Foto di Alessandro Paris / Imagoeconomica

Segretario, finalmente dopo mesi di impasse qualcosa si sta muovendo sul fronte della riforma elettorale. Prima una proposta che le ha rivolto Berlusconi, proprio attraverso il nostro giornale, sul sistema tedesco. Adesso pure Grillo che sullo stesso tedesco fa votare la base M5S. Davvero un accordo trasversale è possibile?

«In teoria sì, ma la prudenza è d’obbligo. Il Presidente della Repubblica ci ha chiesto di fare un accordo sulla legge elettorale e noi veniamo da una cultura istituzionale per cui gli appelli del Presidente della Repubblica sono impegni vincolanti per i partiti, specie per il partito di maggioranza. Dunque lavoriamo per rispondere all’invito di Mattarella. Certo il sistema tedesco ha qualche pregio, a cominciare dalla soglia del 5%. Ma è noto a tutti che io avrei voluto tutt’altro tipo di legge elettorale: non è la mia prima scelta, anzi. Vediamo che cosa diranno gli altri e poi ci muoveremo con responsabilità e coerenza».

 

I grillini che finalmente si siedono a un tavolo politico: si fida?

«I grillini non sono gli ingenui idealisti che vogliono far credere di essere. Hanno una struttura molto organizzata. Se scelgono il tedesco lo fanno perché sanno che conviene a loro. E che un’alternativa potrebbe penalizzarli per vari motivi. Dunque non mi fido che abbiano a cuore l’interesse generale: mi fido del fatto che faranno i loro interessi».

 

Lei ha sempre detto che l’importante è avere un sistema elettorale che consenta la sera delle elezioni di sapere chi ha vinto. Pensa che con il sistema tedesco possa essere così?

«Ovviamente no. Lo dico con grande amarezza ma il mio sogno di avere una sola Camera, meno poteri alle regioni, il ballottaggio e dunque la certezza della vittoria, è morto il 4 dicembre con la sconfitta al referendum. Abbiamo sempre detto che l’alternativa sarebbe stata la palude. Io mi sono assunto le responsabilità della sconfitta, dimettendomi da Chigi e dal Nazareno. Ho detto che sarei tornato soltanto con i voti. Ma è ovvio che l’occasione persa col referendum non tornerà per decenni. E allora dobbiamo essere pragmatici. Il tedesco è un passo in avanti per uscire dalla palude, ma non è la soluzione per tutti i problemi. Il rischio di non avere una coalizione per governare è molto alto. Ma fa ridere che chi mi ha accusato per anni di volere un sistema in cui ci fosse un uomo forte e un governo stabile, oggi mi accusi per le ragioni opposte».

 

Ci sono dei paletti che il Pd ritiene indispensabili, per la legge elettorale?

«Sì. La presenza del nome o dei nomi sulla scheda accanto al simbolo: la gente deve sapere per chi vota, non come con il Porcellum dove si votava un simbolo e neanche si conoscevano i nomi dei candidati. E naturalmente lo sbarramento al 5%: se deve essere modello tedesco, che tedesco sia anche lo sbarramento».

 

Alfano chiede che si cerchi prima un’intesa all’interno della maggioranza e solo dopo si guardi fuori: cosa risponde?

«Quella di Alfano è una riflessione suggestiva ma se siamo arrivati a questo punto è perché alcuni settori della maggioranza hanno pensato di poter rimandare, rimandare, rimandare. Credo che comunque sul sistema tedesco, che da anni segna la vittoria dei popolari europei della Cdu, un popolare europeo come Alfano non farà fatica a riconoscersi».

 

L’accordo sulla riforma comporta anche l’accordo tra le forze politiche per votare subito dopo aver varato la legge? Insomma, se il Parlamento fa sul serio davvero potremmo andare alle urne con la Germania a fine settembre?

