Errori politici, di conduzione e soprattutto di scarsa “simpatia” con gli elettori, intesa come incapacità di soffrire insieme con loro. Ecco la sconfitta Pd alle urne secondo Enrico Morando, viceministro dell’Economia. Che come tutto il governo Gentiloni resta in carica per l’ordinaria amministrazione, dunque anche per la predisposizione del Def, il Documento di economia e finanza, che in condizioni normali indica la rotta delle politiche economiche per la legislatura.
Ma sarà così anche stavolta? «Le confermo che l’esecutivo di cui mi onoro di far parte sta preparando le basi analitiche per il Def. Quando ci avvicineremo alla scadenza, valuteremo cosa è successo o sta per succedere per la formazione del nuovo governo», dice Morando con l’abituale chiarezza.

Si spieghi meglio, senatore: sarà un Def straordinario?
«No. Se in vista della scadenza per la presentazione del Documento si sarà appalesata la possibilità di un nuovo governo, credo che 1′ esecutivo guidato da Paolo Gentiloni ne prenderà atto e rinvierà la scadenza di alcune settimane per dare modo al nuovo governo di elaborare il suo Def e di presentarlo al Parlamento. In caso contrario, il compito toccherebbe all’attuale esecutivo».

In questo caso che cosa conterrà il Documento sapendo che non sarà questo governo a guidare il Paese per tutta la legislatura?
«Partiamo da una premessa. Nel Def ci sono tantissime pagine ma alla fine quelle fondamentali sono due: la prima contiene la tabella di finanza pubblica a legislazione vigente per il prossimo triennio. La seconda la tabella per il triennio successivo. È evidente che il nostro governo non è in grado di elaborare la seconda tabella per le ragioni che diceva anche lei: non abbiamo una maggioranza che ci possa sostenere in Parlamento specie quando, alla fine del dibattito in aula, si voteranno le risoluzioni al testo base. E allora? Allora il governo Gentiloni, che pure per il lavoro svolto in questi mesi potrebbe indicare un programma completo per il Paese nel Def, dovrà limitarsi alla prima tabella. E lo può fare perché il quadro di finanza pubblica attuale è solido e i conti sono stati messi in sicurezza in questi anni. Il resto, il quadro del triennio successivo cioè, toccherà a chi verrà dopo di noi».

Ecco, ma avere garantito la certezza del bilancio non è bastato a convincere i vostri elettori. Come pure il racconto delle misure economiche che indubbiamente gli ultimi due governi hanno adottato per il rilancio del Paese: come se lo spiega?
«Winston Churchill diceva che per i partiti politici gli errori politici sono peggiori dei crimini. Io penso che il Pd abbia sottovalutato le conseguenze della rottura del Patto del Nazareno sulle riforme costituzionali. La sconfitta referendaria, che ne è derivata, è stata il passaggio cruciale di una parabola discendente durata fino ai nostri giorni. Errori di conduzione, certo, ma anche di costruzione di quello che nel 2007 al Lingotto di Torino l’allora segretario Veltroni aveva indicato come un partito nuovo. In realtà abbiamo pensato che si potesse affrontare una svolta radicale, come quella di non dover essere più la semplice sommatoria di anime che già facevano parte del Pd, con un partito di struttura tradizionale».

Distanti dagli elettori, cioè?
«È stato l’effetto di questa sottovalutazione. Da un partito di iscritti si doveva passare ad una radicale apertura verso gli elettori ma non l’abbiamo saputa realizzare. La conseguenza è stata una perdita di simpatia, intesa come incapacità di soffrire insieme. Ad esempio, con quella enorme parte della popolazione che si sentiva minacciata dal fenomeno dei migranti. Minniti ha fatto miracoli. Ma il Pd ha risposto all’ansia dei cittadini parlando di globalizzazione e delle sue presunte virtù, ritenendo che la propaganda leghista non facesse presa sui ceti popolari».

Tutta colpa di Renzi e dell’antipatia di fette dell’elettorato anche di centrosinistra nei suoi confronti?
«No, il punto non è questo. Senza una solida struttura di partito si fanno errori assurdi come quello di discutere per tre mesi della scissione per poi rendersi conto che era l’unico problema che non avevamo, visto il risultato elettorale di Leu».

Ora è in campo Calenda: che ne pensa?
«Sono estremamente felice della sua decisione di iscriversi al partito. Ci sono migliaia di persone che hanno voglia di rimettersi in marcia. Io stesso ho ricevuto diverse telefonate per sapere come ci si può iscrivere al Pd. In tanti sanno che i due partiti che hanno vinto le elezioni non hanno l’equilibrio per guidare il Paese e guardano a noi. Calenda è stato bravissimo a intercettare questo sentimento. Tutto il resto, se sarà o meno segretario o altro, è almeno per adesso secondario».

Non dovreste ripartire dal Sud dove i 5 Stelle hanno fatto il pieno?
«Non abbiamo capito fino in fondo che le, difficoltà del Sud, già enormi prima della recessione, si erano aggravate drammaticamente negli anni successivi. Era quasi naturale che emergesse la convinzione e anche la speranza che solo l’intervento pubblico potesse risollevare questa parte del Paese. I 5 Stelle hanno proposto l’asse dello statalismo assistenzialista e tanti elettori ci hanno creduto: vediamo questi se riescono là dove nessuno ce l’ha fatta, si saranno detti. Noi però crediamo che la soluzione del problema non sia questa: la proposta su cui lavorare è un progetto in grado di tenere insieme meriti e bisogno non con strategie parallele, com’è avvenuto per misure pure sacrosante come il credito d’imposta per le imprese o il Reddito d’inclusione: agli occhi degli elettori meridionali non sono sembrate un unico progetto, una scelta unitaria. E i limiti strutturali del partito, di cui ho detto prima, hanno allontanato ancor più chi invece avremmo dovuto avvicinare».