Carlo calenda Direzione nazionale
CARLO CALENDA - Ph. Imagoeconomica

Ministro Carlo Calenda, in risposta a un follower che le chiedeva su Twitter se la mobilitazione per l’Italia potesse partire dal Pd, lei ha risposto «non più». Perché?

 
«Perché le cose che si sono viste nell’Assemblea di sabato non hanno nulla a che fare con un grande partito progressista che ha governato bene l’Italia per una legislatura. Cose indecorose per come è la situazione nel Paese».
 

Lei aveva addirittura proposto di rinviare l’Assemblea dem e di fare partire una mobilitazione popolare contro il patto grilloleghista. Ma le è stato risposto che, da neofita del Pd, non capiva.

 
«Avevo chiesto che mettessero da parte i dibattiti ombelicali per parlare al Paese. Per mobilitazione intendevo la chiamata a raccolta di forze sociali, economiche, politiche e culturali, così da riparlare con i diversi mondi da cui deve partire la nostra rifondazione».
 

Ma quel «non più» cosa significa? Che il Pd è finito?

 
«Rischia di finire. Un partito che diventa la somma di io sto con Renzi, io sto con Orlando, io sto con Martina, io sto con Franceschini, io sto con Y, non è più un partito ma una terza media all’ora di ricreazione».
 

Restituisce la tessera?

 
«Non restituisco la tessera. Anzi, ho sbagliato a dire che lo avrei fatto, quando si pensava a un’intesa con i m5s. È apparso arrogante. Però è chiaro che il Pd così com’è non va da nessuna parte e non basta più».
 

Cosa ha votato in Assemblea? Lei era per Maurizio Martina segretario?

 
«Io ho votato l’unica mozione presentata. Ma il punto è un altro e non saprei neppure spiegare a un cittadino quello che è successo lì dentro. Siamo diventati un partito incomprensibile. Avevo già detto che ci voleva una grande segreteria costituente, in cui ci fossero tutte le persone che hanno rappresentato il Pd oggi e ieri, Veltroni, Franceschini, Enrico Letta, Orlando, Renzi, Gentiloni, Pinotti e Finocchiaro. Con delle donne capaci in segreteria magari il tasso di testosterone diminuisce. Oltretutto è incomprensibile questa guerra tra persone che sono state al governo insieme. Su cosa ci stiamo dividendo?».
 

Il Pd si rifonda o si sposta la tenda altrove, per lei?

 
«Io non mi trasferisco da nessuna parte, al contrario sto scrivendo un libro proprio sul ruolo dei progressisti. Spero ci sia la forza di sospendere ogni confronto insulso e di avere in Gentiloni il punto di riferimento. L’errore primo dei progressisti è che pensano di poter sostituire la competenza con la rappresentanza, delegittimando le paure».
 

Nell’Assemblea ci sono state prove di divorzio, il Pd si spaccherà?

 
«Non credo, ma continuerà questa litigiosità, un conflitto a bassa intensità infinito».
 

Tra i dem c’è una conta sulla leadership e forse una mancata chiarezza sull’orizzonte del partito, se ricostruire il centrosinistra o creare una forza liberai democratica, anti populista e anti sovranista, che possa non escludere Berlusconi. Lei come la vede?

 
«Intanto dobbiamo ricreare la nostra forza. Sbaglieremmo clamorosamente se volessimo mutare pelle. Siamo già una forza liberal democratica che ha governato bene ma ha perso la rappresentanza perché ha ignorato le paure. Per questo lavoro non ci sono scorciatoie, le alleanze si fanno nella società, non nel Parlamento».
 

È molto preoccupato dal governo gialloverde?

 
«Molto. Sarà un governo elettorale che porterà instabilità e conflittualità. Inizieranno a dire che l’Europa non gli fa fare le cose e chiederanno nuove elezioni. Le prossime saranno come quelle del 1948: definiranno la nostra collocazione internazionale. Bisogna prepararsi ora».
 

Di Maio vorrebbe succederle al ministero dello Sviluppo economico.

 
«Spero non inizi chiudendo l’Ilva, il più grande stabilimento industriale del Sud che vale un punto di Pil. E che non smonti industria 4.0, il piano straordinario per il Made in Italy, e la Strategia energetica nazionale. Gli lascerò una dettagliata relazione di fine mandato e la mia disponibilità a un passaggio di consegne, incontrandolo se vorrà. La battaglia politica è una cosa, la responsabilità istituzionale un’altra».