Paolo Cerroni/Imagoeconomica

Le primarie? «Penso che quella formula avesse un senso in un contesto che ora non c’è più. Ora sarebbe più assennato restituire il diritto a votare il proprio segretario agli iscritti di quel partito. Il renzismo è stato bocciato». Governo? «Di fronte a un’iniziativa del capo dello Stato ciascuno sarà chiamato a esprimersi ed è in questo senso che nel Pd nessuno pensa a un nuovo Aventino».
 
Basta coi gazebo. «Ora sarebbe assai più assennato restituire il diritto a votare il proprio segretario agli iscritti di quel partito». Per far rinascere il Pd, secondo Gianni Cuperlo, bisogna ripartire dai propri iscritti, restituirgli la voce.
 

Nel dicembre 2016 disse: «Non ho paura del voto, ho paura del risultato». È stato profetico o bastava guardare meglio a ciò che stava accadendo?

 
«Feci quella battuta all’indomani della sconfitta netta al referendum costituzionale. Avevo votato Sì nonostante fossero visibili i limiti di forma e sostanza della riforma. Quello che non capivo era come dopo un simile giudizio di popolo si potesse immaginare che il 40 per cento raccolto nelle urne appartenesse tutto al Pd. La verità è che quel referendum ha sconfessato un disegno politico. Sarebbe stato saggio prenderne atto anziché riprendere il percorso ignorando il messaggio e senza alcuna seria analisi di quanto era accaduto. Per molti versi ciò che è seguito dopo era largamente iscritto in quella stagione».
 

Il Pd può ancora ricostruire il legame col proprio elettorato?

 
«Dobbiamo farlo perché nulla è dato una volta e per sempre. Nello stesso giorno subiamo alle politiche la peggiore sconfitta della storia recente e vinciamo nel Lazio con oltre trecentomila elettori che scelgono il Pd su una scheda ma non sull’altra».
 

C’è stato un peccato originale commesso da Renzi?

 
«Quando parlo del renzismo come di un disegno politico ne riconosco l’ambizione e, al fondo, la coerenza. Quell’impianto prevedeva un riassetto delle regole, una sola Camera che esprimeva la fiducia e una legge ancora più maggioritaria nel segno di un presidenzialismo di fatto, seppure compatibile con una repubblica parlamentare. E ancora, il superamento delle forme classiche della mediazione sociale con un legame più diretto tra il potere esecutivo e l’opinione pubblica. Il tutto accompagnato da una riforma del mercato del lavoro e da una cornice di nuove leggi sulla cittadinanza: dalle unioni civili, al fine vita, allo ius soli. Su alcuni di questi obiettivi ero d’accordo, su altri in radicale dissenso. Ma era una strategia, un’idea di modernizzazione del paese che per una fase ha riscosso un successo ampio. Il punto è che prima il referendum perso malamente e adesso il voto del 4 marzo quel disegno lo hanno bocciato. Se vogliamo riconquistare l’elettorato perso in questi anni dobbiamo cambiare la lettura del paese e la proposta che ne deriva».
 

Veltroni dice che la sinistra ha smarrito la propria memoria, che «comincia con Spartaco»…

 
«Non so se il cuore del dramma sia nell’aver perso tutti la memoria. Tendo a credere però che abbiamo mancato l’appuntamento col più clamoroso cambio d’epoca della nostra vita. Abbiamo ignorato troppo a lungo le novità che travolgevano vecchie certezze e categorie del nostro campo a partire dalla consapevolezza che la crescita poteva accompagnarsi a un aumento smisurato delle diseguaglianze e che neppure un lavoro, soprattutto se precario, era più garanzia di difesa dalla povertà. Attorno a noi si è consumata la peggiore crisi della classe media dopo la fine della seconda guerra mondiale e questo precipitare ha alimentato paure, angosce, rancori sociali. Fino a individuare i nuovi nemici in chi stava peggio come i migranti. La domanda di protezione si è fatta esplosiva e il voto del Mezzogiorno lo racconta con percentuali che spaccano l’Italia a metà come non accadeva dalla scelta tra monarchia e Repubblica. Di fronte a tutto questo non basta solo “ricordare”. Serve “rifondare” una presenza, un pensiero e il senso stesso di una comunità politica che voglio continuare a definire sinistra».
 

Lei teme un «governo sovranista», ma esclude la partecipazione del Pd a un esecutivo politico con i 5 Stelle. Come se ne esce?

