L’ironia su Facebook dell’ex Br Barbara Balzerani, che due mesi fa chiedeva: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?», non è stata sufficiente a comprendere quale rischio incombesse sull’anniversario del sequestro Moro. Le interviste e lo spazio offerto ai protagonisti di quella stagione di sangue hanno creato un clima ambiguo, tanto da spingere il capo della polizia, Franco Gabrielli, a parlare di «oltraggio».

Luciano Violante, ex giudice istruttore a Torino negli anni di piombo e, da parlamentare, componente della commissione Moro, non nasconde il suo sdegno: «Ho trovato vergognoso il fatto che alcuni giornalisti, anche di alto livello, si mostrassero come penitenti davanti ad oracoli».

Le interviste in occasione del quarantennale erano quasi ovvie. Pensa che sia stato un errore cercare di ricostruire i fatti attraverso le parole dei protagonisti principali?
«Queste persone devono uscire dalla sfera pubblica, non hanno niente da dire, non sono testimoni, sono stati attori e autori di stragi e di omicidi. Non sono persone estranee ai fatti. E trovo disdicevole che alcuni media li abbiano usati per aumentare vendite e fare audience».

Un problema della stampa o un clima generale?
«Non credo si tratti di un clima generale. Semplicemente abbiamo assistito a dialoghi in cui chi intervistava era genuflesso. Alcuni giornalisti sono caduti in una sorta di vuoto professionale. Mi dispiace perché si tratta di eccellenti giornalisti. Non sono stati in grado di eccepire contraddizioni, non sono state fatte domande penetranti. Gli assassini hanno scontato la pena, ma non hanno mai detto la verità e continuano a non dirla. Né è stato preteso che lo facessero da chi li intervistava».

Crede che sia l’esito del tentativo di ricomposizione sociale, una sorta di pacificazione rispetto a un passato che ha segnato il Paese, quasi come una guerra civile?
«Non c’è nulla da ricomporre. Siamo ricomposti. Penso semplicemente che qualcuno abbia tentato di fare spettacolo e non notizia. È un problema di etica professionale»

Gli ex br non hanno voluto dire la verità, ma è emerso anche un pesante ruolo di pezzi delle istituzioni con un clima di omertà allora diffuso. Lo è ancora?
«Credo che gli ex brigatisti, oramai, siano gli unici a conoscere la verità. E stato chiaro che in quella vicenda non tutti, nelle istituzioni, fossero dalla parte della Repubblica. Ma chi ha gestito il sequestro deve spiegare anche queste cose e dire come siano andati i fatti. Invece è palese che la logica di molti di loro sia rimasta la stessa. Le parole della Balzerani rivelano come l’atteggiamento, in alcuni, non sia cambiato. Sono persone che hanno scontato la pena ma non trovo un solo motivo per il quale dovrebbero avere uno spazio pubblico».

Pensa che nelle istituzioni ci sia ancora chi conosce pezzi di verità? Un altro br, Raimondo Etro, polemizzando con la Balzerani per quella frase sul quarantennale, ha preso le distanze ma ha detto: «Ci hanno lasciato fare…»
«Anziché alludere potrebbe rivelare quello che sa. Moro era inviso a tutti: ai sovietici, ai palestinesi, agli americani, ciascuno ha cercato di manipolare questa vicenda, ma non credo che oggi nelle istituzioni ci siano ancora persone che sanno. È stato fatto un lavoro molto utile anche in commissione su alcuni fatti poco chiari e oggi sul caso Moro, tutta la documentazione è stata letta, perché è caduto il segreto di Stato. Anche se rimangono molte domande senza risposte, come la notizia su “Gradoli” (il covo n.d.r.). La fonte è ancora un seduta spiritica».