Scarica la relazione di Walter Veltroni – “La sinistra nel nuovo secolo” in formato .pdf
 
Se siete tentati di correre giù in strada gridando “L’Apocalisse è vicina!”, provate a ripetere a voi stessi: “No, non si tratta di questo. La verità è che non capisco cosa stia accadendo nel mondo”.
 
Ho preso a prestito le parole di quello che considero il più lucido analista del nostro tempo, Noah Harari, per iniziare questo discorso. Ho troppo rispetto per voi, per ciascuno di voi, e per questa comunità che, al termine di un lungo percorso, ho contribuito a far nascere e per la quale costantemente soffro e spero, per infliggervi un comizietto su quanto siano cattivi gli altri e su quanto invece siamo bravi noi.
 
Vorrei invece cogliere questa occasione per parlare di noi stessi, delle persone – tante, più di quante immaginiamo e più di quante ne abbiano contate le urne – che sentono di appartenere a qualcosa che si chiama sinistra, che si chiama pensiero democratico.
 
E che io non penso sia un panda in estinzione. Io credo, non smetto di credere, nel vero Pd e nella sinistra riformista.
 
Credo ci sia nel paese una enorme domanda che attende una adeguata offerta. Sono persone che hanno nel cuore valori grandi. E che oggi si sentono smarrite, a disagio, confuse. È un popolo, grande, che ora è disperso, che cerca non rassicurazioni di maniera, non un nemico da insultare ma il senso profondo della sua identità.
 
Mi sembra che le persone di sinistra si rendano conto di quello di cui i dirigenti, non solo in Italia, non hanno neanche voluto parlare. E credo che la perdita delle parole, del desiderio di scambiarle, di usarle per capire insieme sia una delle ragioni più profonde della malattia dei gruppi dirigenti della sinistra. Una comunità politica, specie a sinistra, vive se cerca insieme, se immerge le sue parole nella realtà della vita degli umani, se rinuncia all’autoreferenzialità arrogante, se si fa, al tempo stesso, umile e ambiziosa.
 
Per questo, devo essere sincero, mi ha colpito che dopo aver perduto la metà dei voti, circostanza unica nella storia della sinistra,  non si sia aperta in tutto il paese una bella e sincera discussione, circolo per circolo. Una discussione autocritica autentica, senza inutili e dannosi processi alle persone. Il Pd ha dato, dopo il voto,  l’ impressione così di pensare, parafrasando Nanni Moretti, ” Con questi elettori non vinceremo mai”.
 
Ora non  abbiamo tempo, non perdetelo in baruffe chiozzotte tanto tempestose quanto inutili. Appassionatevi alle parole più che ai nomi. Le prime restano, i secondi passano. Cerchiamo di capire il mondo, se non abbiamo smesso di volerlo cambiare.
 
Da anni, dal Lingotto, cerco di dire alla mia comunità che non siamo in tempi ordinari, ma in un passaggio cruciale della storia. Quella storia che non è finita nel 1989 quando, in un’ emozionante notte di novembre, crollò l’ultimo residuo della guerra, fredda e calda, e si frantumò, come i frammenti del muro che i ragazzi di Berlino est calpestavano felici, la dittatura comunista che aveva imbrigliato nella negazione della libertà milioni di europei. Cadeva un regime, come erano caduti prima i regimi fascisti di Franco, di Salazar, dei colonnelli greci. La storia era finita, la libertà aveva trionfato. I milioni di morti di Auschwitz, il corpo bruciato di Ian Palach erano stati lo spaventoso prezzo pagato perché gli europei, tutti, vivessero in libertà.
 
Ma la storia non era finita, non è finita. Pochi anni dopo sarebbero volati nel vuoto, come i desaparecidos argentini gettati dagli aerei, i disperati che cercavano di salvarsi dal crollo delle torri gemelle. E ancora pochi mesi dopo avremmo visto portar via in scatole di cartone dagli uffici di Wall Street, molti risparmi, molte illusioni e molti sogni dei contemporanei.
 
È iniziata allora la più lunga recessione della storia contemporanea che si è accompagnata alla più impetuosa e diffusiva rivoluzione tecnologica della storia umana.
 
