Anna Finnocchiaro
SARA MINELLI / Imagoeconomica

Un sistema proporzionale pare, alla luce dei lavori parlamentari, l’unica soluzione ampiamente condivisa per la riforma elettorale. Alla luce di ciò, il tema della stabilità dei governi scivola sul terreno delle alleanze politiche pre e post elettorali, reso insidioso dalla sostanziale equivalenza di almeno due delle forze in campo, Pd e M5 S, dal protagonismo delle “terze forze”, Forza Italia e Lega, e dal disordine che attraversa i partiti minori, stretti anche da rigidità irriducibili rispetto a possibili alleanze.

 

Lo sbocco inevitabile di questa situazione – sottolineano molti commentatori – sarebbe una grande coalizione tra Pd e Fi. Una soluzione d’emergenza che abbiamo già conosciuto, che potrebbe richiedere l’apporto di altre forze minori e che non appare rassicurante sotto il profilo della stabilità e dell’efficacia politica del governare.

 

Dario Franceschini “sistematizza” sotto il profilo politico questa situazione e sostiene che essa corrisponde alla necessità che si opponga un fronte comune ai populismi di ogni natura, peraltro analogamente a quanto è accaduto e accadrà probabilmente in Olanda, Francia e Germania.

 

L’argomento usato è certamente serio e politicamente suggestivo. Certo, trascura il fatto che in Germania la scelta della Grande Coalizione si fonda su una lunga esperienza istituzionale e su “codici” ben definiti, come il patto di programma e la previsione costituzionale della “sfiducia costruttiva”. Né considera che un’eccellente amministrazione statale, come quella francese, consente un governo della cosa pubblica indipendente rispetto all’esecutivo. Walter Veltroni, dal canto suo, sottolinea la “innaturalità” di un’alleanza tra Pd e Fi partendo da alcuni dati. Né ricordo solo due: la identità riformista del Pd, che verrebbe indebolita e offuscata da questa alleanza, e la difficoltà di trovare punti di convergenza su questioni strategiche come immigrazione e diritti civili.

 

Ora, a me pare che non ci sia discorso sulla ministro dal 12 legge elettorale che possa andare scisso da dicembre 2016 una precisa strategia politica sul quadro delle alleanze con cui ci si presenta al voto e con cui si intenda, in caso di vittoria, governare. E questo un vuoto clamoroso della nostra riflessione politica. E ciò che non è nemmeno detto non può essere, domani, presentato come inevitabile.

 

La scelta di un sistema proporzionale, appena corretto dalla soglia del 5%, non inibisce questa riflessione che, al contrario, va condotta da subito e tradotta in puntuale strategia politica. Presentarsi alle elezioni mantenendo questo silenzio significa fare un doppio danno. Innanzitutto tacere agli elettori un punto essenziale per la decisione di voto, e francamente passare da “la sera del voto bisogna sapere chi governa” a “vedremo poi” mi pare un’acrobazia poco credibile. D’altro canto, non sviluppare oggi una strategia per il dopo rischia di indebolire la proposta del Pd, la sua identità di centrosinistra, la sua affidabilità di rappresentanza di un’area di pensiero e consenso politico articolato su un sistema di valori contrapposto a quello di centrodestra.

 

Di più: io penso che siamo già in vistoso ritardo rispetto ad un’iniziativa politica che il Pd avrebbe dovuto sviluppare nei confronti di ciò che si muove nel campo del centrosinistra, già organizzato o ancora da organizzare, ma che vive in tante esperienze civiche, di associazionismo, di volontariato. Accanto a questo, credo sia giusto e opportuno utilizzare al meglio il tempo che ci separa dall’appuntamento con il voto, portando a compimento una serie di riforme già avviate, che se approvate darebbero maggiore forza e credibilità al nostro Paese e all’impronta riformista del Partito Democratico: penso a provvedimenti già in dirittura d’arrivo come il processo penale, la concorrenza, il delitto di tortura, ma anche al nuovo codice antimafia, lo ius soli, il biotestamento. Sciogliere il silenzio e agire di conseguenza deve essere il nostro lavoro in questi mesi.

 

Il Pd deve tornare a essere, senza prepotenza ma con responsabilità, l’asse di riferimento all’interno del panorama politico di un mondo ampio, culturalmente progressista e sinceramente riformista. Un impegno che passa anche per la ridefinizione dei rapporti con il sindacato, a cominciare dalla Cgil, dopo i “no” opposti negli ultimi anni alle principali riforme promosse dal governo. La ricerca reciproca di un terreno di confronto comune appare quindi urgente per rispondere allo smarrimento provocato in molti elettori. Il Pd cioè deve agire da Pd.

 

Potrebbe non bastare, alla luce dei risultati elettorali? Certo, potrebbe anche non bastare. Ma solo allora sapremo se, di fronte ai numeri, saremo costretti a schierarci senza esitazioni dalla parte di chi intende difendere l’Italia e l’Europa dai rischi del populismo, della xenofobia, dell’antieuropeismo. E potremo farlo forti di un’identità chiara, rafforzata da un percorso condiviso, capace di incidere in maniera più decisa sulle scelte di governo.