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Alcuni giorni fa, Antonio Funiciello, su questo giornale, ha descritto bene il contesto nel quale devono agire i movimenti politici e le difficoltà dei partiti di sinistra a confrontarsi con i nuovi bisogni della società. Prima di indicare una strada penso che sia opportuno sottolineare alcune questioni prepolitiche dalle quali dipendono gran parte delle scelte che i partiti dovranno compiere. Che rapporto deve esserci fra sviluppo e democrazia? Quale è il giusto equilibrio fra progresso, crescita e sistema della relazioni fra individui che vivono in una stessa comunità? Si può governare la globalizzazione?

 

Al mondo oggi esiste una doppia convinzione: la democrazia è la migliore forma di governo della cosa pubblica; il capitalismo è l’unico sistema economico che consenta di produrre benessere diffuso. Il vero nodo è: quale democrazia e quale capitalismo. È qui che destra e sinistra hanno sempre preso due strade diverse fino a quando la “terza via” ha cercato di offrire soluzioni frutto di sintesi fra principi e misure che nascevano da radici opposti.

 

Il capitalismo classico, aumento dei redditi e accumulazione del capitale, ha mostrato i suoi limiti. E questo nonostante le performances ottenute in larga parte del ‘900 quando ha contribuito a ridurre le distanze fra classi sociali. Nel 1913 in Francia 1’1 per cento più ricco della popolazione deteneva il 53 per cento del totale della ricchezza. Nel 1984 sempre lo stesso 1 per cento deteneva “solo” il 20 per cento del totale. Negli Usa alla vigilia della crisi del 1929 il 10 per cento dei redditi più elevati deteneva quasi il 50 per cento della ricchezza totale mentre alla fine degli anni ’80 la percentuale si stabilizzò al 35 per cento. I salari minimi nel Novecento sono cresciuti e hanno consentito a fette di popolazione di uscire dall’area della indigenza. Questa curva virtuosa si è fermata ad occidente mentre nella parte del pianeta più arretrata sono ancora in corso gli effetti positivi. Perché è avvenuta questa crisi?

 

Dopo la caduta del muro di Berlino la risposta neo liberista di destra come di sinistra è diventata l’unica ed ha prevalso una visione finanziario-consumerista della società. Da un lato si è data ampia autonomia alla finanza a cui è stato affidato il compito di garantire la crescita; dall’altro si è dato sostegno ai consumi. Si è passati da un sistema incentrato su capitale-produzionesalari ad un altro basato su finanza-consumidebito. È in questo momento che la sinistra ha commesso un errore. Non ha resistito alla tentazione della scorciatoia finanziaria come strumento di facilitazione della redistribuzione e acceleratore del benessere individuale. Le politiche di quasi tutti i governi riformisti hanno incentivato questo scambio liberalizzando la finanza e favorendo l’indebitamento. Basta vedere i dati che mostrano una crescita parallela del valori degli scambi finanziari, della crescita del debito pubblico e di quello delle famiglie a decorrere dal 1990.

 

Lo schema è il seguente: la finanza fa crescere i redditi (di poco) e la rendita, il welfare redistribuisce (con sempre meno effetti) ed il debito cresce per mantenere questo equilibrio

Lo schema è il seguente: la finanza fa crescere i redditi (di poco) e la rendita, il welfare redistribuisce (con sempre meno effetti) ed il debito cresce per mantenere questo equilibrio. Dal punto di vista sociale gli effetti sono stati drammatici perché sono stati esclusi dalla dinamica positiva tutti coloro che non sono stati in grado di garantire questo scambio. Le diseguaglianze in occidente sono tornate a livelli più alti degli inizi del Novecento e le politiche di welfare non sono state in grado di garantire i risultati del passato anche perché il debito pubblico nel frattempo era cresciuto per sostenere i consumi.

 

È qui che si è inceppato l’orologio della sinistra. Non è stata più in grado di produrre una “egemonia culturale” alternativa a quella imposta dalla globalizzazione della finanza. E per la prima volta la questione sociale è stata messa in conto anche alla sinistra. La crisi è diventata di sistema e ha abbracciato anche il ruolo della politica e quello della democrazia. La politica è stata accusata dai cittadini di non essere in grado di far fronte alla crisi. Ha perso credibilità e consenso perché non solo non ha risolto il nuovo conflitto sociale ma non ha saputo neanche indicare una prospettiva. Di riflesso sono diminuite le percentuali di affluenza alle urne soprattutto in quei territori dove il disagio sociale era più marcato. È in questo momento che sono nati i partiti antisistema. Che non si preoccupano di dare una soluzione ma offrono un megafono a chi è rimasto senza protezione. La sinistra è stata penalizzata ancora di più di altre forze politiche perché accusata di essere un pezzo del problema.

 

Cosa rimane alla sinistra per poter rovesciare questo declino? Da sempre l’uguaglianza è stata il suo punto focale. Ma per troppo tempo la sinistra ha inseguito una scorciatoia pensando che curando le malattie del capitalismo si sarebbe arrivati naturalmente alla giustizia sociale. Non si sono fatti i conti con le trasformazioni economiche e tecnologiche che hanno prodotto libertà e ricchezza da un lato ed aumentano le disuguaglianze, dall’altro. Cosa fare oggi? Forse una soluzione è mettere al centro dell’azione politica due concetti: bene comune e persona. Sostenibilità, servizi pubblici, ecologia, solidarietà, qualità della vita, rispetto per i beni pubblici devono diventare i nuovi “driver” nella ricerca del nuovo equilibrio sociale. Il Pd deve esplodere queste sensibilità e abbandonare la “riduzione individualista” del secolo scorso.

 

Sostenibilità, servizi pubblici, ecologia, solidarietà, qualità della vita. Una nuova agenda per unire le sinistre

Non è più la sola redistribuzione del reddito lo strumento per raggiungere la giustizia sociale ma la condivisione e la crescita reciproca, delle persone, delle famiglie, delle aziende, degli stati. Se la dignità della persona si sviluppa in un contesto positivo occorre sostenere proposte che accrescono la qualità della vita di tutti. Ad esempio occorre dire chiaramente che il reddito minimo serve per chi è in uno stato di indigenza. È il lavoro non il reddito l’elemento centrale per lo sviluppo della dignità della persona. In questo senso le scelte fatte dai governi Renzi e Gentiloni vanno nella direzione giusta. Anche la riduzione della pressione fiscale va diversificata perché non tutte le riduzioni sono giuste. È positiva una riduzione alle imprese che lavorano per migliorare il contesto e che investono in welfare aziendale o in innovazione e ricerca, che assumono giovani; alle aziende che non inquinano, a quelle che investono in formazione. Mentre vanno penalizzate le imprese che massimizzano i profitti e scaricano sulla società costi indiretti. Anche l’Iva potrebbe essere differenziata a seconda della tipologia dei beni: i “beni sociali” potrebbero avere una aliquota più bassa dei “beni individuali”.

 

In questi anni l’ascensore sociale ha cambiato il piano di arrivo. L’ultimo piano non è più l’aumento di stipendio o il passaggio di livello nella scala aziendale e poi sociale ma la possibilità di poter accedere a servizi, protezioni e opportunità che oggi rischiano di essere negati ad una fetta importante di popolazione con l’effetto di dividere la società e generare rabbia sociale. È la esigibilità dei diritti per dare corpo alla dignità della persona la nuova frontiera della sinistra che deve abbandonare l’individualismo consumerista e sostenere lo sviluppo della comunità sociale intesa come piattaforma e non solo come ambiente in cui ogni persona si muove uti singuli.