Il candidato sindaco a Bologna, Matteo Lepore, si racconta in una intervista al settimanale Sette del Corriere della Sera.

“Sono entrato prima in una palestra che in una scuola. E ho imparato prima ad ascoltare che a parlare. La timidezza mi ha accompagnato fino a quando non ho incontrato la politica: avevo diciassette anni, giocavo a basket e seguendo alcuni compagni di squadra finisco ad un’assemblea della Sinistra giovanile sulla politica estera. A un certo punto alzo la mano, chiedo la parola, me la danno, parlo. Qualche settimana dopo ero candidato nel mio quartiere, Savena”.

“In famiglia si parlava di politica poco o nulla: che mio nonno fosse socialista, per esempio, l’ho scoperto conoscendolo, solo quando è andato in pensione. I miei genitori sono stati impiegati di banca. Papà ha sempre avuto questa passione per la pallacanestro, in casa si parlava molto di sport e di pallacanestro, non di politica”.

Lepore usa spesso la parola “sinistra” e spiega “Io credo che sinistra e destra ci siano ancora: la differenza tra le due è ancora più visibile ed evidente rispetto al passato recente, le prossime elezioni politiche vedranno progressisti e sinistra di qua, sovranisti e destra di là”.

Io sono un riformista: costruire asili nidi è riformista, sostenere il lavoro è riformista e anche farlo attraverso gli accordi tra sindacato e Confindustria è riformista. Il riformismo è realizzare delle cose che affondano le loro radici nelle case delle persone, non farle semplicemente perché ce lo chiede Bruxelles: la prima cosa si chiama politica, la seconda è un esercizio della tecnica”.

Ho sempre preferito Ulisse ad Achille, la conoscenza alla forza, il pensatore al guerriero. Dopo Ulisse, Antonio Gramsci, Giorgio La Pira, e Carlo Levi, i cui scritti segnalano ancora oggi alla politica l’urgenza di tornare a fare inchiesta sociale, a scoprire l’Italia più profonda”.
Lepore continua “Non sono d’accordo con chi dice che la politica non è una professione: un medico studia dieci anni per arrivare a salvare la vita di una persona; non si capisce perché un politico, che può salvare una comunità, debba avere un tempo limitato”.

E chiude: “La sinistra credo debba lavorare nella direzione di chi ha bisogno, nella direzione del lavoro, nella direzione di chi cerca di rimontare tutti i giorni il tragico svantaggio fissato dalle diseguaglianze sociali, che a volte pare irrecuperabile ma che irrecuperabile non è. Lo spirito della mia città, Bologna, è questo”.

Per intero la conversazione tra Matteo Lepore e Tommaso Labate su Sette, settimanale de Il Corriere della Sera.