“Durante gli anni venti, la donna poteva essere licenziata se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità previdenziale, non aveva pari diritti all’interno della famiglia anche riguardo all’educazione dei figli”. Così Marco Furfaro, responsabile Comunicazione e coordinatore Forum del Partito Democratico intervenendo dal palco di “Tutta un’altra storia” a Palazzo Re Enzo di Bologna.

“Ieri sera mi sono imbattuto in queste parole di Tina Anselmi, straordinaria politica, partigiana, che descriveva così la condizione delle donne negli anni venti del secolo scorso.

Sono passati quasi cento anni e in Spagna, oggi, nel 2019, un partito non solo sovranista, ma un partito che dichiaratamente si batte contro la libertà delle donne, che mette l’antifemminismo e come uno dei tre punti principali del suo programma, prende oltre il 15%.

In Italia, un partito che ha nei suoi principali esponenti gente che fa parte di reti internazionali di maschilisti conservatori e reazionari come il senatore Pillon; che vuole mettere in discussione la 194 e l’aborto; che ha il suo leader che sale sul palco e dà in pasto alla folla una bambola gonfiabile che raffigura la presidente della Camera, prende il 34% alle ultime europee.

Spesso ci concentriamo sull’odio verso i migranti come se fosse il primo e unico problema.

Invece sono tempi bui perché – come quasi un secolo fa – c’è chi usa e strumentalizza la disperazione di milioni di persone per organizzare la società della paura e dell’odio verso tutto ciò che non sia il maschio alfa che comanda e decide sulla testa di tutti. Per questo sono fiero – e lo sono da maschio che ha imparato negli anni a riconoscere quanto io stesso fossi inconsapevolmente portatore di una cultura patriarcale – che questa tre giorni sia iniziata e abbia dato tanto valore alla libertà delle donne.
So bene quanto in questo Paese un barchino a Lampedusa o una tassa sulla plastica di pochi centesimi possano fare diventare notizia ciò che notizia non lo sarebbe in un Paese normale. Ma so anche che il ruolo della politica non è quello semplicemente di accodarsi a una brutta storia, semmai è quello di scriverne una nuova. Gli anni venti del Novecento furono caratterizzati da un uomo cattivo, psicopatico quanto carismatico, che instillò la paura, usò gli stranieri e i diversi come capro espiatorio, ridusse le donne a oggetti per riprodurre (quante brutte similitudini, eh). Vi ricorda qualcuno?

Scrivere tutta un’altra storia per gli anni venti del nuovo secolo significa questo: basta con l’uomo solo al comando che trascina l’umanità verso l’inferno e spazio a una generazione di donne che rompe il tetto di cristallo.

Significa un partito femminista, non un leader che nomina le donne per concessione reale, ma un partito che si batte dentro e fuori le aule parlamentari contro la cultura maschilista che vede ogni anno morire donne per mano di uomini, che costringe a scegliere tra essere madre o lavoratrice, che vede guadagnare meno per lo stesso posto di lavoro.Significa un partito che si batte per far scrivere tutta un’altra storia a chi per troppe volte la storia è stato impedito di scriverla. Pensateci, è un vecchio uomo la figura più potente del mondo che nega i cambiamenti climatici, è una ragazzina che ha scatenato la più grande mobilitazione per l’ambiente degli ultimi decenni.
Non sono temi, programmi, argomenti, sono le idee di società – buone o cattive che siano – che scaldano il cuore, ti fanno mettere in marcia e cambiare il corso della storia.

Cura, dignità delle persone, diritti, uscirne insieme anziché da soli. Queste sono le linee guida per chi, come noi, ha ancora l’ambizione di cambiare il corso della storia.

Dobbiamo comprendere che ci stiamo giocando più che un governo, un’alleanza, un posizionamento interno o qualche ora di visibilità, ci stiamo giocando davvero il futuro di questo Paese e non solo.L’odio è un collante per milioni di persone, un’idea di società fortissima che polarizza e distrae.
Pensateci: abbiamo avuto un governo che ci ha costretto per 15 mesi a parlare di migranti come se fossero il male di tutti i mali e poi ci siamo ritrovati con Venezia e mezza Italia sott’acqua.

