«Il renzismo è sconfitto», dichiara Gianni Cuperlo.
 

Ma gruppi dirigenti e parlamentari sono composti da molti fedelissimi dell’ex segretario: non pensa che il renzismo peserà ancora parecchio sulle scelte del partito?

 
«Non fa parte della mia cultura chiedere epurazioni: io chiedo una riflessione e una svolta. In questi anni, quello che è stato chiamato il “renzismo“, la combinazione della personalità e della politica di Matteo Renzi e del suo gruppo dirigente, è stato un disegno forte, che per una fase è prevalso, dentro e fuori il Pd. Ma il voto ha sancito in modo evidente la sua sconfitta. E sta qui il limite fondamentale delle dichiarazioni di Renzi in questi giorni: nel rimuovere ancora una volta la realtà per come si è manifestata. Le sue dimissioni sono un atto di responsabilità, ma il tema è cambiare una linea che si è rivelata perdente».
 

Ma, ripeto, essendo i renziani numerosi in tutti gli organi del partito, non c’è il rischio che quella svolta non arrivi?

 
«Non lo so, ma dopo il 4 marzo appellarsi solo agli equilibri usciti dal congresso, senza mettere al centro le ragioni della sconfitta, significa non aver nemmeno letto i risultati».
 

Come andranno scelti i capigruppo di Camera e Senato?

 
«Nella collegialità che ieri lo stesso Martina ha rivendicato».
 

Ci sarà un organismo collegiale ad affiancarlo?

 
«Lo spero nell’interesse del Pd. Questa idea che i caminetti siano il male assoluto si è risolta nella logica di un caminetto di fatto, ma depurato anche della sua dimensione pubblica. Un partito, soprattutto nei momenti di emergenza come questo, raccoglie le energie migliori, non arma rese dei conti ma si appella al suo pluralismo e costruisce quella collegialità che in precedenza è mancata».
 

Il nuovo segretario andrà scelto tra un mese in assemblea o bisognerà indire un nuovo congresso con primarie?

 
«Se domani o tra un mese torniamo nei circoli e diciamo “pronti che si ricomincia con gazebo, candidature e relativi eserciti” ci inseguono e a ragione. Al Pd serve una discussione profonda, che non si è voluta fare all’indomani del referendum. Dobbiamo leggere con altre lenti la società italiana, la crisi della sinistra in Europa. Sarà un percorso lungo e non facile ma da lì dobbiamo passare».
 

Chi sarà il candidato della minoranza?

 
«Non lo so e le dirò che in questo momento neppure mi interessa. Voglio capire se il Pd tornerà alla sua vocazione di perno di un campo più ampio e di un nuovo centrosinistra. Se chi si candiderà a guidarlo avrà la forza di proporre nuove categorie di comprensione della società, dell’economia, di democrazie oggi colpite nella loro tenuta in tutto l’Occidente. Pensare che arrivi uno vestito da Superman e risolva questi nodi dall’alto non è una speranza ma una sciocchezza».
 

Nel frattempo avete detto di voler stare all’opposizione. Come risponde a chi, come Berlusconi, vi invita a farvi carico della necessità che il Paese sia governato?

 
«Ci siamo fatti carico di questa necessità per cinque anni, ma ora il risultato del voto è inequivocabile. E con la destra non si può e non si deve governare, mai».
 

Eppure lei ha aperto a un governo di scopo, no?

 
«Di Maio e Salvini sono usciti vincitori dalle urne ma senza numeri pieni per governare: avanzino le loro proposte e tutti dovranno valutare. Penso che il Pd non debba fare da stampella a nessuno. Se alla fine di queste verifiche il Paese fosse paralizzato, allora si dovranno valutare le eventuali proposte del capo dello Stato, compreso un governo di scopo aperto a tutte le forze politiche che affronti poche questioni e restituisca in tempi ragionevoli la parola agli elettori».