Imagoeconomica

Ministro Claudio De Vincenti, che ruolo può giocare il Pd in questa crisi?
«Occorre partire dall’invito che Mattarella ha fatto al massimo senso di responsabilità da parte di tutte le forze politiche. Significa soprattutto due cose. Ispirare le proprie scelte e la propria azione al senso delle istituzioni. E il rispetto della volontà espressa dagli elettori».

E quindi?
«Occorre tenere su piani diversi la questione delle presidenze delle due Camere e la formazione del governo. Così vuole il corretto funzionamento delle istituzioni. Per le Camere tutti devono avere come obiettivo quello di arrivare a delle figure che siano di garanzia per tutti».

E per il governo?
«Qui entra in gioco il rispetto della volontà degli elettori. Nel caso del Pd significa prendere atto di una pesante sconfitta elettorale. Essere noi oggi a porci il problema della formazione del governo sarebbe irrispettoso del voto e contrasterebbe con il senso delle istituzioni. In questo momento non sta a noi a porci il problema. Un governo Pd-5 Stelle non sta né in cielo né in terra, e neanche uno Pd-centrodestra».

E nel caso di un governo di minoranza?
«Non possiamo aumentare la confusione avallando posizioni che mettono a rischio il posto dell’Italia in Europa o la ripresa economica».

Come spiega la crisi del Pd?
«Se dopo quanto abbiamo fatto in questi anni per ridare un futuro al nostro Paese, ed io i risultati li rivendico senza esitazioni, gli elettori ci puniscono, è evidente che è mancata una sintonia con le persone in carne ed ossa. La ripresa dell’economia e dell’occupazione non sono bastate, data la profondità delle ferite che la crisi aveva prodotto nel tessuto sociale. Alla fine siamo stati paradossalmente percepiti come più attenti a chi si rimetteva in moto che a chi restava indietro. Le misure che abbiamo preso sono state di grande respiro, economico e sociale, ma le ferite sociali della crisi del 2008 sono così profonde che ci vuole tempo perché queste misure arrivino a cambiare la vita quotidiana della gente».

Per anni avete dato l’immagine di una guerra fra bande, come deve cambiare il Pd per ritrovarsi?
«Deve ritrovare la capacità di parlare ai sentimenti e all’intelligenza delle persone, farsi carico dei loro problemi e risolverli. Non ha bisogno che ci sia una caccia al colpevole e vanno evitate le chiusure reciproche, l’incomunicabilità all’interno del partito, altrimenti si rischierebbe di mettersi davvero sul piano inclinato di un declino inarrestabile. Con le dimissioni Renzi ha sgombrato il campo da ogni equivoco».

In questi anni avete dimostrato di avere un problema di metodo nelle decisioni, forse persino con il concetto di leadership.
«Esiste un problema di consapevolezza e cultura politica, è ora di cambiare impostazione: serve che ritroviamo il meglio delle culture di provenienza, responsabilità verso la causa comune e verso il nostro Paese. Le regole sono la cornice necessaria, ma lo è anche il riconoscersi a vicenda, superare le logiche di appartenenza legate al passato».