“Da questa drammatica vicenda ne usciremo più forti, ne usciremo migliori”. Abbiamo sentito tante volte questa frase, l’ho pronunciata anche io in queste settimane, tra le riflessioni proiettate al dopo. Come se l’attraversamento della tragedia del Covid19 e il prezzo pagato in termini di vite umane presupponesse già un riscatto, una via di scampo tracciata.

 

Il virus ci ha cambiato la vita, punto. In soli tre mesi ha modificato profondamente le nostre abitudini e le nostre comunità. Anche la politica è cambiata, basti pensare alla portata enorme delle scelte alle quali è stato chiamato il Governo. E alla reazione degli italiani di fronte a doveri e imposizioni senza precedenti nella loro quotidianità.

 

Le istituzioni democratiche a tutti livelli, la pubblica amministrazione, dalla fine dell’ultima guerra non avevano mai subito il richiamo ad uno sforzo così imponente: dare risposte veloci e al tempo stesso complicate a bisogni reali, concreti, per gran parte imprevisti.

 

Nel raccontare la vicenda del Covid19 e di come abbiamo affrontato al Governo la prima interminabile fase dell’emergenza non voglio negare un fondamentale connotato biografico. Non voglio negare che il fatto di essere piacentina mi abbia condizionato: provengo da una delle città più ferite dall’epidemia, sono stata colpita da lutti in famiglia e tra gli amici.

 

E non possiamo nasconderci che l’epidemia e le sue conseguenze hanno travolto tutti sul piano dei comportamenti e delle relazioni, perché la politica si fa anche con l’incontro fisico, il guardarsi negli occhi, la vicinanza. Mi manca la possibilità di abbracciare le persone con le quali condivido le idee, con le quali mi piace discutere.

 

I comportamenti individuali degli italiani in queste settimane sono stati nella grande maggioranza straordinariamente responsabili, anzi talvolta è scattato un meccanismo di presidio sociale reciproco, sintomo di un senso di collettività che non conoscevamo più.

 

E’ un patrimonio sul quale dobbiamo investire nella fase due. Siamo obbligati a partire dall’esperienza del lockdown per superarla facendo i conti con un dato oggettivo: la preoccupazione sanitaria, seppur non scomparsa, è stata sorpassata da quella di natura economica.

 

Il punto di equilibrio più avanzato possibile tra il diritto al lavoro e la protezione della salute di tutti noi è l’obiettivo al quale abbiamo lavorato in queste settimane, attraverso l’interlocuzione costante e irrinunciabile tra i decisori e gli esperti scientifici.

 

Ecco un’altra acquisizione straordinaria di questo tempo, imposta dall’emergenza sanitaria: la politica che ha bisogno del confronto costante con la scienza, delle sue analisi, delle sue previsioni, ma poi decide nella piena autonomia, assumendosene la responsabilità, sulle due questioni che hanno più influenza sulla vita delle persone: la salute e il lavoro.

 

Abbiamo redatto il Documento di Economia e Finanza con il più alto deficit della storia, ci troviamo di fronte al crollo del Pil più repentino del Dopoguerra: in questa congiuntura mai vista far ripartire il lavoro è una domanda che assedia tutti noi. Una tensione verso la riapertura che deve stare dentro a un compromesso razionale con la tutela della salute.

 

Il diritto alla mobilità e al viaggio delle persone investe la sfera della libertà individuale e per questo è garantito dalla nostra Costituzione. Aver sospeso e condizionato questo principio inalienabile è stata una scelta dal peso enorme. Riconquistare oggi la nostra possibilità di muoverci su basi diverse, più sostenibili per l’ambiente e la salute, non può essere soltanto un dovere imposto dalle regole del distanziamento, deve diventare un’opportunità per una vita nuova, meglio organizzata, l’occasione per una mobilità di qualità.

 

L’approccio del Governo non ha ignorato la richiesta di riprendere l’attività del parrucchiere, del piccolo imprenditore o del ristoratore. Aver spostato quell’equilibrio un po’ poco più in là sul fronte del lavoro ha significato l’adozione di procedure rigorose in grado di garantire il massimo della sicurezza negli spostamenti, nel trasporto e all’interno dei luoghi della produzione. Lo abbiamo sperimentato in questi giorni di ripresa generalizzata: ci siamo messi in fila per prendere un mezzo pubblico e attendere il nostro turno. Una piccola fabbrica manifatturiera, con tre o quattro reparti, ha dovuto applicare per i propri operai le regole del distanziamento e distribuire l’orario non solo su otto ore ma su dodici.

 

E’ a partire dal lavoro che l’Italia potrà rialzarsi. La verità è che non ci siamo mai fermati neppure in questi mesi di emergenza, basti pensare che abbiamo mantenuto aperto il 48 per cento dei cantieri, stringendo un patto coi lavoratori e le imprese. Quasi tutte le cosiddette “grandi opere” sono andare avanti senza interruzioni. Ma per colmare il gap infrastrutturale e spingere avanti l’economia in una fase così delicata ci servono quelle piccole e medie opere tanto attese dal Paese e in grado di migliorare in maniera tangibile la qualità della vita delle persone: abbiamo il dovere di mettere a terra tutte le risorse già disponibili senza indugi, come abbiamo fatto in questi mesi al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sbloccando fondi per oltre 11 miliardi.

 

Anche nelle nostre famiglie è successo qualcosa, e non solo perché abbiamo riscoperto in tanti il gusto di stare insieme. Si è riproposto nei fatti il tema della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita per tante donne, che portavano e hanno dovuto portare pesi enormi. Al contempo è sortita una consapevolezza nuova da parte degli uomini e quando torneremo a regime non potremo non partire da questa presa di coscienza: sarà indispensabile una nuova condivisione dei ruoli e dei pesi in seno al contesto famigliare.

 

Naturalmente anche i nostri bambini hanno pagato un prezzo dal lockdown: ho davanti agli occhi mio figlio che ha 4 anni e da quando è iniziata la fase più difficile vive la solitudine senza la scuola materna e una dimensione del gioco e della crescita di forzata autonomia.

 

Forse è singolare parlare di priorità, vista la quantità di domande e di problemi che si è trovato ad affrontare il Governo, ma il tema della famiglia e dei più piccoli è assolutamente al centro delle nostre preoccupazioni. Perché questa è la sfida più ambiziosa da vincere, perché investe il futuro: recuperare la socialità e l’educazione dei nostri giovani. Io credo che si possa fare.

 

Ne discutiamo in tutti i Consigli dei Ministri, perché la volontà di evitare che i più piccoli si ammalino o diventino veicolo di contagio per gli anziani deve fare i conti con l’esigenza di ricominciare una vita sociale anche per loro.

 

Stiamo definendo una serie di prescrizioni e nuovi modelli organizzativi, una disposizione degli spazi educativi in grado di preservare la sicurezza, consapevoli che imporre condizioni di cautela e distanziamento alla libertà assoluta dei bambini è qualcosa di mai provato prima.

 

Il virus ci ha già cambiato. Ma ora tocca a noi comprendere e orientare questo sconvolgimento del destino individuale e collettivo. E’ il compito della politica, tornata prepotentemente importante, costruire uno sviluppo più giusto e sostenibile per la nostra società. Così “ne usciremo più forti, ne usciremo migliori” potrà diventare realtà.

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