Mi è già capitato di fare riferimento alla rivoluzione industriale che, con l’invenzione del motore a scoppio, produsse la nascita delle classi sociali, a cominciare dalla classe operaia, e poi delle città moderne e di nuove ideologie politiche. Nel nuovo millennio, mentre la recessione infuriava e chiudevano imprese, fabbriche, negozi la tecnologia si incaricava di sostituire molto lavoro umano con le prestazioni delle macchine e, soprattutto, invadeva sfere fondamentali della vita umana trasformandole radicalmente.
 
Dai giorni delle Twin Towers è cambiato radicalmente il nostro modo di sapere, di comunicare. di consumare, di stabilire relazioni umane. La sinistra non ha letto e compreso la profondità del rivolgimento in corso. Che non poteva non avere, e infatti ha avuto, conseguenze profonde nel rapporto tra i cittadini e la politica e tra i cittadini e la democrazia.
 
 
La società ha perso le classi sociali tradizionali, e il lavoro, centrale nell’esistenza umana, si è fatto precario gettando giovani e famiglie in una condizione di incertezza esistenziale. La sicurezza di tutte le generazioni del dopoguerra, mio figlio vivrà meglio di me, si è dissolta e, come si sa, non c’è momento più pericoloso in una società di quello dell’arretramento dalla propria condizione sociale. Le persone sentono di camminare ogni giorno sulle sabbie mobili e vedono il futuro, per la prima volta, come una minaccia.
 
Hanno paura e riversano la rabbia che ne consegue su ogni forma di potere : la politica, la finanza, i media. E su chi gli viene indicato come una minaccia prossima: l’immigrato e, in genere, chi è diverso da lui.
 
Quello che è successo a Lodi, bambini separati come nel 1938, è disumano. Come il rifiutarsi di sedere in treno al fianco di chi ha un colore della pelle diverso dal proprio.
 
Domani nel civilissimo Brasile rischia di essere eletto un candidato che ha detto ” Meglio un figlio ucciso che omosessuale” o, rivolto a una donna che non condivideva le sue idee, ” Lei non merita nemmeno di essere stuprata”.
 
L’altro è diventato una minaccia da rimuovere. Non un’ opportunità.
 
Tornano i  muri, al posto dei ponti. La società si chiude, rattrappita dalla paura, e si nega persino i valori che stanno alla base dell’essere umano: per esempio tendere la mano a un bambino che sta per affogare.
 
Ma voglio essere chiaro. Sbaglierebbe la sinistra a sottovalutare il bisogno di salvaguardia di una identità, anche nazionale, che è avvertita nel profondo della società. Identità e apertura non sono, non devono essere, fratelli separati. Ha scritto Amos Oz “Ogni casa, ogni famiglia, ogni associazione, ogni società e stato, ogni legame fra gli esseri umani, compreso il rapporto di coppia e la genitorialità, dovrebbero forse intendersi come l’incontro tra due penisole: essere vicini, a volte vicinissimi, ma senza cancellarsi. Senza assimilarsi. Senza annullare la propria personalità”.
 
A questo devono corrispondere politiche concrete. Rifiutare e combattere senza timidezze il razzismo risorgente e la spietatezza e la disumanità degli xenofobi non significa girare le spalle al problema, che c’è e negarlo sarebbe sbagliato, della difesa della sicurezza dei cittadini. La sicurezza propria, della propria famiglia e della propria comunità è una precondizione del vivere civile. Ma la sicurezza non si ottiene misurando i bicipiti. La sicurezza, lo dimostra la serie storica delle curve dei reati, è anche e soprattutto un prodotto sociale, perché la violenza cresce quando cresce la povertà, la violenza si alimenta della disperazione delle periferie e della emarginazione, pascola quando le distanze tra chi ha e chi non ha crescono a dismisura. Per questo la legge va fatta rispettare, senza  remore e eccezioni, ma serve anche la giustizia sociale.  Il caso americano lo dimostra.
 
Quando sento parlare della equazione più armi uguale più sicurezza penso sempre ai ragazzi di Columbine e alle centinaia di morti e feriti nelle scuole e nelle università americane. Ricordiamolo noi per primi : non è la diffusione delle armi ai cittadini a garantire la sicurezza ma la forza dello Stato e il clima civile e sociale di una comunità.
  