«Mi sembra che Grillo e Lega colleghino l’appoggio al “tedesco” all’accelerazione. La posizione di Forza Italia, del Pd e della sinistra radicale appare più sfumata. Le elezioni tedesche sono sempre uno spartiacque nella politica europea, nel bene e nel male. Dunque votare con Berlino avrebbe un senso per molti motivi a livello europeo e consentirebbe al nuovo Parlamento di impostare senza perdere nemmeno un giorno cinque anni di nuova politica economica. Vediamo che cosa dicono gli altri: il Pd non chiede le elezioni anticipate. Ma non le teme. Siamo la prima forza politica del Paese, noi facciamo politica coi voti e non coi veti».

 

C’è chi già teme cosa accadrà subito dopo: una maggioranza difficile da costruire e un’inevitabile grande coalizione, ammesso che anche per questa ci siano i numeri. Berlusconi sembra averla messa nel conto, e lei?

«La Merkel in Germania corre per vincere, da sola. Non per fare la grande coalizione. Se non ci sono i numeri, è ovvio che debba fare accordi con altri partiti. Per noi sarà lo stesso: il tedesco significa questo, non altro. Berlusconi è stato per anni leader del governo, è esponente del Ppe e compagno di partito della Merkel: conosce le regole istituzionali tedesche quanto me. Il mio obiettivo è sconfiggere Berlusconi, non allearmici. Poi, è ovvio, dipende da quanti voti ciascuno prenderà».

 

Ha già avuto modo di parlare direttamente di questi temi con Berlusconi? E’ in agenda, come si sente dire, un vostro incontro?

«Il mio rapporto con Berlusconi è un tema su cui si favoleggia a giorni alterni. Negli anni pari ci accusano di andare avanti da soli e non fare accordi istituzionali, negli anni dispari di fare vergognosi inciuci e patti sotterranei. Inviterei tutti a fare pace con la realtà. Non vedo Berlusconi da oltre due anni. Non avrei problemi a incontrare né lui, né altri leader. Ma al momento non è in agenda».

 

Non c’è il rischio che votando con questa tempistica si apra una nuova fase di instabilità finanziaria, visto che non è chiaro quale maggioranza di governo dovrà poi varare la legge di stabilità, tra le misure impopolari che la prossima manovra inevitabilmente conterrà e il taglio a fine anno del quantitative easing da parte della Bce?

«Dopo le elezioni tedesche e fino al voto, l’Italia sarà l’osservata speciale dei mercati. L’eventuale anticipo del voto non genera l’incertezza, ma la riduce. Tuttavia non saranno i mercati a decidere che cosa faremo ma il Presidente della Repubblica, seguendo le procedure costituzionali. Se si vota a febbraio questo Parlamento farà la legge di bilancio. Se si vota in autunno la legge verrà votata dal prossimo Parlamento. L’importante è che il governo qualunque esso sia ottenga buoni risultati da Bruxelles e continui nella strategia di abbassamento delle tasse e di sostegno alla crescita».

 

Per quanto riguarda i rapporti a sinistra, la vicenda voucher sta creando non poche tensioni. Ha visto che nello stesso Pd c’è chi dice che non voterà l’emendamento dem e altri che sospettano che abbiate voluto mettere in difficoltà il governo. Ci dice come stanno davvero le cose?

«La decisione di abolire i voucher prima e di inserire un nuovo strumento poi è stata presa dal governo. Noi sosteniamo il governo, noi sosteniamo Gentiioni. Quindi abbiamo fatto ciò che il ministro Finocchiaro ci ha chiesto di fare. Nessuno provi su questo a giocare a scaricabarile: noi non cerchiamo trappole né incidenti parlamentari. Faremo tutto ciò che il governo indicherà. Punto. E nel Pd vale la regola del principio di maggioranza: si vota quello che decide il gruppo, tranne i casi di coscienza. Sui voucher la partita è totalmente giocata dall’esecutivo».

 

Rai: venerdì si è dimesso Campo Dall’Orto. Lo volle lei a viale Mazzini poi ha cambiato idea?

