Stefano Carofei/Imagoeconomica

Caro Direttore,
adesso che l’agosto più tormentato è alle spalle forse si può cogliere la radice di un rivolgimento tanto repentino. Merita farlo anche come reazione alle critiche che il vo- stro ultimo numero ha riversato sul Pd e sulla natura del disegno.
 
Darei per scontato l’autolesionismo dell’ex ministro dell’Interno giustificato dalla certezza che staccare la spina a Ferragosto sarebbe stato un lasciapassare per le urne. Gli è andata male, ma una domanda resta. A crisi dichiarata si poteva spingere al voto subito contando sul sussulto democratico di una maggioranza? Certo, era un’ipotesi e non ha senso negare i dubbi che hanno attraversato chi scrive e il corpo del Pd. Pensavo e penso che il Paese avesse e abbia gli anticorpi per non consegnarsi imbelle alla destra, ma se ho scelto come altri di sostenere la linea di Zingaretti è perché il semplice interrogarsi sul pericolo di una svolta autoritaria legittimava la scelta compiuta. Capisco però che questa non sia ancora una risposta alla vostra copertina ultima. Quel “E allora il Pd?” si può leggere infatti come provocazione benevola o presa di distanza dal sentiero imboccato.
 
Sia come sia, dare un fondamento all’operazione è il solo modo per contrastare l’idea di una manovra di palazzo.
 
Se posso piegarla sulla storia direi una cosa semplice: ciò che è accaduto non ha corrispettivo nella parabola lunga della nazione.
 
Come ha scritto lucidamente Alessandro Volpi non fu questo il connubio tra Cavour e Rattazzi a metà ‘800. Quelle erano due anime separate, ma radicate entrambe nella cultura liberale. Non fu questo il governo Badoglio, un gabinetto di guerra che si dimise all’indomani della liberazione di Roma. Neppure il primo centrosinistra si può comparare al presente. L’incontro di socialisti e democristiani aveva conosciuto una gestazione con le fratture a sinistra dopo i fatti di Ungheria, il passaggio da Pio XII al Papa “buono” e la vittoria di Kennedy.
 
Nulla di simile all’oggi anche scomodando il compromesso storico poiché, a regime, doveva sbloccare la democrazia nella logica di un’alternanza futura. Lo stesso accordo del 2013 tra Pd e Forza Italia si reggeva su numeri parlamentari che obbligavano a una convergenza momentanea. E siamo al contratto gialloverde congegnato come addizione di programmi scissi destinati a continue mediazioni con gli effetti registrati, la conflittualità eletta regola e acuita in corrispondenza a ogni scadenza elettorale.
 
Quello di ora, dunque, è un inedito nella nostra vicenda politica. Come tale credo vada argomentato.
 
Noi, intendo il Pd, abbiamo respinto da subito due strade. Quella di un governo a termine concepito per allontanare le urne di qualche mese. E pure la replica della volta passata, un nuovo contratto e lo stesso gorgo di prima.
 
Abbiamo chiesto una cosa diversa. Un esecutivo per la legislatura nel nome di traguardi condivisi. Da qui tre questioni aperte ora e che decideranno su qualità e risultato.
 
La prima investe l’azione del governo, efficacia di provvedimenti concreti e al contempo simbolici per la discontinuità richiesta. Rimettere al centro l’uguaglianza in un Paese malato di discriminazioni, aggredire d’urto il lavoro che manca e redditi bassi per un ceto medio impoverito, invertire rotta sui migranti fondendo umanità e potenza del diritto, investire nei bisogni primari, un tetto sulla testa, scuola pubblica, la garanzia di curarsi, una fiscalità equa. Non mi offendo se la si battezza un’agenda tradizionale della sinistra perché non sottrae nulla alla sua urgenza dopo mesi di terapie omeopatiche o dannose figlie del sovranismo padano.
 
La seconda questione riguarda la natura dell’accordo col movimento di Grillo. Cosa è destinato a diventare questo abbraccio? Una parentesi indotta dal timore dell’onda nera o il seme di una strategia diversa nel futuro, per loro come per noi? Perché qui si misurerà il senso dell’incontro, il suo contenuto ultimo. Per quanto mi riguarda quanto stiamo facendo ha una logica se intreccia i destini delle due forze, cioè non può essere un post-it appiccicato su vecchi contenitori.
 