Senza questo equilibrio prevarrà quello che potremmo chiamare ” il sessantotto alla rovescia”. Quella esplosione di rivolta giovanile in tutto il mondo era fondata sulla società affluente, che con scuola di massa e televisione, produceva nuove domande di libertà e di diritti. I capelli lunghi e le gonne corte segnarono il passaggio dal bianco e nero al colore, nella vita e nel costume.
 
Ancora: pensate a come è cambiato il tempo della società. Da un lato si è ridotto. Prima era a tre dimensioni: passato, presente, futuro. Oggi è solo un presente frettoloso, consumato febbrilmente, fortemente emotivo. È il “presentismo”, che ha ridotto la dimensione del nostro vivere.
 
Dall’altro lato tutto si è fatto più veloce, come il tempo di reazione di un nostro cellulare ai nostri impulsi.
 
Anche per questo la democrazia appare lenta, farraginosa. La democrazia è per sua natura processuale e si fonda sulla ricerca del consenso. Questa società è immediata, non ammette dilazioni delle decisioni. E allora per corrispondere a questo nuovo tempo umano ci sono solo due soluzioni.
 
La prima è quella di una democrazia che decida, che sia veloce e trasparente, che veda più potere di decisione nel governo e più potere di controllo nel parlamento.
 
Come si fa a non capire che il modo migliore di difendere la Costituzione e la democrazia è proprio quello di metterla in sintonia col suo tempo storico? La nostra meravigliosa Costituzione è stata immaginata da chi l’ha scritta come un corpo vivo, suscettibile di adattamenti, non un libro chiuso nel passato. E oggi o la democrazia decide o verrà travolta.
 
E, aggiungo, la democrazia dovrà sperimentare nuove forme di potere diffuso, spostando sul territorio e nei luoghi sociali decisioni cogenti, costruendo organismi ad hoc. E ribadisco che sarebbe importante, specie dopo la crisi, che i lavoratori partecipassero ai consigli di amministrazione della propria società. È in primo luogo il loro lavoro e la loro vita ad essere in gioco. Una democrazia diffusa e forte, anticorpo alla democrazia dei click.
 
Democrazia del nuovo millennio. Norberto Bobbio ha scritto “Dopo la conquista del suffragio universale, se di una estensione del processo di democratizzazione si può ancora parlare questa si dovrebbe rivelare non tanto nel passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella diretta, come di solito si ritiene, quanto nel passaggio dalla democrazia politica alla democrazia sociale”.
 
La democrazia sociale, perché il cittadino moderno non sia isolato e limitato nello spazio di un si o di un no, di un pollice su o giù come nel Colosseo, ma sia chiamato ad assumere, insieme, potere e responsabilità. A fare i conti con la complessità delle cose non redimibili  nello spazio di un messaggio, spesso un grido, sui social.
 
Democrazia sociale. Altrimenti prevarrà la semplificazione autoritaria, che riassume nelle mani di un capo carismatico le decisioni e lascia forme di democrazia svuotate di potere e ridotte nel loro pluralismo. Dico sinceramente che mi sconcerta, nell’attuale governo, il fastidio per le autonomie istituzionali. Se qualcuno non è in sintonia verrà defenestrato, secondo metodi antichi, o lo si invita a “presentarsi alle elezioni”, quando le autorità di garanzia sono tali proprio perché sottratte alla logica politica. E se i giornali sono critici allora sono nemici e bisogna colpirli. Che tristezza è vedere  minacciare da parte del potere  voci della libertà come l’Avvenire o il Manifesto o i tanti giornali diocesani e di comunità. Avere paura di quelle voci è segno di debolezza, non di forza.
 
Non credo di dovere indicare esempi, di ” democrazie autoritarie”, ossimoro prodotto da questi tempi inediti. Ce ne sono troppi. Sistemi in cui magistratura e media, opposizione e intellettuali sono considerati  pericolosi. In quanti paesi ormai sono in galera  scrittori non in sintonia con il regime o sono stati chiusi giornali o televisioni?
 
