Matteo Ricci
MATTEO RICCI

Tiene a distinguere i due piani, Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e responsabile Enti locali del Pd. Una cosa, sostiene, solo le elezioni amministrative, seppure importanti come le regionali in Sicilia, altra le politiche.

La politica ruota intorno alle elezioni di novembre in Sicilia, con un corteggiatissimo Angelino Alfano conteso da Pd e Forza Italia. Ap è davvero decisiva?
«Non si deve mai confondere il piano locale con quello nazionale, anche alla luce dei diversi sistemi elettorali. Alle ultime amministrative il centrosinistra si è presentato in coalizione ovunque, molto spesso con liste civiche di sinistra o di ispirazione centrista. Questo è lo schema ed è lo schema, per restare in Sicilia, che a Palermo ha consentito ad Orlando di vincere al primo turno. Ed essendo il partito di Angelino Alfano fortemente radicato in Sicilia, vorremmo ripetere per le regionali lo stesso schema di Palermo».

Vuole dire che Alfano dovrebbe rinunciare al simbolo e presentarsi sotto insegne civiche?
«A Palermo Orlando ha voluto così per esaltare il civismo. Per le regionali si valuterà, insieme ad Alfano e al candidato alla presidenza, qual è la soluzione migliore. Ma lo schema è quello e credo che possa essere seguito».

Alfano chiede che un’alleanza perle regionali in Sicilia venga estesa a livello nazionale. Nei piani del Pd non c’è questo automatismo?
«Si dimentica che ad oggi è in vigore in Italia un sistema proporzionale con due diverse leggi elettorali. Al Senato c’è il Consultellum con una soglia di sbarramento all’8 per cento e la possibilità di fare coalizioni; alla Camera c’è quel che resta dell’Italicum con un premio di maggioranza al 40 per cento ma senza coalizioni».

Ma una nuova legge elettorale si può sempre fare…
«Sono un po’ scettico, visto il precedente. Una nuova legge potrà esserci solo con un accordo blindatissimo tra i quattro maggiori partiti, Pd, M5S, Forza Italia e Lega. Pensare di modificare la legge elettorale con una maggioranza risicata non è, per il Pd, la strada giusta».

Eppure c’è chi sostiene che al centro della trattativa con Alfano per un’alleanza in Sicilia ci sia anche la legge elettorale, accogliendo alcune modifiche che potrebbero andare incontro alle esigenze di Ap.
«Non è in corso alcuna trattativa sulla legge elettorale, né con Alfano né con altri. Un accordo tra Pd, M5S, Fi e Lega si era raggiunto sul sistema tedesco ma quell’accordo è naufragato al primo passaggio parlamentare. Senza uno solo di quei quattro partiti è impensabile poter pensare di approvare una nuova legge».

Il ragionamento che fa per Alfano vale anche per Giuliano Pisapia e il suo Campo progressista?
«In questi giorni abbiamo detto cose chiare e semplici: la nostra priorità è parlare agli italiani e rafforzare il Pd. Fino a novembre ci concentreremo sulle cose fatte, spiegheremo meglio e bene il lavoro di quattro anni di governo. Gli ultimi dati rafforzano la bontà della nostra azione, dicono che in termini di crescita e di occupazione, siamo sulla strada giusta. Certo, c’è tanto ancora da fare ma le riforme stanno producendo l’attesa efficacia. Dall’altro lato, stiamo lavorando per rafforzare il Pd. Con la nuova segreteria, i dipartimenti, le feste dell’Unità, la presentazione del libro di Renzi, abbiamo messo in campo tutta una serie di iniziative per radicare e rinforzare l’azione politica del partito».

Ma a Pisapia cosa risponde? L’alleanza si farà o no?
«La nostra disponibilità all’unità del centrosinistra c’è sempre, purché si tratti di un centrosinistra credibile, non divisivo, non litigioso, che riconosca la leadership, che provi a parlare agli italiani con una voce comune. Se Pisapia costruisce un progetto politico coerente con questo schema, da parte nostra massima disponibilità al dialogo. Se invece il suo diventa un progetto anti-Pd, anti-Renzi, non ci interessa.
Non c’è centrosinistra senza Pd e chi pensa a un centrosinistra senza Renzi è fuori dalla realtà politica italiana. Pisapia ha sempre avuto questa convinzione, chi guarda a lui no».

Il candidato premier sarà Renzi anche se il Pd, pur primo partito, non dovesse superare il 30 per cento?
«Che il leader del partito è anche capo del governo è scritto nello statuto del Pd. Ma è in tutti i Paesi europei con un sistema proporzionale, dalla Spagna alla Germania, che il leader del primo partito è anche premier». Regole «Modifiche al sistema di voto? Considerati i precedenti sono molto scettico»