immigrati

«È un problema di prefetture, bisogna cercare di programmarle prima le cose. Il ministro Minniti glielo ha spiegato che è così. Senza pianificazione, la situazione diventa insostenibile, e allora è normale che i sindaci reagiscano».
Antonio Decaro, primo cittadino di Bari e presidente dell’Anci, ospita nella sua città 1800 immigrati contro gli 800 previsti. Due giorni fa ha dovuto fare fronte a uno sbarco di 640 profughi e ha chiesto collaborazione alla cittadinanza.
Hanno risposto in tanti, con aiuti, cibo, medicine, ma altrettanti hanno reagito protestando.

Sindaco, come se ne esce?
«Il Viminale sta lavorando con la Libia, il ministro va a litigare in Europa, ed è proprio lì che bisogna intervenire, perché se già 200 mila persone si possono distribuire sul territorio italiano senza che questo crei disagi eccessivi, figuriamoci distribuendoli in Europa. Non se ne accorgerebbe nessuno. L’Italia deve costringere la U e ad aiutarci e lo si può fare solo con i soldi».

 

In che senso?
«Il nostro Governo facesse una proposta choc: se non aprite ai migranti non vi diamo più i soldi. Li diamo ai sindaci che devono reggere l’impatto dell’accoglienza e anche dei tanti cittadini italiani che soffrono perché non hanno lavoro e non sanno come mangiare. Noi diamo 19 miliardi all’Europa e ne riabbiamo indietro 13. Abbiamo i debiti? Provocatoriamente dico: ci cacciassero. Hanno perso già l’Inghilterra, se perdono l’Italia, chi rimane?»

 

Quanti sono i comuni che accolgono in Italia?
«Su 8000 comuni sono 2500 quelli inseriti nel sistema Sprar e Cas, di questi 1200 sono nel sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati. Un sistema che garantisce un limite massimo di accoglienza: 3 migranti ogni mille persone».

 

Ma non erano 2,5 ogni mille?
«Naturalmente dipende dalla quantità di arrivi, l’accordo risale al periodo in cui erano 50 mila. Comunque è un sistema al quale il primo cittadino è libero di aderire, e ha maggiori tutele perché ha la clausola di salvaguardia: più di quelli previsti non ne possono arrivare.
Poi succede che la prefettura fa le gare su basi provinciali, rispondono sempre gli stessi e la pianificazione salta».

 

I sindaci italiani sembrano tutti sul piede di guerra.
«Noi sindaci ci siamo impegnati ad aderire al sistema Sprar dopo la vicenda eclatante di Cona, nel Veneto, dove ci sono 1400 migranti su una popolazione di 3000 persone. E’ normale che in casi così vengano fatte le barricate. Gliene spetterebbero nove. In più a Bagnoli, un comune che è a cinque chilometri da lì, ne hanno mandati 900 su 3500 abitanti».

 

A Messina che è successo?
«E’ successo che è stata fatto una gara, una coop ha messo a disposizione quell’albergo e ci hanno portato 50 persone. Ho sentito il sindaco di Castell’Umberto, mi ha detto: “io non sono razzista, nel mio comune si sono sposati diversi migranti, ho fatto anche il tirocinio formativo. Il problema è che mi ero messo d’accordo con il prefetto che me ne toccavano nove, visto che sto facendo il sistema Sprar. Allora non me ne puoi portare 50, avvertendomi la sera prima”. Ecco, questo è successo, non sono stati rispettati gli accordi».

 

C’erano altre soluzioni possibili?
«Ci sono 5500 comuni che non hanno migranti. Quando si fanno le gare andrebbero rivolte soprattutto a loro. Bisognerebbe coinvolgere tutti quelli che non fanno accoglienza. In Italia ci sono 60 milioni di cittadini, meno di duecentomila migranti non sono niente, soprattutto se si pensa che nel 2016 sono morte 134 mila persone. Vanno praticamente a coprire quel numero».