Gianni Cuperlo
GIANNI CUPERLO

Subito dopo le elezioni, il Pd «ha detto la cosa giusta: abbiamo subito una sconfitta storica e da un ruolo di minoranza incalzeremo il governo». Ora però, 50 giorni dopo, bisogna «discutere se ci sono delle novità», invita l’ex deputato Gianni Cuperlo, alla vigilia di una settimana che potrebbe chiamare in causa i dem.

Se domani arrivasse un mandato esplorativo al presidente della Camera Fico, per sondare eventuali convergenze Pd-M5S, come vi dovreste comportare?
«Immagino che il Pd incontrerà il presidente incaricato e ne ascolterà le intenzioni, tenuto conto di una spinta che Di Maio ha perseguito in questi giorni per un accordo con Salvini. Io temo quello scenario: considero un governo con un forte condizionamento della Lega una via destinata ad aggravare i problemi del Paese».

Pensa che si debba abbandonare l’arrocco a tutti i costi?
«Arroccarsi è sempre un errore. Per un partito della sinistra assumere l’iniziativa politica e non subirla è decisivo. Dopo il voto abbiamo detto la sola cosa giusta; il punto dopo 50 giorni è che nessuno ha vinto davvero e un governo non c’è. A questo punto è saggio ascoltare le indicazioni del capo dello Stato e discutere se vi sono delle novità di fondo. Ho chiesto che si riunisca la Direzione per questo».

Ritiene possibile discutere di un governo con il M5S?
«Verso il primo partito del Paese bisogna avere rispetto: la legittimazione reciproca valeva anche al tempo della Guerra Fredda. Ma Di Maio dice “a Palazzo Chigi io o nessuno” e aggiunge di voler firmare un contratto con la Lega o con noi, tipo duca di Mantova, “questo e quello per me pari sono”. Così la politica evapora e rimane solo la sensazione di un’ansia di potere che confligge con le parole di quel Movimento».

Se quindi Di Maio scegliesse definitivamente voi e facesse cadere l’obbligo di se stesso a Palazzo Chigi, magari aprendo a Fico, ci sarebbe uno spiraglio?
«Ripeto: da quasi due mesi chi ha vinto tiene l’Italia appesa a un confronto di potere. Bobbio ammoniva la sinistra dicendo “discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura. Decidano la loro natura e avranno chiaro anche il loro destino”. Mi permetto di prestare la citazione al M5S».

Quali condizioni dovrebbe mettere il Pd per un eventuale governo con i Cinque stelle?
«Al netto che l’ipotesi in questo momento non è in campo, non ragiono di condizioni. A Di Maio vorrei chiedere: tra l’Europa di Visegrad e quella di Ventotene dove si collocherà il futuro governo italiano? E su Putin? Sui migranti? Gli vorrei chiedere come pensa di intavolare un dialogo se continua a giudicare l’ultima legislatura come una sequenza di fallimenti».

Intanto, la situazione interna del Pd è ancora sospesa. Quando vi riunirete per discutere?
«Io avrei tenuto la nostra Assemblea nazionale, perché spingere la tua comunità a discutere e correggere gli errori è la premessa per rialzarsi».

Pur silente, quanto Renzi condiziona ancora le vostre scelte?
«Renzi si è dimesso assumendosi le sue responsabilità. Non voglio derenzizzare il Pd. Vorrei un altro Pd, anche col concorso di chi lo ha guidato prima, ma nel segno di una discontinuità di contenuti e classi dirigenti».

Avete rinviato l’Assemblea congelando la scelta sul nuovo segretario: quale sarebbe secondo lei la soluzione migliore?
«Ho dato sostegno alla fatica di Martina e accettato l’idea di una nuova collegialità. Purtroppo non vedo molti segnali coerenti con questo intento. Dica la maggioranza, che è tale in assemblea, se si riconosce ancora nell’impegno di Martina. Serve chiarezza. Si preferisce un congresso? Bene, poi mi batterò per cambiare le regole, superare l’identificazione segretario premier e rivedere i criteri di chi può votare».

Oggi si vota in Molise e tra una settimana nel suo Friuli: il Pd non è stato troppo assente da questa campagna elettorale?
«No, anche se un colpo come quello del 4 marzo pesa. Io andrò a Trieste a sostenere il Pd e la nostra coalizione. L’ho sempre fatto e non ho cambiato idea o stile».