Nicola Oddati, coordinatore della segreteria nazionale del Partito democratico e responsabile Cultura e iniziativa politica, risponde all’intervista di Massimo D’Alema per il Riformista. D’Alema, sostiene, a proposito del Pd a 13 anni dalla sua nascita, che questa esperienza ha fallito perché la sua ispirazione originaria era sbagliata.

“Ho grande rispetto per Massimo D’Alema e continuo ad apprezzarne la profondità di analisi, ma non sono d’accordo con lui. Il suo giudizio è statico, come se non ci fosse una evoluzione, un mutamento nel modo di essere, di vivere, di proporre politica, di rappresentare società, di un partito politico. Quando è nato, il Pd rispondeva ad una esigenza, ad un bisogno di andare oltre le tradizioni consolidate in un mondo che era molto cambiato.

Si pensava che dalla fusione, dalla contaminazione di quelle diverse ispirazioni potesse nascere qualcosa di nuovo che potesse non solo rappresentare al meglio il mutamento sociale ma anche avere, come si disse allora, una vocazione maggioritaria, cioè con una politica capace di superare la contrapposizione e di propone un modello riformista e di cambiamento più in linea col mutamento sociale.

lo credo che in quel momento fosse vero. Poi nel corso del tempo, la storia del Pd in questi 13 anni è cambiata.

Questo partito lo vedremo cambiare molto spesso nel corso del tempo, lo vedremo evolversi e avere un approccio anche diverso, come é normale che sia in un’epoca di grandi stravolgimenti. Un partito che rimanesse fermo non sarebbe utile neanche alla società.

Io credo che il Partito democratico, con tutte le sue contraddizioni, sia stato un argine democratico all’avanzare delle destre in Italia”.

 

Limiti.  “Abbiamo abbandonato troppo rapidamente anche opinioni non rivoluzionarie. Il Congresso e la Segreteria di Zingaretti hanno però segnato una svolta. Il Pd ha ricominciato a vivere, ad avere una forza, ad offrire un terreno di rappresentanza politica e a portare avanti la ricostruzione di una identità. Il nodo per la sinistra contemporanea, in tutto il mondo, è uno su tutti: come sostituire lo scambio capitale/lavoro che ha retto il capitalismo per due secoli.

Credo sia possibile ragionare sta una sorta di keynesismo per il bene comune, facendo in modo che vengano finanziate la ricerca, la scuola, le attività di cura per gli anziani, i piani d’inserimento per l’infanzia, tutte attività molto utili che però non hanno una remunerazione immediata, e che hanno molto lavoro vivo a differenza della produzione industriale che finisce per avere sempre meno con la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale lavoro incorporato.

In questo anno, va detto che il Partito democratico è stato alle prese con numerosi momenti topici nella sua vita, e questo gruppo dirigente, abbiamo avuto questo tutto questo tempo scadenzato pressoché quotidianamente da cambiamenti anche un po’ inattesi. Un anno fa, ad agosto, la nascita del Governo: sembrava impraticabile, impossibile un’alleanza con i 5 Stelle che erano gli alfieri del populismo e tuttavia era già iscritta nell’agenda del nuovo Partito democratico di Zingaretti, l’esigenza di un confronto con quella forza”.

 

Alleanze. Avevamo cominciato a parlare di un campo largo della sinistra e del centrosinistia. di una politica delle alleanze, di non essere autosufficienti, di conservare sì una vocazione maggioritaria cominciando però anche a ragionare in termini di alleanze con forze diverse. E poi l’occasione della nascita del Governo, e poi la pandemia che ha oggettivamente impedito, anche alla luce di diversi appuntamenti elettorali, che abbiamo affrontato con spirito combattivo e tutto sommato con risultati abbastanza positivi e con piglio diverso, di mettere mano a quello che più volte Zingaretti ha richiamato, vale a dire l’esigenza di ridisegnare questo partito.

 

Dobbiamo prepararci alla sfida più difficile: gli indirizzi verso cui orientare il Next generation EU, la digitalizzazione, il sapere la cultura, la scuola, il caso Ilva. Saper, ad esempio, che oggi si pone in prospettiva il tema di una riduzione dell’orario di lavoro, di una redistribuzione del lavoro che potrebbe essere accompagnata da forme di reddito universale che permetterebbero di costruire da questo punto di vista maggiore equità e impedire che una parte della popolazione vada sotto la soglia di povertà. Grandi temi, per una forza che ambisce a delineare e a non subire il futuro.

L’intervento completo su Il Riformista