Quando Erdogan dice che ” Dove ci sono i media non c’è democrazia” riassume una visione, che poi si estrinseca nell’elogio di Trump a un deputato repubblicano che ha aggredito un giornalista. Fino ad arrivare alla tragedia del caso Kashoggi, un giornalista decapitato vivo perché il suo lavoro non piaceva al potere. O alla morte per autobomba a Malta di Daphne Caruana Galizia. Tutte cose avvenute nel silenzio del mondo, che al massimo ha fatto un tweet.
 
Comincia così, il viaggio agli inferi. Quando al silenzio imposto agli oppositori si accompagna il silenzio dell’opinione pubblica. Quando certe parole, un tempo impronunciabili, diventano improvvisamente normali. Parole che sono strizzate d’occhio, allusioni. Parole come quelle che compongono la frase ” Me ne frego” o l’altra ” Chi si ferma è perduto”. Sembra alla moda oggi la citazione di chi cacciò gli ebrei dalle scuole e li accompagnò ai forni crematori, di chi mandò a morire centinaia di migliaia di soldati e vilipese l’ Italia e gli italiani.
 
Io invece resto legato col cuore alle parole di un prete di Barbiana che disse ai ragazzi poveri ai quali insegnava a leggere e scrivere :”Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario del motto fascista “Me ne frego”.
 
In Cambogia, nel 76, gli Khmer rossi misero sulla porta d’ingresso della biblioteca nazionale un cartello con la seguente frase: ” Non ci sono più libri: il governo del popolo ha trionfato”.
 
E a Cordoba, in Argentina, i militari diedero fuoco persino al “Piccolo Principe”. Un libro per bambini, quindi una cosa seria. Lo avranno bruciato forse perché diceva qualcosa che loro consideravano eversivo, diceva: “Devo pur sopportare qualche bruco se voglio vedere la farfalla”.
 
Non sottovalutate i segni di intolleranza, mai. E non sottovalutate il pericolo dell’odio. Non vi fate mai trascinare nella spirale dell’odio. L’odio e l’indifferenza, insieme alla paura, hanno lastricato le scorciatoie per l’inferno. Ho vissuto la mia giovinezza in un paese in cui ragazzi di destra e di sinistra erano invasi dall’odio e si picchiavano, si sparavano, si uccidevano perché avevano idee diverse, ciò che costituisce la cosa più bella della vita.
 
Contrastare ogni fanatismo, ogni idea di riduzione ad uno di ogni complessità. La vita non di un colore solo, come le bandiere dei regimi, ma la difesa della bellezza dell’arcobaleno. La sinistra è in primo luogo questo, sempre.
 
Ed è innovazione, mai conservazione. Oggi ci sono molti paradigmi da mutare, molte convinzioni da rimuovere perché la storia e la società hanno sconvolto passato e previsioni.
 
Che cosa significa oggi il termine “sinistra”? È una parola che evoca in primo luogo il processo storico che dalla Rivoluzione francese in poi ha sospinto le società occidentali verso una sempre più ampia soddisfazione dei valori di libertà, giustizia, eguaglianza (non egualitarismo, ma pari opportunità) e solidarietà, e in questo significato si oppone al termine “destra”, da attribuire alle forze che hanno tentato e tentano di arrestare o invertire quel processo.
 
La bandiera del cambiamento, la stessa parola “cambiamento”, non può essere lasciata in mano a questa nuova destra nazional-populista.
 
Presentano il loro come “cambiamento”? La sfida allora è contrapporgli non la difesa dell’esistente ma un altro tipo di “cambiamento”, vero, efficace perché realista e al tempo stesso “visionario”, dotato cioè di una visione larga e non angusta e localistica.
 
Questo comporta che il riformismo non sia mai moderato, ma sempre radicale. Altrimenti non è riformismo. La sinistra che diventa conservatrice si suicida, nega se stessa. Non dimentichiamolo mai.
 