 
«Io temo questa nuova destra che si è imposta con un linguaggio e politiche a mio avviso regressive e dannose, prima di tutto per quella parte fragile della società che non mi nascondo la realtà in buona misura l’ha votata. Temo scorciatoie che illudono sull’esistenza di risposte semplificate per processi complessi. Detto ciò a noi tocca indicare delle alternative credibili e colmare quel vuoto di fiducia che abbiamo pagato a caro prezzo nelle urne. Anche per questo però non faccio il tifo per un accordo tra Lega e 5Stelle».
 

I grillini però non sembrano disponibili a un governo del Presidente. Che senso avrebbe fare un esecutivo di scopo lasciando fuori il maggior partito?

 
«Lega e 5Stelle hanno vinto le elezioni ed è giusto che avanzino le loro proposte. Noi siamo minoranza e questo di prassi implica stare all’opposizione. Poi, di fronte a una eventuale iniziativa del capo dello Stato ciascuno sarà chiamato a esprimersi ed è in questo senso che nel Pd nessuno pensa a un nuovo Aventino. Capisco bene che escludere dal governo il partito di gran lunga forza di maggioranza relativa sarebbe una anomalia, ma quando diciamo che il voto è stato in prevalenza proporzionale stiamo dicendo che è nel Parlamento che bisogna trovare le condizioni per una maggioranza. Se nel 2013 eravamo noi a “non aver vinto”, questa volta il problema investe le due forze uscite dal 4 marzo sull’onda di un successo indubbio ma che non basta da solo a sciogliere il nodo del governo».
 

Piero Ignazi dice che il suo partito farebbe bene a consultare gli iscritti su un’ipotesi di governo Pd-M5S. E d’accordo?

 
«A oggi sul tavolo quell’ipotesi non c’è ma in termini di principio rispondo sì, penso che quella sarebbe la via giusta da seguire. Non solo sul punto del governo. Noi dobbiamo rifondare i canali e le forme della partecipazione alla vita democratica del Pd. L’idea che tutto si risolva nella chiamata periodica ai gazebo per votare a primarie che in troppe realtà sono divenute battaglie intestine condotte sull’onda di arruolamenti, correntismi, notabilati, è fallita. Va rifondato il partito e il modo che avremo di ascoltare i nostri iscritti dirà molto sulla direzione che sceglieremo.
 

Veltroni apre al M5S e Orfini chiude. Quanto pesa su questo ragionamento l’ostilità di Renzi a un accordo con i grillini?

 
«Veltroni ha svolto un ragionamento di buon senso. Non ha fatto aperture, ha solo detto ciò che dovrebbe essere ovvio, che un partito ha il compito di fare politica sulla base dei principi e valori che ispirano la sua azione».
 

Ripulito da ogni strumentalizzazione da un lato e da ogni demagogia dall’altro, il reddito di cittadinanza è un provvedimento di sinistra?

 
«Ho letto con qualche cura il bel saggio di Van Parijs sul reddito di base. È una ricostruzione attenta delle radici, per nulla recenti, di quella suggestione. Non credo che la declinazione offerta dai 5Stelle sia compatibile con la realtà dei nostri conti. Credo invece che la ricerca su un diverso assetto del nostro impianto di welfare che tenga all’interno anche il capitolo su una forma di sostegno basilare al reddito individuale diverrà una chiave fondamentale per il rinnovamento della sinistra e della sua cultura di governo».
 

Un minuto dopo le dimissioni del segretario, Carlo Calenda ha preso la tessera del Pd. Potrebbe essere l’uomo giusto da cui ripartire?

 
«Ho stima di Calenda e ho apprezzato la sua scelta. Ma questo non è tempo di salvatori della patria. È il momento dove ricucire con umiltà un legame in troppi momenti spezzato col mondo che ci candidiamo a rappresentare. Per riuscirci serve ascoltare bisogni che non abbiamo intercettato e serve soprattutto tornare a disturbare sapori, culture, discipline che in questi anni la politica e la sinistra hanno trascurato. Quando il mondo cambia con la radicalità con cui sta cambiando la sola cosa che devi fare è attrezzarti all’urto e ricollocare in un tempo nuovo principi e valori della tua tradizione. Meno di questo e si fa della testimonianza».
 

Ha ancora senso eleggere il segretario attraverso primarie aperte o è arrivato il momento di restituire la parola ai soli iscritti?

 
«Penso che quella formula avesse un senso in un contesto che c’era e non c’è più: un bipolarismo solido e un modello che spingeva addirittura verso due soli grandi partiti. Ora sarebbe assai più assennato restituire il diritto a votare il proprio segretario agli iscritti di quel partito. Abbiamo dei mesi davanti, spero che questa volta si possa affrontare questa discussione con la serietà e serenità che richiede».