Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, prepara la tre giorni bolognese (dal 15 al 17 novembre) quella che Zingaretti annuncia come l’assemblea della «riorganizzazione totale del modo di essere il Pd nella società italiana». Di Cuperlo si parla anche come candidato alle eventuali suppletive di Roma, ma lui ci scherza su: «Per ora sono candidato ad aprire l’assemblea di Bologna».

 

Il centrosinistra è tornato al governo e subito siamo tornati ai tempi di «svolta o rottura»?

Non è questo. Il tema è se il governo compie atti che danno un senso a che esista. Nelle condizioni date la manovra è stata un mezzo miracolo e non solo per l’Iva. Mille euro in più in busta paga per i redditi fino a 36mila euro, l’abolizione dei ticket, aiuto sui nidi, il rilancio degli investimenti e sul green. Rispetto le critiche ma rivendico pure la distanza col governo di prima e con una destra che avrebbe imposto la fiat tax e continuato la sua propaganda oscena sui migranti. Adesso però serve uno scarto, un messaggio che trasmetta chiara la volontà di far vivere un governo schierato dalla parte di chi è rimasto più solo e più indietro.

 

In realtà le forze alleate a stento si tollerano.

Ma il problema è proprio lì, non si fa un’alleanza a dispetto dei santi. Se ogni giorno qualcuno piazza dei distinguo il solo messaggio è che c’è un patto di potere tra gente che non si sopporta e che ha come obiettivo rinviare le urne. Chi pensa che una roba del genere stia in piedi non ha capito il punto di gravità in cui siamo. Noi a questo gioco non intendiamo giocare.

 

Fino alla rottura?

Fino a ottenere uno scarto.

 

Uno scarto? Ma la Ocean Viking è stata in mare per undici giorni con a bordo più di cento persone. Altre navi attendono da giorni un porto. I decreti sicurezza restano in vigore. Cambierà il memorandum con la Libia?

Parlo di scarto non a caso. Sui diritti umani non ci saranno perdonate ambiguità o esitazioni. Non basta esultare perché Salvini è uscito dal Viminale, il nostro compito è rovesciare la sua politica con atti chiari. Cambiare i decreti sicurezza per noi è irrinunciabile. Quanto agli accordi con la Libia non possiamo fare gli struzzi. Le garanzie di stabilizzare il paese e la prospettiva di intervenire su quei lager avevano un senso due anni fa ma oggi lo scenario è cambiato. Non si proceda al rinnovo automatico di quegli accordi e si dica in cosa e come lì si intende ricontrattare. Non basta evocare l’Europa e l’Onu, non possiamo divenire complici indiretti di chi i diritti umani continua a calpestare.

 

E anche su questo i 5 stelle non sono d’accordo.

Nessuno in agosto ha nascosto i dubbi sulla difficoltà dell’impresa. Abbiamo accettato una scommessa difficile, ma lo abbiamo fatto tivendicando una sterzata con i quattordici mesi precedenti. Se invece prevale la continuità perché Di Maio non rinnega nulla, o l’immobilismo, una strada in salita diventa una parete del sesto grado. Vediamo di capirlo in fretta perché il messaggio della piazza di Roma e del voto in Umbria è chiaro.

 

Quale potrebbe essere il punto di svolta per capirlo?

Lo ripeto, il rispetto dei diritti umani prima di tutto e fare del lavoro in tutti sensi, crearlo e tutelarlo, la cifra dei prossimi anni.

 

Le alleanze regionali si fermano?

Nessuna formula deve essere calata dall’alto. L’Umbria non era l’Emilia Romagna che non è la Calabria. Ciascuno valuterà se strutturare un’alleanza larga e competitiva. Sul punto il presidente Bonaccini ha speso parole chiarissime.

 

Ma i 5s non vogliono Bonaccini.

Parliamo di un presidente e una giunta che si presentano con risultati di assoluta eccellenza. I 5 Stelle commettono un errore a piantare delle bandierine. Spero che possano riflettere ancora.

 

Il nuovo Pd abbandonerà la vocazione maggioritaria?

Il Pd oggi più di prima è l’argine decisivo all’avanzare della destra. Se vocazione maggioritaria equivale all’autosufficienza e a non dire quale parte della società scegli di rappresentare io dico archiviamo pure la formula perché ci allontana da quelli che oggi hanno più necessità di una sinistra coerente nelle sue scelte e battaglie.

 

Ora a presidiare il centro c’è Renzi, e Calenda. Non sarebbe più utile che il Pd facesse la sinistra?

Il centro non esiste e tocca a noi rifondare il Pd e un centrosinistra aperto, civico, solidale.

 

Rifonderete il Pd con un congresso per tesi?

Anche di questo parleremo a Bologna a metà novembre. In due mesi è cambiato tutto. L’estate è iniziata coi proclami del Papeete ed è finita con l’imprevisto di una sinistra al governo. Basterebbe questo a suggerire un confronto serio su dove vogliamo portare il Pd e un campo più largo di noi. Ma non c’è solo questo. C’è che siamo immersi nel cambio d’epoca più profondo della nostra vita. Rivoluzione digitale, nuova concezione dell’economia, del cosa e come si produce, delle relazioni umane e sociali, il tutto mescolato all’impatto della crisi sul ceto medio e sulla tenuta degli ordinamenti liberali, penso che fare finalmente un congresso con al centro un’idea del futuro prossimo e delle categorie per affrontarlo sia il minimo se non vogliamo passare alla storia come la generazione dei gazebo. A Bologna dal 15 al 17 novembre ragioneremo anche di questo. Un congresso per tesi vuol dire che non parti dai nomi e dalle filiere di corrente aggregate attorno a un capo.

 

Si può cambiare linea senza scegliere, o scegliere di nuovo, il segretario che la deve incarnare?

Il segretario c’è, casomai serve che tutti si rimbocchino le maniche. A Bologna nei giorni della Bolognina, trent’anni dopo: una coincidenza, un appuntamento con il destino? Ma Bologna è tante cose, è una città importante per la storia del paese. Andiamo lì dove vivono cultura, società, lotte e buon governo. Saranno tre giornate belle, con la testa rivolta in avanti.