Quello che sto cercando di dirvi è che siamo entrati in un nuovo mondo. Nuovo per organizzazione sociale, geografia dei poteri, codici cognitivi, relazioni umane. Il futuro, segnato dalla convergenza di informatica e biologia, muterà radicalmente e rapidamente il nostro modo di vivere e, di più, di esistere. Finiranno lavori manuali, ma l’intelligenza artificiale penetrerà anche attività fondate sulla conoscenza e sulla creatività. È di oggi la notizia del primo quadro creato da un algoritmo sulla base di 15.000 dipinti realizzati tra il XIV e il XX secolo. Un quadro che è stato battuto all’asta per 430.000 dollari.
 
Ogni cosa è illuminata da questa gigantesca rivoluzione, la più grande nella storia dell’umanità.
 
Ancora Harari scrive: ” Entro il 2050, non soltanto l’idea di “un posto di lavoro per la vita” ma addirittura l’idea di “una professione per la vita” potrebbe apparire antidiluviana”.
 
La dimensione puramente finanziaria che ha assunto la globalizzazione genera e sposta ricchezze immense sulla base di semplici operazioni speculative e svuota il ciclo economico dell’armonia tra progetto, competenza e lavoro. Combattere questa deriva è un compito della sinistra oggi. Come lo è darsi regole cogenti capaci di tenere in equilibrio la democrazia con l’immenso potere delle nuove sette sorelle, quelle che controllano non il petrolio ma tutta la nostra vita.
 
Oggi il  mondo, almeno in questa fase, reagisce a questo cambiamento sconvolgente e alla globalizzazione sbagliata di questi anni con un rinculo nazionalista e sovranista, come quando ci si rintana  per paura dell’esterno.
 
Principale vittima di questo fenomeno, e di un disegno politico che l’accompagna, è l’Europa.
 
Ormai è chiaro il progetto : smontare l’Europa come soggetto forte e ridurla al minimo per favorire i nuovi equilibri geopolitici del mondo. Non è uno scherzo. È un rischio serissimo. Il governo italiano sembra essersi assunto questo compito: essere il grimaldello che fa saltare la più grande utopia realizzata del nostro tempo. Per questo riceve gli elogi di Putin e Trump. E lo fa senza il timore di precipitare l’Italia in una crisi finanziaria che può essere drammatica per le famiglie. Senza il timore di isolare il nostro paese che poi farà più fatica a rivendicare, ad esempio sulla gestione dell’immigrazione, la solidarietà di istituzioni e paesi che si sbeffeggiano ogni giorno. A questo proposito lasciatemi qui, oggi, esprimere apprezzamento e solidarietà per il lavoro che in difesa dell’Europa ha fatto un italiano di cui siamo fieri: Mario Draghi. E lo dico da europeista, un valore che fino a ieri sembrava unire tutte le forze politiche italiane.
 
Se alle prossime elezioni europee dovessero prevalere i sovranisti si aprirebbe una crisi irreversibile dell’Europa con conseguenze imprevedibili per un paese come il nostro che, per la fragilità della situazione finanziaria, accentuata dal dilettantismo del governo, e per la debolezza della crescita, rischierebbe molto. Lo abbiamo visto in questi giorni quali dinamiche inneschi la logica nazionalista.
 
Il più sovranista dei premier, il più vicino alle posizioni del governo italiano, l’austriaco Kurz, è stato il più duro nel respingere la nostra richiesta di sforamento  del deficit.” È il sovranismo, bellezza”, si potrebbe dire.
 
L’Europa di Spinelli e Ernesto Rossi nacque mentre i paesi del continente si bombardavano l’uno con l’altro. I nipoti dei morti nemici in trincea oggi usano la stessa moneta, non conoscono frontiere, studiano in università di paesi amici.
 
Ma domani cosa accadrà? E la parola dazi, che pensavamo sepolta cosa comporterà ? Dazi e muri sono sempre stati, nella storia, anticamera di conflitti. L’Europa unita ha garantito a questo continente e a tutti noi il più lungo periodo di pace della nostra storia. Non dimentichiamolo mai.
 
Cominciamo così a mettere in ordine parole belle per la sinistra di questo tempo.  Europa è la prima. Ma, sia chiaro, gli Stati Uniti d’Europa, non la versione minimale che abbiamo conosciuto in questi anni. Se servono diverse velocità per la piena integrazione, le si adottino. Ma nessuno può più restare schiavo di Visegrád e della strategia di boicottaggio che quei paesi praticano. Europa dei popoli e della crescita, dell’innovazione e della qualità sociale.
 
