitarci ad affrontare nel miglior modo possibile l’emergenza. Avere garantito al Sud il 30 per cento in più del totale delle nuove terapie intensive non basta: noi dobbiamo colmare una spesa pro capite inferiore del 25% rispetto al resto del Paese.

E allora bisogna rimettere in discussione il riparto del fondo sanitario nazionale all’interno della conferenza Stato-Regioni che è figlio di una stagione anacronistica, l’era dell’austerità per intenderci. Come si fa? Alzando i Lea e fissando finalmente i Livelli essenziali delle prestazioni, altrimenti tutto questo armamentario per uno sviluppo sociale ed economico del Sud rischierà di non essere seguito da politiche ordinarie equilibrate. Dobbiamo coniugare sviluppo ed equità. E l’equità, nel nostro Paese, è anche e soprattutto territoriale».