Gianni Cuperlo
GIANNI CUPERLO

Dopo le elezioni del 4 marzo scorso Gianni Cuperlo pubblicò per Donzelli un libro dal titolo “In viaggio”: il tentativo di comprendere e analizzare le ragioni della sconfitta del centrosinistra che si concludeva con invito a provarci ancora.

Oggi, 20 mesi dopo e con il centrosinistra al governo, l’ex presidente del Pd, di cui è membro della direzione nazionale, riflette sulla condizione di una sinistra senza popolo, come ha denunciato Antonio Bassolino, e senza idee, come sostiene Massimo Cacciari.

Cuperlo da che parte ricominciare?

«Dalla coscienza che attorno a noi cambia tutto. E non mi riferisco alle fibrillazioni nella maggioranza. Parlo dei due eventi che hanno plasmato i due decenni alle spalle. Il primo: la rivoluzione digitale, che sta mutando i modi di produrre, consumare, costruire relazioni umane e sociali. L’altro impatto enorme è rappresentato dalla crisi che ha investito la classe media in tutto l’Occidente. La combinazione di queste due fratture segna un cambio d’epoca in termini di bisogni, aspettative, speranze. Un sommovimento simile lo affronti soltanto se attrezzi nuove categorie interpretative e un pensiero politico e di governo che sia in asse con il tempo che vivi».

Il centrosinistra al governo, in coalizione con il M5S, si accorge di non avere più un popolo alle sue spalle. Non le sembra una consapevolezza tardiva?

«Una volta si diceva che il suo popolo la sinistra non lo aveva trovato, ma lo aveva costruito. La cosa aveva un senso perché l’idea stessa di popolo si fondava su nuclei sociali aggregati attorno a luoghi fisici e identità collettive. Dicevi classe operaia e sapevi che cosa evocavi. Oggi se dici popolo ciascuno piega il concetto alle sue priorità. Poi certo, la sconfitta del 2018 non è piovuta dal cielo e averne rimosso le cause ha soltanto aggravato il quadro. Penso che un merito di Nicola Zingaretti sia anche in questo: avere sollevato quel velo e senza invocare abiure ha scelto di lavorare per una stagione diversa, archiviando l’autosufficienza del Pd e tornando a disturbare quella ricchezza di impegno nelle Università, di civismo organizzato, solidarietà e costruzione di cittadinanza che per fortuna ha continuato a vivere fuori dal circuito del ceto politico».

Massimo Cacciari avverte che la parola “popolo” non significa più niente.

«Cacciari ha ragione quando ci invita ad avere i piedi ben piantati nella realtà. I piedi e la testa, perché di fronte all’impatto che la grande crisi ha avuto è evidente che non soltanto sono cambiate le condizioni di vita per milioni di famiglie, ma è anche mutato il loro modo di pensare, di avere sentimenti, aspettative per sé, per figli e nipoti. Leggo così alcune scelte della manovra di bilancio, come gli asili nido gratuiti: è un modo di porre di nuovo al centro bisogni ignorati o calpestati. Poi è chiaro che dobbiamo accompagnare a questo un disegno d’insieme su economia e società nei prossimi 10o 20 anni».

Dunque lei non è d’accordo con Bassolino e Cacciari quando dicono che la sinistra al governo è afona e balbettante. Per riprendere voce propongono un congresso costituente.

«Non mi pare che siamo afoni o balbettanti. Nella manovra ci sono scelte che abbiamo posto come premessa a una svolta, buste paga più pesanti per i ceti medio bassi, investimenti green o taglio del superticket in Sanità. Detto ciò, un congresso che finalmente parta dal merito e non dal gazebo è sacrosanto perché corrisponde a quel bisogno di dare gambe e pensiero a un partito che va ripensato e rinnovato alla radice. A Bologna, a metà novembre, cambieremo uno statuto nato in un’altra stagione e anche nel modo di discutere proveremo a voltare pagina».

Perché ora e non prima?

«In 12 anni abbiamo cambiato 7 segretari e i due più longevi hanno scelto di andarsene. Forse se rimettiamo il cuore sulla politica e invertiamo l’ordine – prima le idee e poi le persone-anche l’identità di questa forza essenziale per la nostra democrazia ne uscirebbe rafforzata».
Genero so Picone