Europa dell’ambiente. Eccola, la seconda parola chiave della sinistra del nuovo millennio. Stiamo davvero correndo come irresponsabili verso il punto di non ritorno. Recentemente ho ricordato, come metafora di noi, l’immagine dell’orso bianco che è restato in un triangolo di ghiaccio isolato dal suo bianco contesto naturale, sciolto dal riscaldamento climatico.
 
Secondo l’ultimo studio dell’Onu è possibile che, senza interventi, nei prossimi trent’anni la temperatura della terra aumenti di tre gradi, con conseguenze ambientali, umane, sociali, politiche incalcolabili.  Il 13% degli ecosistemi andrebbe distrutti. I mari si alzerebbero di mezzo metro con decine di milioni di persone costrette ad abbandonare le coste. Già oggi sono milioni i migranti per ragioni ambientali.
 
Come può il sovranismo nazionalista mettere freno a tutto ciò? Solo una cultura multilaterale e da “governo del mondo” può riuscire. La destra, si veda la denuncia di Trump degli accordi di Parigi, nega il problema interessata com’è più a essere rieletta che a garantire le propria comunità. La riconversione ambientale dell’economia genererebbe lavoro che manca e sarebbe per di più un forte volano per il Pil dei paesi industrializzati.
 
Terza parola: sapere. Il lavoro che verrà sarà legato alle conoscenze. Moriranno le società che non avranno investito sul sapere e sulla formazione prolungata dei cittadini. Dovremmo ripensare tutto il sistema lungo la linea della formazione permanente. Ma questo significa un gigantesco investimento su scuola, università. Quando l’Europa, rispondendo a Tria, ricorda che noi spendiamo più di tassi sul debito che per l’istruzione centra il problema italiano. Senza fare della scuola la priorità assoluta il paese non avrà futuro.
 
Quarta parola, la più importante: lavoro. Alla quale è collegata la necessaria rivoluzione del welfare, inevitabile in una società in cui si invecchierà sempre di più. Il lavoro: se le tecnologie lo riducono strutturalmente la sinistra deve pensare a nuove forme di sicurezza sociale. È questa la paura madre, quella da cui tutto discende.
 
E la sinistra è stata tale perché, lungo tutta la sua storia, si è preoccupata di assicurare sicurezza sociale e qualità del lavoro, diritti e occupazione. Per questo non si può accettare il paradosso per cui è la destra a garantire i più poveri e la sinistra i più privilegiati. Ma di fronte alla rivoluzione in corso non si difende il lavoro arroccandosi. In Scandinavia il principio è “difendere i lavoratori non il posto di lavoro”, il che ci lega all’idea della formazione tutta la vita.
 
Se un operaio di un settore poi automatizzato perde il lavoro lo stato lo deve accompagnare, formandolo, verso i nuovi lavori. Deve tutelarlo e formarlo e consentirgli di vivere dignitosamente durante il periodo di studio.
 
La seconda strada è dilatare la definizione di lavoro. Assistere il proprio anziano, non pesando sul pubblico o crescere i propri figli non è lavorare?
Tutto è inedito, in questo terremoto della storia. E la sinistra deve applicare i suoi valori al mutato paesaggio sociale. Deve ripensare democrazia e lavoro: i suoi pilastri.
 
Dobbiamo cercare soluzioni originali, con l’obiettivo di sempre: difendere i lavoratori. Tutto è da creare, nel segno della sicurezza  e della giustizia sociale. Senza strade nuove, ci perderemo.
 
E si perderà l’Italia. Il paese si sta incattivendo e sta smarrendo  la speranza. Un solo dato: nel 1971 i giovani sotto i trent’anni erano il 45,6 della popolazione oggi sono il 28,4. E per la prima volta nella storia italiana gli over 60 sono più dei giovani.
 
Ridare speranza all’Italia, non farla sprofondare nell’odio. Questa è la missione oggi della sinistra. Per farlo però bisogna parlare senza spocchia all’Italia che soffre. E a quella che ha paura anche della violenza che ormai si diffonde. Quello che è successo a Roma o a Macerata per mano di stranieri è disumano e  intollerabile, come la violenza diffusa che spesso, per mano di italiani, fa strage di donne o di intere famiglie. “L’unica cosa di cui avere paura è la paura”, diceva Roosevelt.
 
