Mezzogiorno

Gentile Direttore,
il 1° ottobre partirà la fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud, che il Suo giornale in questi giorni ha presentato nel migliore dei casi come un’«illusione» (secondo il Vice Direttore Daniele Manca) o peggio, nell’editoriale di Francesco Giavazzi, come l’esempio di una strada che non aiuta le future generazioni e che addirittura «potrebbe avvicinare il Mezzogiorno al Vietnam».
 
Di cosa tratta, si chiederanno i lettori? La misura prevede un taglio del 30% nei contributi a carico dell’impresa per tutti i dipendenti la cui sede di lavoro si trova in una regione del Sud, con una conseguente riduzione del costo del lavoro che non comprime i salari. Entrerà in vigore beneficiando del Temporary Framework della Commissione e dal 2021 sarà estesa, questa è la proposta che stiamo discutendo in Europa, con uno sgravio decrescente, fino al 2029.
 
Da cosa nasce, questa misura straordinaria? Da una constatazione: fare impresa e lavorare al Sud costa di più, per un deficit di produttività legato a un progressivo disinvestimento di lungo periodo nel contesto formativo, infrastrutturale e istituzionale, aggravato dalle politiche di austerità seguite alla crisi precedente, di cui ancora attendiamo i famosi effetti espansivi previsti da Giavazzi. Se lo Stato, ad ogni livello di governo, non ha investito in infrastrutture e servizi adeguati al Sud, in una P.A. efficiente, e tutto questo incide sui fattori di produttività, perché a pagarne il costo devono essere gli imprenditori e i lavoratori?
 
La priorità, per il Sud, con ogni evidenza, è il rilancio degli investimenti. Ma la misura, questa la critica di Giavazzi, anziché incentivare investimenti e innovazione, indicherebbe una strategia per la competitività del Sud basata sul costo del lavoro (la via «vietnamita», niente di meno). Invece, già prima della pandemia, con il Piano Sud 2030, abbiamo messo in campo una strategia coordinata di rilancio degli investimenti pubblici e privati, un impegno assunto con il PNR, che abbiamo iniziato ad attuare in questi mesi e che ora grazie al Next Generation EU potremo potenziare.
 
Siamo partiti proprio mettendo in campo crediti di imposta per gli investimenti, potenziandoli nelle Zone Economiche Speciali legate ai porti e rafforzando per tutto il Sud quelli in ricerca e sviluppo; abbiamo avviato il Fondo “Cresci al Sud” per accompagnare la crescita dimensionale delle imprese e istituito una linea di intervento specifica per le imprese meridionali con il Fondo Nazionale Innovazione. Sono lieto di vedere che Giavazzi, dopo avere per anni attaccato la politica industriale, ora si ispira a Dani Rodrik: uno degli autori citati nel Piano Sud 2030 (lo dico nel caso avesse la curiosità di leggerlo) proprio per descrivere quella strategia incentrata su ricerca e innovazione che ora rafforzeremo. Nel Recovery Plan, infatti, con il Ministro Manfredi, stiamo lavorando a replicare, a partire dalle realtà industriali e scientifiche di qualità già esistenti, nelle città del Sud, degli “ecosistemi dell’innovazione”, sul modello di San Giovanni a Teduccio, a Napoli, dove l’innovazione tecnologica che si realizza per il mondo si sposa all’innovazione sociale nel quartiere. Non proprio il Vietnam, direi.
 
La “fiscalità di vantaggio per il lavoro”, in questo quadro, è dettata dalla necessità di evitare un possibile collasso dell’occupazione nella crisi, che allargherebbe i già drammatici divari che separano il mercato del lavoro del Sud dal resto del Paese, per l’elevata incidenza di lavoratori precari, soprattutto tra quei giovani, dei quali Giavazzi giustamente si preoccupa, che già in molti casi non si sono visti rinnovare i contratti a tempo determinato. L’estensione fino al 2029, seppur decrescente, serve a evitare quanto accaduto negli ultimi anni al Sud, una ripresa debole e senza lavoro (jobless recovery), e soprattutto a moltiplicare gli effetti occupazionali degli investimenti (è quanto emerge da analisi di Banca d’Italia) che, nel 2021-27, raggiungono una mole senza precedenti, nemmeno durante i “trent’anni gloriosi”. Non solo, confidiamo che nell’arco temporale, pur limitato, la misura possa esplicare i suoi due principali effetti indiretti: favorire percorsi di emersione dal lavoro irregolare e attrarre, insieme ad altri strumenti, nuovi investimenti produttivi, intercettando flussi di ritorno in patria di produzioni già delocalizzate (back-reshoring), risalendo posizioni nelle catene del valore e ampliando spazi di investimento per quelle realtà già competitive che in questi anni con troppa fatica sono riuscite a espandersi o che trovano ostacoli che è nostro dovere rimuovere. Tutto questo, significa lavoro buono, di qualità, per quelle nuove generazioni che non dovranno essere più costrette a emigrare in massa, come negli ultimi quindici anni.
 
Insomma, a differenza di epoche passate, questa misura non è alternativa agli investimenti, è anzi il tassello di una strategia mai così ampia, ed è esattamente ciò che in sede europea viene apprezzato e che aiuterà, io credo, a rivedere gli orientamenti del recente passato. Ma a Bruxelles si leggono le carte, le norme, sta maturando la capacità di valutare in modo nuovo situazioni nuove. In Italia, purtroppo, è un costume poco diffuso anche tra le cosiddette élite, e forse è la ragione per cui si ripetono da decenni le stesse ricette economiche, con l’aggiunta di uno scetticismo (a volte giustificato) e una ostilità (spesso inaccettabile) per i provvedimenti destinati a sanare la frattura tra Nord e Sud. Liberare il potenziale di sviluppo dei territori, di tutti i territori, è la principale via per rilanciare lo sviluppo nazionale.