Carlo calenda Direzione nazionale
CARLO CALENDA - Ph. Imagoeconomica

Il ministro Di Maio ha preso una posizione coraggiosa su Ilva smentendo le farneticazioni di Grillo. Gliene ho reso pubblicamente merito. Era giusto farlo. Cosi come è giusto che voglia farsi un’idea sul dossier sentendo tutte le parti. Il tempo però è poco. Il 30 giugno scadrà il termine per la cessione. Entro quella data deve essere raggiunto l`accordo sindacale. In caso contrario Mittal potrebbe andarsene o rinunciare alla clausola sospensiva relativa all’accordo sindacale e procedere direttamente con le assunzioni.

Un’eventualità da scongiurare perché foriera di forti tensioni sociali. Si può in alternativa estendere fino a 90 giorni il termine per la conclusione della trattativa ma ciò comporterebbe un rifinanziamento di Ilva. Anche in questo caso il tempo per mettere in discussione tutto non ci sarebbe. Nazionalizzazione, chiusura parziale, de-carbonizzazione, sono soluzioni impraticabili. Infilarsi in questi vicoli ciechi perdendo l’acquirente porterebbe alla chiusura.

L’Aia di Ilva è la più restrittiva in Ue. Gli investimenti ambientali e produttivi, 2,4 miliardi a cui si aggiungono 1,08 per le bonifiche rinvenienti dalla transazione Riva, renderanno Ilva la migliore acciaieria del continente per standard ambientali e tecnologici. Fino a quel momento la produzione sarà limitata a 6 milioni di tonnellate per tenere le emissioni ben all’interno dei limiti di legge. Si deve dunque chiudere presto l`accordo sindacale. Le parti si sono incontrate molte volte avvicinando le posizioni, ma senza raggiungere un’intesa.
Il nostro governo è intervenuto proponendo un accordo. Questi i punti salienti:

  1. 10.000 assunti dalla nuova Ilva allo stesso livello salariale, inquadramento e diritti attuali;
  2. 1.500 persone in carico alla società mista costituita da Invitalia e Amministrazione straordinaria per svolgere per la nuova Ilva i servizi esternalizzati e le bonifiche;
  3. incentivo volontario all’esodo per 2.000 persone con una combinazione di 5 anni di cassa e 100.000 euro di bonus;
  4. Garanzia finale, da parte della Società per Cornigliano e di quella per Taranto, di assunzione delle persone eventualmente rimaste senza prospettive alla fine del piano.

Nessuno dei 13.800 dipendenti avrebbe perso il lavoro, il salario o l`inquadramento. Tutti avrebbero avuto la certezza di un posto di lavoro a tempo indeterminato. Insieme all`accordo sindacale si sarebbe dovuto firmare un protocollo d`intesa, condiviso con il sindaco di Taranto, che prevedeva:

  1. anticipo degli interventi ambientali;
  2. piano bonifiche;
  3. rafforzamento del monitoraggio sul rischio sanitario;
  4. tutela dell’indotto;
  5. fondo sociale e altri punti minori.

Le ragioni del rifiuto dei sindacati sono state in parte politiche – alcune sigle hanno contestato la legittimità di un governo prossimo alla fine di proporre un accordo – e in parte di merito.
Oggi rimangono i punti di merito. I principali sono aumentare le assunzioni da parte di Mittal, da 10.000 al numero di lavoratori attualmente impiegati al netto della cassa integrazione, e avere la garanzia di Mittal sull’assunzione delle persone eventualmente rimaste nell’amministrazione straordinaria alla fine del piano industriale (2023).

Esiste poi una questione relativa al premio di risultato il cui riconoscimento va anticipato rispetto alla proposta di Mittal. Sono punti che possono essere risolti con il supporto del governo, mantenendo l`impianto dell`accordo già proposto e rafforzandolo nei punti citati.

Per raggiungere un accordo va considerata la possibilità di usare una parte, più ridotta possibile, del prezzo, pari a 1,8 mld, per coprire una porzione dei costi aggiuntivi relativi al nuovo accordo. Visto il rischio concreto di chiusura anche per i creditori di Ilva questa soluzione potrebbe risultare accettabile. Queste cose avrei voluto dirle al ministro direttamente. Non c’è stata l’occasione. Spero che gli siano comunque utili per evitare la chiusura del più importante impianto industriale del mezzogiorno.