“L’Italia che non ha paura” che si è riunita in piazza a Roma deve proprio parlare, con umiltà, all’Italia che ha paura. E deve ascoltarla.
 
Mi ha fatto piacere vedere quella piazza. E lo dico a due giorni dal decimo anniversario del Circo Massimo del Pd, cento volte più partecipato dell’appuntamento, nello stesso luogo, dei cinque stelle.
 
Ripenso all’appello persino disperato di Piazza del Popolo: l’appello all’ unità. Che fu, in ultima analisi, il mezzo e il fine della nascita del Pd.
 
Fatelo dire a me, che ne ho  portato i segni, il Pd deve aprirsi, non arroccarsi nelle sue correnti. Posso dare un consiglio? Fate meno riunioni di corrente e più riunioni della nostra comunità.  Divertitevi a incontrarvi, a discutere da persone libere. Siate parte del fiume che può ricominciare a scorrere come dimostra la grande manifestazione contro la Brexit a Londra e le decine di iniziative che in tutto il mondo vedono le persone di sinistra scuotersi dal silenzio.
 
Viviamo il paradosso di un tempo in cui le cose sono enormemente complesse e i messaggi talvolta assurdamente semplificati. E allora semplicemente dite, senza spocchia, agli elettori di sinistra che hanno scelto i cinque stelle, che ora sono finiti nella totale subalternità alla Lega e che, dopo aver promesso che la Tap, la Tav, il condono edilizio di Ischia e quello fiscale non si sarebbero mai fatti, li hanno varati, tradendo i cittadini  che  li hanno votati.
 
Usate le nuove tecnologie, ma per comunicare il vostro pensiero, non per mettere la foto quando sorridenti salite sul treno. Fate rete ma non fatevi dominare dalla rete. Usate e praticate il “noi”, non solo l'”io”.
 
Siate immersi nel vostro tempo e nei suoi linguaggi ma restando fedeli alla vostra identità di persone di sinistra. Non cercate l’indistinto. Non camuffatevi mai, non fate come Zelig. Usate la ragione contro l’odio, le emozioni contro l’emotività.
 
Siate sinistra moderna, costruite delle alleanze, non abbiate paura di favorire la nascita di nuovi soggetti con cui coalizzarvi. La vocazione maggioritaria oggi, finito il bipolarismo, è nella costruzione di una forte, nuova, plurale alleanza programmatica che abbia come motore un grande partito democratico, aperto e inclusivo.
 
Sono tempi difficili, rischiosi.  I libri di storia non dovranno raccontare che mentre la democrazia vacillava la sinistra si gingillava con le proprie, ormai grottesche, divisioni. È già successo, negli anni trenta.
 
Siate perciò nella terra: nel vostro quartiere, nel vostro ufficio, nella vostra scuola o fabbrica. Siate popolo nel popolo. E siate nel cielo dei valori, dei principi, delle grandi idee che accendono il cuore. Siate costruttori di sogni razionali, senza i quali la politica è esercizio per i mestieranti.
 
Immaginate, come fu per Obama, le prossime campagne elettorali come l’occasione per sperimentare le più innovative tecniche di comunicazione ma, al tempo stesso, per accendere nel cuore di migliaia di persone la passione di andare porta a porta, in nome di una sinistra che ritrovi orgoglio e entusiasmo.
 
Finisco come ho iniziato. Capite il mondo, cercatelo nelle persone, oltre di voi, se volete davvero evitare l’apocalisse. La storia sta passando dalla cruna di un ago.
 
Se alla fine di questo travaglio prevarranno libertà e giustizia, umanità e democrazia, dipenderà solo da voi, solo da ciascuno di noi.
 
Dipenderà dal nostro coraggio, dalla nostra apertura, dalla nostra umiltà.
 
State uniti, vi prego, e non abbiate paura del vostro tempo. Ne va del futuro della democrazia.
 
Buon lavoro a tutti voi, a tutti noi.