Walter Veltroni
Imagoeconomica

«Nutro una profonda inquietudine sul futuro della democrazia. Si stanno creando condizioni politiche e persino antropologiche per le quali la più grande conquista del Novecento, costata il sangue di Auschwitz e la prova dei gulag, e cioè la democrazia, può essere rimessa in discussione».

È stato Walter Veltroni a suggerire a Matteo Renzi l’idea di convocare a Como, teatro della famigerata incursione nazi, una grande manifestazione. Ma a preoccupare l’ex segretario del Pd non è solo il singolo episodio, e neppure la catena di eventi simili che lo hanno preceduto, bensì il timore che siano tutte tessere di un puzzle il cui minaccioso soggetto politica e società civile stentano a riconoscere: «Un’onda nera – dice Veltroni a Repubblica – sta squassando l’Occidente. Ci sono momenti della storia in cui i cittadini non possono essere spettatori ma devono mobilitarsi con volontà e coscienza. La bandiera nazista nella caserma dei carabinieri dimostra che dobbiamo vigilare anche su chi la democrazia dovrebbe difenderla. Spero davvero che le forze democratiche e di sinistra vogliano dare un segno di unità sui valori fondamentali».

Il centrodestra, in larga parte, non si esprime o giustifica.
«Come si può? Ciò che mi ha più colpito di Como non è tanto il delirante testo letto. Ma quella chiosa finale: “Ora potete proseguire”. Nell’idea che qualcuno sia arbitro delle decisioni di qualcun altro c’è il germe della violenza e dell’intolleranza».

Dice Salvini che le parole non sono violenza.
«Al contrario. Tutto comincia dalle parole. E ormai certe parole vengono pronunciate senza trovare contrasto: così si slitta verso l’abisso. Settant’anni fa in Germania e Italia si è potuta sostenere la tesi che la conformazione del viso degli ebrei ne segnalasse l’alterità. È successo, ed è cominciato dalle parole».

Il M5S non ha aderito alla manifestazione. E per Di Battista l’antifascismo è retrò.
«Trattare queste vicende come fossero pagliacciate è un altro grave errore. Basta aprire Internet e imbattersi nei centinaia di siti che inneggiano al fascismo. O vedere ciò che accade fuori dai nostri confini. Cosa altro deve succedere perché l’intelligenza della politica si dedichi alla decifrazione di questi segnali? Per non averlo fatto, negli anni Trenta siamo finiti nella guerra».

Ma se il rischio è così grande, cosa si può fare oltre a scendere in piazza?
«Una risposta possibile è mettersi in trincea e difendere ciò che c’è. Così provarono a fare negli anni Trenta, senza successo. L’altra soluzione è capire che libertà e democrazia vanno declinate in modo da accendere l’entusiasmo. La democrazia deve rassicurare, garantire, appassionare. Come diceva Walt Withman, “il suo fascino essenziale non si svilupperà se non prende radice nei cuori umani”. La democrazia si difende innovandola».

Ma proprio nel “nuovo”, l’era digitale, si annidano alcuni dei rischi più grandi.
«Nell’ultimo rapporto Censis c’è questa parola: rancore. Rancore che nasce dalla semplificazione estrema. E in queste ore assistiamo allo spettacolo disumano di chi si augura in rete la morte della inviata delle Iene colta da malore, una ragazza di 39 anni. Siamo in un tempo rappresentato dal simbolo del pollice in su e in giù. Ma quello era il gesto degli imperatori romani nelle arene, è il gesto che Sami Modiano ha visto ad Auschwitz dove un ufficiale nazista decideva della vita o della morte degli internati. La società è complessa, è fatta di sfumature, confronto, la superficialità della società dell’algoritmo ci mette in una situazione di enorme rischio».

La politica italiana, a proposito di semplificazioni, teorizza da anni il ricorso all’uomo forte.
«Non dimentichiamoci che la democrazia è una parentesi nella storia dell’umanità. Per l’effetto combinato della crisi politica ed economica e dell’ambiguità delle nuove tecnologie sta crescendo nelle nostre società una domanda autoritaria. Si chiede di privilegiare la decisione alla libertà. Ma così si minano due pilastri della democrazia: la processualità, cioè la ricerca anche faticosa del consenso e della mediazione, e il principio della delega».

La nostra destra di governo si è caratterizzata per il rifiuto costante di celebrare il 25 aprile.
«Questa ambiguità era e resta pericolosissima. Ho vissuto un tempo in cui un ragazzo di destra e di sinistra non potevano convivere, l’obiettivo era l’eliminazione dell’altro. Negli appelli firmati da intellettuali progressisti dopo l’uccisione dei fratelli Mattei a Roma o in quelli più recenti a favore di Battisti abbiamo conosciuto l’ambiguità sulla violenza di una parte della sinistra. Oggi succede lo stesso a destra, dove per una manciata di voti non si ha coraggio di levare barriere contro questi fenomeni».

Sicuro che la sinistra non abbia contribuito al cedimento di alcune barriere? Ricorda la frase di Violante presidente della Camera sui “ragazzi di Salò”?
«I morti di una guerra, ovviamente, sono un dolore per tutti. Per me lo spartiacque è il 43, l’occupazione nazista. Chi fin li aveva creduto nel fascismo poteva aggrapparsi al fatto che quella era la condizione nella quale era nato e cresciuto. Dopo no. Salò non ha più giustificazioni, è l’esito feroce di una stagione tetra. Non ho mai accettato l’indistinto: tutti responsabili. Quando Vittorio Foa incontrava il missino Pisanò in Parlamento gli diceva: “Vedi, noi abbiamo vinto e tu sei senatore, quando c’eravate voi io stavo in galera”».

La corsa di molte forze politiche a teorizzare il superamento del confine tra destra e sinistra non ha contribuito a indebolire gli anticorpi?
«Se togliamo la differenza tra destra e sinistra, o tra fascismo e antifascismo cosa resta? Basterebbe Trump a testimoniare tutta intera la differenza che c’è ancora oggi».

La destra italiana, intanto, si prepara a tornare al governo.
«Come sempre in questi momenti, la destra cavalca al meglio i sentimenti di paura. La sinistra invece che fa? Si divide, classico del Novecento. Invece deve ritrovare il suo rapporto con il malessere sociale, con il dolore e la precarietà delle persone. Sa come diceva Thomas Mann? “Il rinnovamento sociale della democrazia è condizione e garanzia della sua vittoria”. Rinnovamento sociale. Le due parole chiave del pensiero democratico, per me. Il vero dramma è che non siamo sicuri che uscirà un governo dalle elezioni».

Forse servirà un accordo parlamentare. Ma da anni ogni accordo in Parlamento è definito «inciucio». Anche questo non aiuta la democrazia.
«Resto alla democrazia dell’alternanza e alla possibilità dei cittadini di scegliere chi governa. Questo potrebbe accrescere nei partiti la responsabilità di presentare programmi e persone degne e compiere scelte all’altezza dopo il voto, ma senza precipitare sul terreno del trasformismo, vero male odierno. Il principio è che si cambiano le regole insieme e si governa separati. In Italia si tende purtroppo a fare il contrario».