La vera emergenza è quella climatica, non quella migratoria!

Faccio parte di una generazione che non è attaccata per niente al feticcio dell’idea della sinistra che guarda la società dallo specchio retrovisore. Ma non sono attaccato per niente nemmeno all’idea di una sinistra che per governare deve diventare destra.
Sono schemi vecchi, superati, incomprensibili fuori dalle nostre piccole beghe e dalle solite bolle politiciste dei media. Quindi, basta. Rimettiamo nel cassetto attrezzi che non sono più utili, prendiamo il meglio della nostra storia e costruiamone una nuova senza pregiudizi tra di noi.
Quattro ragazzi, mentre i centri sociali annaspavano, i partiti nicchiavano, le forze democratiche del lavoro, della politica e dell’associazionismo erano spaventate all’idea che Bologna venisse occupata dalla destra, non si sono chiusi in casa. Non hanno tentennato, non si sono domandati se parlavamo ai moderati o ai radicali. Sono scesi in piazza. Hanno parteggiato. Questo dobbiamo fare. Parteggiare per ciò che è giusto.
A quei ragazzi, a quelle ragazze non frega assolutamente niente delle nostre asfittiche discussioni sui posizionamenti: quei ragazzi vogliono sapere da che parte stiamo. Pro o contro l’umanità, pro o contro la violenza della politica che strumentalizza i penultimi contro gli ultimi, pro o contro l’idea che per lavorare devi essere sfruttato, pro o contro l’idea che per fare impresa devi conoscere qualcuno o aggirare le regole, pro o contro l’idea che si possa coniugare il diritto alla salute con il diritto al lavoro, pro o contro l’idea che l’unica famiglia è quella felice!
Il resto sono pippe mentali per chi può permettersi di farsele, perdonatemi. Là fuori c’è il fango della vita e là fuori ci aspettano per spalare insieme.
Liberiamoci della polvere e delle discussioni elitarie che ci portiamo dietro. E c’è un solo modo per farlo, come abbiamo fatto in questa tre giorni. Scegliere da che parte stare e farlo riscoprendo il valore di una parola bellissima: la parola comunità.
Significa discutere, dibattere, anche litigare, ma significa anche sapere che in un Paese in cui una bambina non viene fatta sedere su un autobus perché ha la pelle nera, un minuto dopo aver discusso si sta tutti uniti dalla stessa parte e si combatte. E chi dice che essere comunità è un’ipocrisia o retorica, si sbaglia.

Essere comunità è una linea politica, a maggior ragione di questi tempi.

Non capirlo significa allora avere tante scorie addosso da non accorgersi ciò che vive intorno a noi. Lo hanno dimostrato questi tre giorni.
La nostra gente è migliore del racconto che fanno di noi. Non siamo solo gruppi dirigenti che si contrappongono, siamo volontari, militanti, iscritti, persone che in queste settimane si sono riavvicinate e hanno detto io ci sono, voglio esserci. Sono quelli che ci scrivono sono tempi bui e voglio combattere, con voi, da questa parte.
Segretario, siamo tutti dispiaciuti per chi se ne è andato. Ma in questi mesi hai fatto una cosa grande: hai ricostruito la cultura del NOI al posto di quella dell’io. E siine fiero, perché al dispiacere di un ex Presidente del Consiglio che se ne va, hai finalmente ripristinato le condizioni per far entrare migliaia di ragazze e ragazzi che un giorno lo diventeranno. La politica vince quando è un Noi che cambia la storia, non quando è la ricerca di una rivincita dell’IO.
Ecco, in fondo poi c’è questo compito aulico, ambizioso, entusiasmante per tutti noi. Fare in modo che i bambini che tra 45 giorni entreranno negli anni venti del nuovo secolo possano sentirsi felice, spensierati, protetti e avvolti da una comunità. La loro, la nostra, giocosa e colorata, comunità.

Siamo l’unica forza che può essere l’alternativa al ritorno dei nazionalismi e all’imbarbarimento che affligge il Paese e non solo.

Anche e soprattutto per questo, ne vale la pena. Proviamoci, fino all’ultimo frammento di cuore. E proviamoci insieme, perché solo insieme possiamo farcela.