Ora le misure per il Sud approvate nella legge di Bilancio regole centralizzate per accedere ai fondi e sgravi-lavoro alle donne. Il ministro Provenzano annuncia anche che «siamo riusciti a salvare 3 miliardi di fondi europei che rischiavamo di dover restituire». E aggiunge: «Dal modello Campania una spinta per l’innovazione. A gennaio il piano Mezzogiorno. Sugli investimenti acceleriamo».

Non solo il pacchetto di misure per il Sud approvato nella legge di Bilancio, il più corposo degli ultimi anni: dalla proroga del credito d’imposta per investimenti all’attuazione della riserva del 34% della spesa ordinaria dei ministeri, dai 300 milioni per le aree interne al Fondo denominato “Cresci al Sud” per favorire l’aumento delle dimensioni delle pmi e renderle più competitive.

Nel bilancio di Peppe Provenzano, da ottobre ministro per il Sud, c’è anche un’altra buona notizia, forse persino impensabile fino a poche settimane fa: «Toccando ferro perché manca ancora qualche giorno alla chiusura dell’anno, posso dire che siamo riusciti a rendicontare la maggior parte dei 3 miliardi di fondi europei che rischiavamo di dover restituire a Bruxelles perché in forte ritar- do di spesa.

Quando mi sono insediato, tre mesi fa, la situazione era a dir poco complicata», dice. E aggiunge: «Si è avviato un nuovo dialogo con l’Europa, c’è stato un grande lavoro svolto dalle nostre strutture operative, d’intesa con le Regioni. Ma ora dobbiamo uscire dall’emergenza, dare un respiro al Sud».

 

Che lezione ha tratto anche da questo allarme per fortuna, a quanto pare, sventato?

«La conferma che per rendere attrattivo il Mezzogiorno occorre puntare anche su una Pubblica amministrazione moderna, innovativa e capace soprattutto sul piano progettuale di raccogliere la sfida della crescita. Non a caso nell’ambito del Pano straordinario per il Sud che presenteremo a gennaio è previsto un impegno forte per rinnovare la Pa al Sud, un po’ come ha fatto la Regione Campania. Ovvero, una ricognizione preliminare di ciò che serve veramente agli enti locali per migliorare le loro performances e predisporre in base ad essa le necessarie coperture».

Nel Piano per il Sud il lavoro resta dunque un obiettivo primario del governo?

«A gennaio sarà il primo punto del rilancio dell’azione di governo. Ci saranno diverse misure, tra cui stiamo definendo un incentivo all’occupazione femminile, che è la vera potenzialità inespressa del Sud. Ci saranno più investimenti per scuola, ambiente, innovazione. Ma la vera sfida è migliorare l’attuazione degli interventi, essere più vicini ai territori».

Si legge anche in questa chiave la nomina di Massimo Sabatini a nuovo direttore dell’Agenzia per la coesione?

«Certamente. L’Agenzia deve tornare ad essere il punto di riferimento operativo della spesa dei fondi per la coesione, europei e nazionali. I suoi dipendenti dovranno girare per le amministrazioni, “sporcarsi le scarpe”».

E con le Regioni inadempienti o prive di personale adeguato come si fa?

«Noi offriremo assistenza e supporto, attraverso le task force. Ma serve soprattutto un nuovo metodo, coinvolgendo direttamente gli enti locali. È li che bisogna rilanciare la spesa, per poter accedere ai fondi, i comuni dovranno seguire procedure standardizzate, sia nei bandi di gara che nella progettazione. Questa semplificazione migliorerà i tempi di messa a terra degli interventi, ma anche la trasparenza, la legalità».

Qual è lo scenario temporale al quale guarderà il Piano per il Sud?

«Pensiamo a due fasi. La prima, triennale, per avere un impatto immediato, già nel 2020, delle misure previste in legge di Bilancio per rilanciare gli investimenti pubblici e privati: non possiamo pensare ad un Pil ancora negativo come quello del 2019. Metteremo a regime la riserva del 34%, nella sua nuova accezione, cioè con assegnazione a monte non solo verifica ex post della spesa. Solo così i fondi europei saranno davvero aggiuntivi.

Poi c’è la rimodulazione dell’Fsc, il Fondo sviluppo coesione, quasi dimenticato. Nel 2018 si è speso 1,7 miliardi, assai poco. In queste settimane abbiamo accelerato, ma dobbiamo portare la spesa annuale almeno a 4,5 miliardi, come prima della crisi. E farlo in particolare su infrastrutture materiali e sociali. La seconda fase incrocerà la nuova programmazione 2021-27, su cui abbiamo avviato il lavoro, per una volta in anticipo. E punterà a disegnare una prospettivapiù ampia, decennale.

E lì che affronteremo processi sempre più inevitabili come la transizione ecologica con scelte chiare, approfondite e coerenti. Per il Sud sono un’opportunità reale, in questi settori mostra già oggi grandi vitalità».

Ci sarà sempre più Stato nell’economia visto che per Ilva e Banca Popolare sarà lo Stato a intervenire in prima persona?

«La presenza di uno Stato forte in situazioni di crisi è una garanzia anche per il capitale privato. Come ha spiegato anche ieri il presidente Conte, lo Stato non interviene in un’ottica di salvataggio ma per aprire nuove opportunità agli investimenti privati. Il ruolo della nuova Banca per investimenti al Sud sarà proprio questo».

Intanto però bisogna fare i conti con la voglia di autonomia rafforzata delle Regioni più ricche del Nord: non rischia di essere un alibi
per chi sostiene che state pensando solo al Mezzogiorno?

«Non credo. Intanto il lavoro fatto dal collega Boccia è stato un importante passo avanti. Toccherà poi al Parlamento definire i confini della cornice istituzionale di riferimento e non più agli accordi bilaterali tra governo e Regioni, una garanzia per tutti. In ogni caso io ero e resto convinto che la priorità è la definizione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni: non per difendere il Sud, ma i diritti di cittadinanza sanciti nella Costituzione».

Il 2020 porterà anche i commissari alla guida delle Zes?

«Certamente. Ma è bene chiarire un punto: noi vogliamo che le Zes siano messe in condizione di funzionare, pur nella consapevolezza che non saranno la panacea per il Sud. Dobbiamo creare le condizioni per attrarre nuovi investimenti nel sistema portuale del Sud, altrimenti anche i commissari potranno ben poco».

Si avvicinano le elezioni regionali anche in Campania: lei è per un De Luca bis?

«Decideranno i democratici campani. Io riconosco alla Regione un grande dinamismo in questi anni, in vari settori, migliorando la pesante situazione ereditata dal centrodestra. Credo però che sia necessario un quadro di alleanze più ampio per avere il consenso necessario a proseguire questo sforzo».