Nicola Zingaretti è immune. Ha appena fatto il sierologico. Partecipa a un
«trial» medico che vuole capire quanto durano gli anticorpi in una persona che ha preso il Covid. Nel suo corpo resistono da sette mesi, dal marzo in cui si ammalò. E una buona notizia per lui, ma anche per la scienza. L’efficacia di un vaccino si gioca tutto su questo. Per giunta è gasato. Ha in mano un sondaggio Ireè secondo il quale è solo a 0,9% da Salvini: il Pd al 22,1 e la Lega al 23.

Si sente, con qualche diritto, il vincitore dell’ultimo turno elettorale, che secondo molti doveva invece distruggerlo. «Sembrava la fine del mondo/ma sono ancora qua/ ci vuole abilità», canta Vasco Rossi nel brano che i collaboratori hanno dedicato al segretario la notte in cui non cadde la Toscana.

 

«Alle sei di sera il corridoio del secondo piano del Nazareno era deserto», raccontano, «nessuno voleva intestarsi la temuta sconfitta. Alle dieci era zeppo di gente, tutti à intestarsi la vittoria». Il Pd è fatto di fratelli coltelli. Per domarli c’è un solo modo: vincere.

Avendo vinto anche domenica nei Comuni (centrosinistra da 41 a 51) e avendo battuto l’ex invincibile Salvini «da Legnano a Reggio Calabria», Zingaretti avrebbe pieno titolo, e forse anche voglia, di entrare nel governo. Solo che non può. Già non trova nessuno da candidare a Roma, figurarsi se si aggiunge anche la Regione Lazio, che andrebbe al voto se lui la lasciasse per diventare ministro. Destituisce dunque di fondamento tutte le voci girate ieri: «Resterò governatore fino al 2023».

 

Sarà una lunga marcia, ma con un progetto: «Ripristinare il bipolarismo con sistema proporzionale e sbarramento al 5%: quella soglia spinge al voto utile, e noi possiamo diventare il primo partito italiano, il perno di ogni possibile maggioranza anti-sovranisti». Conosco Zingaretti da tempo e confesso che non l’avevo mai trovato così assertivo.

 

«Ma sa, mi prendono in giro perché sarei quello senza idee, quello del boh, ma io credo nella politica, e cioè nel fatto che per affermare i tuoi valori devi spostare equilibri, fare alleanze, disarticolare gli avversari. Invece sembrano tutti contagiati dal celodurismo».

 

E in effetti con la politica del carciofo, una foglia alla volta, e con quell’aria da mediano, Zingaretti ha vinto tre volte le «sue» elezioni amministrative, una volta alla Provincia di Roma e due volte alla Regione Lazio, nello stesso giorno in cui con Veltroni, Bersani e Renzi il Pd perdeva le elezioni generali. Vorrebbe avere la chance di provare a vincere una volta anche le Politiche.

 

Un’altra ragione per cui è ottimista è una specie di intesa cordiale che sembra aver raggiunto con Renzi. Cosa non da poco, visto che l’ex segretario fondò Italia viva con il dichiarato obiettivo di «fare ai dem ciò che Macron ha fatto ai socialisti»: distruggerli. Ora invece è lui a dichiarare il Pd vincitore delle elezioni, e a suggerire che un suo leader entri al governo.

 

Zingaretti condivide un punto: «Ho girato 140 piazze elettorali quando nessuno della maggioranza ci metteva la faccia. Con i nostri voti abbiamo fatto una trasfusione di sangue al governo. Adesso non vorrei che si approfittasse della ritrovata stabilità per prendersela comoda. Possibile che stiamo ancora a perdere tempo sul Mes? Voglio dirlo chiaro: l’obiettivo su cui si gioca quest’alleanza di governo non è più l’elezione del prossimo capo dello Stato, come si poteva ancora immaginare a gennaio, ma il Recovery plan e la ricostruzione del Paese».

 

Secondo lui a Renzi sta bene anche lo sbarramento al 5%, perché forse è l’occasione per fondere Italia viva in qualcosa di più grande, che conquisti uno spazio al centro. Farebbe comodo anche al Pd. La grande differenza coi predecessori è che Zingaretti pensa che più alleati hai e più forte sei.

 

«Per me vincere le prossime elezioni politiche vuol dire tenere i sovranisti sotto il 50%. Il resto mi va bene tutto». Da qui ad allora c’è però in mezzo un turno elettorale importante: tra meno di un anno votano Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. Zingaretti sa che il sistema del ballottaggio lo avvantaggia. E con il doppio turno non è neanche necessaria la fatica di trovare un candidato comune, che comunque di sicuro non ci sarà a Roma e Torino, se in campo restano Raggi e Appendino. A Milano dipende se Sala si ricandida, a Napoli si deve passare da De Luca, Bologna è Bologna. Forse la cosa migliore è misurarsi al primo turno con propri candidati e poi aspettare che sia il ballottaggio a spingere quasi naturalmente i due elettorati a convergere. Si è visto domenica scorsa che lo schema funziona.

Il problema, però, è trovare un candidato pd. Zingaretti non è contento del fuggi fuggi generale dei big a Roma. La capitale potrebbe ospitare, facendo gli opportuni scongiuri anti Covid, il primo Giubileo post epidemia nel 2025. Poi potrebbe avere l’Expo 2030. Infine il Papa ha ricordato di recente al governatore del Lazio la ricorrenza dei duemila anni dalla resurrezione di Cristo, nel 2033.

 

Nei prossimi dieci anni ci saranno pochi politici al mondo più «visibili» del sindaco di Roma. Invece, per il momento, si va alle primarie dei «sette nani». «Non è una mia battuta – ci tiene a dire – e anzi le convocherò e si faranno». Ma l’impressione è che siamo solo all’inizio e che se quel grande nome che oggi non c’è emergesse, tutto tornerà in discussione.

 

Piuttosto c’è una certa apprensione per le mosse di Calenda. Si candiderebbe al Campidoglio fuori da un’alleanza di centrosinistra anche a rischio di favorire il passaggio al secondo turno della Raggi? «Di quello che fanno gli altri non mi impiccio», conclude.

 

«Voglio dire però che su una cosa ho avuto di sicuro ragione: al Congresso avevo detto che i Cinquestelle non sono la stessa cosa della Lega. Sono nostri competitori, certo. Ma il governo che abbiamo fatto insieme ha ribaltato i rapporti dell’Italia con l’Europa. Ora siamo ascoltati, c’è fiducia in noi, anche per il modo in cui abbiamo fronteggiato l’epidemia. E un capitale decisivo per l’Italia. E l’abbiamo messo in banca noi».