«Io ho scelto Campo Dall’Orto e sinceramente mi dispiace che si sia dimesso. Seguire la Rai non è mai stata la mia priorità, come del resto in tanti mi hanno contestato. Il nuovo dg lo sceglierà il governo. A quelli che dicono che noi abbiamo cacciato il dg ricordo che la persona che conosco meglio nel cda, Guelfo Guelfi, è l’unico ad aver votato a favore del piano di Campo Dall’Orto. Mi spiace per la decisione di Antonio. Diciamo che alla Rai è andata malaccio, peccato, mentre le nomine in Eni, Enel, Poste, Ferrovie e tante altre realtà aziendali e istituzionali sono andate decisamente meglio».

 

Il Papa da Genova è sembrato criticare il reddito di cittadinanza proposto da M5S. Secondo lei?

«Nessuno strumentalizzi il Santo Padre, certo il Papa non parla al mondo pensando ai Cinque Stelle. Le Sue parole di ieri a Genova sono però una pietra miliare in linea con la Dottrina sociale della Chiesa e con l’alto compromesso raggiunto dai costituenti sull’articolo 1 della Costituzionale. Non il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. E la necessità di sostenere gli imprenditori anziché gli speculatori. Le sottoscrivo integralmente».

 

Il G7 lo volle lei a Taormina. Si è appena concluso, utile o buco nell’acqua?

«Non so come è andato il dibattito sui dossier. Ma dal punto di vista scenografico e organizzativo Taormina, la Sicilia e l’Italia hanno ottenuto un trionfo di immagine e di richiamo mediatico straordinario. Ne sono felice e faccio i complimenti a chi ha reso possibile un’organizzazione impeccabile a cominciare dalle forze dell’ordine. Grandissima gioia: le immagini dal teatro greco mettevano i brividi».

 

Un’ultima domanda su Roma, segretario. Vedo che il Pd torna in piazza questo fine settimana con le sue magliette gialle. Sempre più aziende stanno abbandonando la Capitale per ricollocarsi al Nord. Secondo Di Maio, non è un problema di Roma ma di sistema-paese. Secondo lei?

«Secondo me è un problema di Roma. Enorme. Che non può essere addebitato al solo sindaco Raggi ma che è un problema territoriale. Se le aziende lasciano Roma per Milano è ovvio che non è un problema sistema Paese, ma un problema in primis del Campidoglio. Non importa infatti essere laureati in geografia per capire infatti, che Milano e Roma sono comunque entrambe in Italia: prima o poi, forse, se ne accorgerà anche Di Maio. Il Pd fa bene a fare le magliette gialle ma dovrà rilanciare con forza un Progetto Capitale non solo per la campagna elettorale. Le Olimpiadi sarebbero state la svolta e mi sto ancora mangiando le mani; perché noi avremmo vinto le Olimpiadi, eravamo nettamente in testa sia su Parigi che su Los Angeles. Ma il Progetto Capitale serve a Roma, perché il rischio depauperamento e perdita di ruolo globale è fortissimo».

 

A proposito, Di Maio al Messaggero ha anche detto che se rinviata a giudizio il sindaco Raggi non dovrebbe dimettersi: condivide?

«Di Maio zoppica sulla geografia e sulla grammatica, lo sappiamo. Ma in quanto a diritto è un’autentica rivelazione. Cambia posizione sulla base del colore politico. Se indagano o arrestano un grillino, Di Maio è garantista. Se tocca agli altri giustizialista. Hanno cinque stelle e due morali. Per me che ho una sola linea Virginia Raggi deve governare fino alla fine della legislatura o fino a quando i suoi consiglieri non l’abbandoneranno o fino a sentenza passata in giudicato. Per me non si deve dimettere: però deve governare. Lo faccia. Cominciando, come mamma, a dire che la posizione dei 5Stelle sui vaccini deve essere più chiara e non quella votata in Campidoglio venti giorni fa. Mi fa aggiungere una sola parola? Io sono un tifoso fiorentino doc, gigliato dentro, viola ovunque. Ma oggi la giornata del campionato ha solo un nome e un cognome: Francesco Totti. Onore a questo campione, simbolo della nostra generazione. Il resto, oggi, non conta».