Andrea Orlando

«È una legge garantista. Attenzione a buttarla alle ortiche per un articolo che ne rappresenta l’un per cento». Il Guardasigilli Andrea Orlando, con Repubblica, difende il nuovo Codice Antimafia, «che va assolutamente approvato in questa legislatura».

I “nemici” del Codice si stanno moltiplicando. Dai fini giuristi alla destra supergarantista. Non vede già il binario morto?
«È molto importante che il Codice venga definitivamente approvato perché contiene misure di contrasto forte contro la criminalità organizzata, in particolare sul fronte economico, che finora non esistevano, a partire dalla confisca allargata per le ecomafie, la maggiore snellezza nella procedura del passaggio dal sequestro alla confisca, e poi – finalmente – un’Agenzia per i beni confiscati in grado di gestire l’enorme patrimonio che oggi rischia di andare in malora e di non essere utilizzato, diventando il peggior regalo ài boss per screditare lo Stato».

Beh, ma di tutto questo si è parlato poco in questi giorni. Alla fine pare che il Codice sia solo un’arma invasiva e giustizialista contro i corrotti…
«Mi spiace che il dibattito su un singolo articolo cancelli il carattere fortemente garantista di alcune misure contenute nel Codice. Come quelle che trasformano la procedura del sequestro dei beni in un mini processo, mentre oggi l’interessato non può nemmeno difendersi. O quelle che introducono un istituto molto importante come il “controllo giudiziale”, per cui quando l’infiltrazione mafiosa è solo all’inizio non si procede al sequestro, ma si nomina un “controllore” che ripulisce l’azienda senza toglierla alla proprietà, quando essa è stata vittima della mafia. Una terza novità, importantissima, è il regime d’incompatibilità tra chi gestisce i beni sequestrati e i magistrati per evitare altri casi Saguto a livello nazionale. Mi dispiace che tutto si sia ridotto alla discussione su un singolo articolo, su cui peraltro sono state dette cose molto lontane dalla verità».

L’elenco dei detrattori è lungo. Ultimo Renzi che chiede di recepire i suggerimenti di Cantone e Canzio. Ma visto che il Codice, nel testo Camera, era ancora più duro non lo si poteva criticare prima?
«Se queste misure dovessero provocare effettivamente dei danni gravi, allora meglio tardi che mai, quello dei tempi non è un argomento dirimente. Semmai il problema è un altro, avere la garanzia, se proprio bisogna intervenire, che non si butti l’intero ddl alle ortiche, perché tutto il resto è molto più importante del singolo punto della corruzione».

Lei che pensa di quella norma? La condivide?
«Ci sono pareri di Cantone e Canzio che rispetto, ma ci sono anche quelli di Roberti e del Csm che vanno in un’altra direzione. Forse la stesura della Camera era eccessivamente generica. Ma oggi l’estensione delle misure di prevenzione alla corruzione è stata corretta perché per esserci la misura non basta che ci sia uno dei reati della platea della corruzione, ma bisogna dimostrare la presenza di un’associazione che abbia un carattere duraturo nel tempo. Insomma, un’organizzazione che deve assomigliare molto a quella di tipo mafioso, tanto più in un momento in cui le reti corruttive e mafiose che commettono questo reato spesso si confondono».

Scusi, tutti parlano di lotta alla corruzione, poi quando si crea uno strumento forte, arrivano i Gianni Letta e i Niccolò Ghedini a bussare alla porta del Pd per protestare e chiedere misure più blande. Non è un po’ schizofrenico?
«Noi, i passi più importanti contro la corruzione, quello che l’Ocse chiedeva all’Italia, lo abbiamo fatto, dall’autoriciclaggio, al falso in bilancio, alla riforma della prescrizione. Da questo punto di vista non dobbiamo dare ulteriori prove a nessuno. Il punto è un altro, è capire se questo strumento è utile per combattere la corruzione oppure complica soltanto la vita. Ovviamente è una discussione lecita. Non mi pare che l’ultima stesura si presti ad arbitri perché contiene la soluzione alle principali preoccupazioni sollevate…».

Non vede che i dubbi proliferano e il Pd di Renzi li raccoglie?
«Se in un confronto a 360 gradi emerge che sussistono ancora dei rischi interpretativi, allora vediamo se è il caso di intervenire. Ma partendo dal presupposto, insisto, che non si può buttare alle ortiche il 99% del provvedimento che non è mai messo in discussione. Tant’è che la commissione Antimafia l’ha votato all’unanimità e alla Camera è stata a favore anche la Lega ed è passato con una maggioranza molto più ampia dí quella del governo».

Ha già un’idea?
«Facciamo una valutazione laica per vedere se, senza fare crociate, sono possibili delle modifiche. Arriviamo a settembre con una verifica fatta congiuntamente, ben sapendo che gran parte di questa montatura si basa su un equivoco».

Facciamo un calendario. Alla Camera il Codice approderà a settembre. Vede i tempi per due passaggi?
«Non lo so, perché le condizioni del Senato sono complicate. Intanto vediamo prima se sì deve intervenire. E se sì, deve. Si tratta di una questione specifica su un singolo punto di un singolo articolo, non di un impianto. Si può anche decidere di utilizzare per altre eventuali modifiche un altro veicolo normativo».

Cassazione e Consulta non potrebbero assestare la norma?
«Solitamente la giurisprudenza ha delineato in modo preciso l’ambito di intervento di questi strumenti. Se si crede che non funzionerà, ripeto, c’è la massima disponibilità a cambiare, ma a patto che non si butti via tutto. Perché questo ddl risolve i problemi di una piccola Iri con un patrimonio di miliardi che rischiano di andare in malora».