Daniele Scudieri / ImagoEconomica
Daniele Scudieri / ImagoEconomica

«Non giudico Grasso ma anche io come Matteo Renzi mi chiedo quale sia il vertice di “Liberi e uguali”. Il frazionamento a sinistra non fa bene al Paese». Parla Emanuele Fiano, plenipotenziario renziano del Pd nella Commissione Affari costituzionali di Montecitorio e autore, con il capogruppo del Pd Ettore Rosato, della Legge elettorale.
 
Onorevole Fiano, Matteo Renzi ha chiesto se in “Liberi e uguali”, la nuova formazione a sinistra del Pd, comanda Pietro Grasso o Massimo D’Alema. Lei come la vede?
 
«Abbiamo assistito a un’iniziativa pubblica, per la tradizione dalla quale provengo io (ex Pci ndr) non credo che i dirigenti di un partito prendono la loro funzione in un’assemblea. Quindi, non mi è chiaro quale sia il vertice di questo nuovo movimento. Ma a chi si mette in politica per la prima volta si fanno sempre gli auguri, perché è una forma di democrazia. La seconda carica dello Stato ovviamente avrà interrogato la sua coscienza sulla doppia posizione di altissimo rappresentante della Repubblica ed esponente, o prossimo esponente, di un movimento politico. Ma io non farò polemica su questo punto. Noi siamo impegnati a percorrere una strada per tornare di nuovo al governo del Paese, vincere le elezioni politiche, dimostrare che si può avere di nuovo un consenso forte tra gli italiani».
 
Intanto, nelle cronache si almanacca di presunti flirt tra Cinque Stelle e “Liberi e uguali” per un ipotetico governo del futuro. Anche se uno dei leader della nuova formazione di sinistra Roberto Speranza ha smentito.
 
«Non seguo l’aneddotica. La politica dice che nell’Occidente è in corso una ripresa di forza sia della destra estrema neofascista, sia della destra storica politica, sia dei movimenti populisti. Li si può contrastare politicamente se vi è uno schieramento largo, un’unità di intenti. Nel nostro Paese chi sceglie la via del frazionismo fa una scelta che abbiamo già visto molte altre volte nella storia della sinistra. È una scelta identitaria, io la rispetto, ma la considero profondamente sbagliata nei confronti del Paese. Io mi riconosco nella sinistra che sceglie il governo dei fenomeni, non la rappresentanza identitaria».
 
Nessun errore da rimproverarvi con i vostri “compagni” separati?
 
«Sicuramente errori se non abbiamo azzeccato sempre, ci sono ritardi ed omissioni. Ma questo fa parte della storia politica, della storia delle leadership. Ma detto questo, fatte salve le autocritiche, considero che Matteo Renzi abbia inserito nella storia della sinistra riformista una marcia in più. Abbiamo fatto la scelta della riforma del Paese, di cui da qualche decennio si parla, mi riferisco alla Grande riforma, e al fatto che anche nella storia della sinistra comunista il tema della riforma istituzionale è stato sempre presente oltre che nei riformismi di vari colori. Ci saranno state scelte che non sono piaciute, che non hanno interpretato il consenso del popolo».
 
Era proprio un anno fa che venne bocciata al referendum la riforma voluta da Renzi.
 
«Pur tuttavia di quella scelta della riforma costituzionale secondo me è passato comunque un pezzetto di disegno significativo per il futuro di questo Paese. E d’altra parte, se devo guardare la frammentazione politica dello scenario europeo, le leggi non sono secondarie rispetto a ciò che succede. La Francia per esempio ha un assetto di stabilità dovuto anche a leggi elettorali molto simili a quelle che avevamo proposto noi con il doppio turno (In Francia ovviamente con natura semipresidenziale, ma hanno anche un doppio turno sui collegi), che permettono la scelta di un leader di un certo tipo e nei decenni precedenti hanno permesso di scegliere alternativamente leader di altri colori. Vedo invece la Germania alle prese con un difficile risultato dei sistemi istituzionali».
 
Sta dicendo che il nostro Rosatellum alla fine è il miglior risultato che poteva esserci?
 
«Sì, ovviamente lo dico io, esponente di un partito che prima di tutto, dopo la sconfitta referendaria, aveva proposto il Mattarellum, un sistema al 75 per cento maggioritario e non solo per un terzo come prevede l’attuale legge. Rimango convinto della mia scelta che una sinistra moderna e di governo debba essere capace di tenere insieme rappresentatività del popolo e governabilità».
 
Sta infuriando la polemica su Bankitalia e Banca Etruria. Anche a colpi di tweet tra la Sottosegretaria Boschi e l’ex direttore del Corriere della sera Ferruccio De Bortoli. C’è chi accusa Renzi di “populismo” in questa vicenda dove è nel mirino una grande istituzione super partes.
 
«Io penso invece che noi abbiamo colto un punto decisivo nella crisi delle banche determinata da amministratori o incapaci o che hanno commesso crimini nei confronti dei loro correntisti portando al fallimento quegli istituti di credito. E però questa crisi è determinata, come si sta dimostrando nell’apposita commissione, da un deficit di controllo di chi doveva assolvere a questo compito. Se un Paese a democrazia sviluppata come il nostro non ha la possibilità di esercitare fino in fondo il controllo su ciò che avviene da parte di alcuni istituti di credito è un Paese che non funziona bene. Questa battaglia non l’abbiamo iniziata dopo la crisi delle banche perché la scelta di riformare le banche popolari il governo Renzi l’ha fatta prima».
 
Passiamo all’incerto risultato elettorale. Le larghe intese le escludete a priori?
 
«Le campagne elettorali noi le corriamo per vincerle. Chiederemo agli elettori di decidere se vogliono che il Paese vada in mano a una destra che ha già governato con Berlusconi, ma stavolta non più con un partito come Forza Italia egemone nella coalizione di centrodestra, ma a traino di una Lega come quella di Salvini che ha tendenze molto estreme, vicine alla Le Pen, che detesta il Pp e, l’Europa e l’euro».
 
Lei è stato tra i primi a condannare l’orribile fotomontaggio di Salvini su Facebook, ma non sempre il Pd e tutta la sinistra sono parsi in primissima fila quando al leader leghista i centri sociali hanno impedito di parlare.
 
«Guardi, il numero due leghista della giunta della Liguria oggi riconosce in me una persona che non ha taciuto mai per condannare chi ha impedito a Salvini di parlare. Io sono uno che viene da una cultura, quella del Pci, che ha contribuito a difendere il Paese dal terrorismo delle Brigate rosse».