Non è solo che comunque vada Pd e 5 Stelle usciranno dalla vicenda cambiati dentro rispetto a come vi sono entrati. Il tema è capire se la trasformazione restituirà all’Italia il Pd com’era nella carne, coi 5 Stelle un po più costituzionalizzati, oppure se questa folle estate consegnerà al Paese una coalizione capace di dare a economia sostenibile, Europa e società un’agenda di riforme mai concepita e tentata.
 
Eccolo l’interrogativo in grado di sorreggere i rischi che nell’operazione vi sono, perché ovviamente ve ne sono. Meno di questo e le piazze urlanti al furto di democrazia potrebbero trovare combustibile utile a infiammarle più di quanto non sia. Ma questo è anche il capitolo che scopre l’ultimo tema, il destino del Pd. Se volete, il punto interrogativo della vostra copertina.
 
Non concordo con l’epigrafe di Ignazio Marino sul progetto partorito dodici anni fa.
 
Anche qui facciamo a intenderci, non vi è chi non veda l’irrobustirsi delle correnti e il tratto di un ceto politico arruolato in tribù dalle alterne fortune. Guai a fingersi per come non si è, ma guai a liquidare il bambino per tenersi l’acqua sporca. In questo agosto incandescente il segretario neo eletto ha tenuto punto e barra e lo ha fatto conseguendo una unità di sostanza dopo anni dove quell’attracco mancava. Mettiamola così, questa operazione vivrà se il governo farà la sua parte e, insieme, se il partito maggiore del nostro campo animerà il consenso nella pancia della società. Hic Rhodus hic salta.
 
Lo scrivo non tanto memore dei danni di un riformismo dall’alto denunciati dai più onesti degli artefici. Lo scrivo perché questa è un’occasione anche per noi nel senso che una operazione così non si fa restando quel che si era. Hai una speranza di riuscita solo se ti apri al buono che vive fuori da te, se accetti la sfida di migliorarti nel legame con chi nutre diffidenza per scelte ed errori del passato. Per essere più chiari: la prova del governo questa volta non la vinciamo se non rifondiamo il Partito Democratico guardando negli occhi i limiti cumulati nel tempo e questo, se non vogliamo rimanga uno slogan, deve poggiare su una lettura del tempo e delle nostre responsabilità.
 
Andrea Capussela in un bel libro (“Declino. Una storia italiana”, Luiss) spiega la mancata modernizzazione del Paese una volta completato l’aggancio coi nostri partner fondamentali. Abbiamo sfruttato al meglio la nostra arretratezza, ma non siamo stati all’altezza della modernità e la spinta a evolvere si è arenata. In questo senso il blocco della produttività nell’ultimo ventennio è simbolo di un ritardo del sistema-paese e ha riguardato tutti, istituzioni, imprese, formazioni sociali. Ma è la conclusione che oggi ci parla.
 
L’ordine prevale sulle leggi aveva già compreso Machiavelli che lo spiegava da par suo, «e se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono». La sintesi di un economista come Gianni Toniolo è che per arrestare il declino di un Paese la reazione deve risultare corale, comporta il rinnovamento di modi di essere individuali e collettivi.
 
Le élite possono spiegare i pericoli, indicare soluzioni e mobilitare su quelle, «ecco il compito nobile e insostituibile della politica». Ed ecco il compito oggi vitale del Partito Democratico, cambiare prima di tutto sé stesso, il suo modo d’essere per mettersi al servizio di una profonda riforma di sistema. Farlo sulla base di valori incisi nel Dna della sinistra evitando di pensare che la pulsione governista esaurisca il bisogno di immaginare un’altra fase della storia.
 
Aggiungo che in questa logica il confronto sulla legge elettorale sarà decisivo perché è ovvio che un ritorno al proporzionale puro (per quanto nel nome dello spuntare le armi alla destra) avrebbe tra gli effetti il superamento di ogni logica di coalizione e intaccherebbe lo spirito fondante del Pd, comprese primarie e vocazione maggioritaria.
 
Se è così ha ragione Romano Prodi e sarà il caso di discuterne seriamente.
 
Ecco, per fare tutto questo serve un partito.
 
Con meno può capitare di avere i numeri per una maggioranza tra Camera e Senato. Però mancheranno quelli per cambiare la mentalità di un Paese. Oggi, senza certezze di granito noi scegliamo di ripartire da qui.