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«Il Sud non è una terra dimenticata, ma la vera emergenza nazionale. Ecco perché in manovra abbiamo trasformato il principio teorico del 34% in norma di legge valida ex ante, non come controllo a posteriori. D’ora in poi un terzo di tutti gli investimenti nazionali andrà al Sud, in proporzione alla sua popolazione».

Giuseppe Provenzano, classe 1982, è da quasi quattro mesi ministro Pd per il Sud «e per la coesione territoriale». Un’aggiunta che ritiene importante. Alla vigilia della presentazione del suo Piano per il Sud «100 miliardi in 10 anni» – sostiene che «sarà un’occasione anche per il Nord, l’Italia coesa è più forte». E agli alleati dice: «Il reddito di cittadinanza non va cancellato, semmai rivisto».

 

Ministro, il premier Conte si è dato come obiettivo quello di colmare il divario con il Nord. Quante risorse aggiuntive porterà al Mezzogiorno il vincolo del 34%?

«Almeno 2 miliardi, visto che sin qui la norma si traduceva in un mero monitoraggio ex post e si arrivava a un 20% di spesa ordinaria per investimenti al Sud. I fondi Ue sono stati sostitutivi di mancate risorse nazionali».

Non sempre in modo efficiente, visti gli avanzi, la cronica incapacità di spesa, i soldi dati a pioggia…

«Appena insediato ho trovato un livello di investimenti pubblici tra i più bassi degli storia d’Italia. Il Fondo di sviluppo e coesione – risorse nazionali – praticamente fermo: solo 1,2 miliardi spesi nel 2018. Ho chiesto di accelerare per arrivare a 4,5 miliardi nei prossimi anni, il livello pre-crisi. Rischiavamo poi di perdere altri 2 miliardi di fondi europei dell’attuale programmazione. Abbiamo lavorato giorno e notte per recuperarli. Ma la sfida però è uscire dall’emergenza. Il Sud deve alzare lo sguardo, dare una prospettiva di medio-lungo periodo ai giovani».

Il suo Piano per il Sud ha questa ambizione o sarà l’ennesimo annuncio? L’Italia non è più nel radar degli investitori. Il Sud, dopo 4 anni di timida crescita, nel 2019 è di nuovo in recessione.

«Gli investimenti dobbiamo tornare a farli noi. Veniamo da un ventennio di disimpegno nel Sud. In manovra stanziamo1,5 miliardi di risorse fresche nel solo 2020. Per la capitalizzazione delle imprese che abbiamo chiamato “Cresci al Sud”. Per il credito di imposta. Per le infrastrutture sociali come la costruzione di asili nido, scuole, presidi sanitari. E perle aree interne, non solo al Sud perché lo spartiacque non è con il Nord ma tra città e valli, tra città e luoghi dimenticati. La legge di bilancio è però solo un primo tassello».

Quanto vale questo Piano?

«Sarà un piano decennale, oltre100 miliardi coi fondi Ue. I primi tre anni realizzeremo le novità della legge di Bilancio. Negli altri sette attueremo
meglio la programmazione europea. I soldi ci sono, ma bisogna metterli a tema e capire cosa farci».

Ecco, cosa ci farete?

«Riformiamo l’Agenzia per la coesione. La riportiamo alle origini, vicina ai territori per affiancare le amministrazioni in tutta la fase: dalla progettazione ai bandi, fino alla rendicontazione. E ci concentriamo su cinque direttrici di intervento: scuola, innovazione, infrastrutture, ambiente, Zone economiche speciali. Doteremo ogni Zes di un commissario: chi vuole investire al Sud deve sapere con chi parlare».

Basterà per evitare sprechi?

«Useremo lo sblocco del turnover per arricchire le amministrazioni locali di competenze nuove: architetti, informatici, ingegneri. Se un sindaco deve fare un progetto e poi il bando per costruire un asilo potrà rivolgersi alle centrali di committenza regionali e scaricare bandi e progettazioni standard che potrà poi anche adattare. Questo non solo per velocizzare, ma per avere appalti trasparenti e tracciatili in chiave di lotta alla corruzione e alle mafie».

Il Sud è un deserto industriale. La finanza si riscopre malata. Le crisi dell’ex Ilva e la popolare di Bari ce lo ricordano. Con lo Stato che interviene per salvare il salvabile.

«Rifiuto la definizione di Sud come deserto industriale. A Mola di Bari si producono componenti che vanno su Marte. Ma veniamo da 7 anni di recessione e la ripresa debolissima non è riuscita a sanare le ferite dell’austerità. Il governo però si è mosso bene. Dobbiamo superare il tabù dell’intervento pubblico, se questo significa affiancare il privato per trasformare l’ex Ilva nello stabilimento leader in Europa perla produzione di acciaio verde. E tutelare i risparmi della Popolare di Bari oltre a favorire la nascita di una banca pubblica per gli investimenti».

Il reddito di cittadinanza per gran parte finisce al Sud. Il ministro Bellanova propone di destinare le risorse ad altro. Cosa ne pensa?

«Quanti vogliono cancellare il reddito probabilmente non hanno mai parlato con chi mette insieme pranzo e cena grazie a quel sostegno. Ma la misura va profondamente rivista per correggerne le storture, coinvolgendo gli attori sociali, come l’Alleanza per la povertà, separando gli obiettivi di contrasto alla povertà e attivazione al lavoro. Il reddito da solo però non crea posti. Per quello servono gli investimenti».

I giovani se ne vanno, un quinto dei laureati non torna più. La disoccupazione giovanile al Sud è al 33%. Il tasso di occupazione femminile solo al 41% contro il 70% della Germania. In manovra non c’è nulla per questo.

«La priorità del Paese non è l’invasione degli immigrati che non esiste. Ma la fuga dei giovani. E il non lavoro. Questo governo ce l’ha ben chiaro. I giovani devono poter partire, ma c’è anche un diritto a restare. Nessuno ha la bacchetta magica. E l’emigrazione non si ferma per decreto. Spingeremo gli investimenti, renderemo attrattivo il Meridione. E al tempo stesso introdurremo uno sgravio per chi assume donne. Durerà dieci anni come il piano. Le donne sono il potenziale da liberare al Sud».