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“A me piace studiare perché sono curioso e poi studiare a fondo i dossier è fondamentale”, inizia così la conversazione politica con il candidato Sindaco del centrosinistra Roberto Gualtieri, intervistato per il settimanale 7 del Corriere della Sera.

 

“Al Ministero dell’Economia, e prima in Europa, per esempio, ho avuto la prova che un ministro non può limitarsi a dare l’indirizzo politico senza esaminare le questioni sul piano tecnico e lasciare che le sue indicazioni vengano trasformate in cose da fare dai dirigenti.

 

Altrimenti molte scelte rimangono sulla carta e si incagliano in mille problemi tecnici che vanno esaminati a monte. Di decisioni ne abbiamo prese di importanti durante la pandemia: i soldi per la sanità, la liquidità per le imprese, i ristori.

Governare, dal mio punto di vista, vuol dire fare accadere le cose. Se governi, se amministri, non puoi saltare nessun passaggio.

 

È il modello che ho intenzione di portare al Campidoglio, da sindaco di Roma. Perché, tra le mille cose e i mille problemi, alla città è mancato questo negli ultimi anni.
Un sindaco che prende decisioni e poi non segue il percorso che queste decisioni fanno, ecco, fallisce. Anche perché molto spesso la decisione presa, se non la segui, si ferma una volta superata la tua porta”.

 

Colloquialmente ha poi raccontato della sua passione per la chitarra, classica ed elettrica, nata ai tempi del ginnasio, “la passione era soprattutto per la musica brasiliana”, ha aggiunto ed ha raccontato di quando suonò anche lui per strada dentro la metropolitana di Parigi, proprio come i Màneskin qualche decennio dopo di lui.

 

Gualtieri ha iniziato a fare politica giovanissimo, nel primo anno di università, col comitato “Lettere a sinistra” alla Sapienza di Roma, e non ha più smesso di appassionarsi e di studiare. “Sono sempre stato un secchione appassionato”, ha detto ironicamente.

 

Fu protagonista della nascita del PD: “Nel 2006, quando al seminario di Orvieto Romano Prodi diede il via al cantiere del Partito democratico, fui uno dei tre “saggi” a cui vennero assegnate le relazioni introduttive e poi venne chiesto di iniziare a lavorare al manifesto”.

 

E da lì in poi il suo impegno politico e istituzionale non è mai terminato.

 

“Suono ancora oggi la chitarra”, ha detto in ultima battuta, “ma avevo già capito che la musica non sarebbe diventata la mia professione”.

 

Intervista completa sul settimanale 7Corriere della Sera.