Gianni Cuperlo
GIANNI CUPERLO

Ha sempre invocato il congresso subito, perciò Gianni Cuperlo, ex parlamentare della sinistra del Pd, che ha preferito combattere la linea renziana da dentro e non seguire Bersani e compagni in Leu, non apprezza il vortice di commenti, proposte e soluzioni delle ultime settimane. Come molti dall’opposizione, guarda piuttosto con preoccupazione alle scelte del governo, specie in vista delle europee.
 

Dopo le feste di partito che hanno avviato il dibattito, è il momento delle cene? Che sta succedendo?

 
«Ha senso un confronto simile? Posso dirle cosa penso? Che esiste anche un’epica della sconfitta. Se tu perdi come noi abbiamo perso il 4 marzo la reazione, social o non social, non può ridursi a un reality dove si prende la scena l’ultima invenzione o battuta. Ognuno ceni dove gli pare. Io mi sento orfano di un confronto serio e maturo nelle sedi dove un partito discute, si scontra, elabora una risposta. Quelle sedi sono i suoi organismi, un congresso degno del nome e il confronto tra visioni alternative della sinistra e della società. Tutto il resto mi pare una recita che attira sempre meno pubblico».
 

Quindi un congresso sicuramente prima delle europee?

 
«Fosse stato per me l’avrei fatto il 5 di marzo il congresso, all’indomani del risultato peggiore della sinistra nella storia repubblicana. Dopo una valanga del genere serve una svolta radicale, una discontinuità, non dei valori ma delle politiche e della classe dirigente. Fu così alla nascita dell’Ulivo e anche con l’atto fondativo del Pd. L’idea che di fronte a una destra pericolosa e culturalmente violenta la via sia rivendicare il percorso di ieri prima che velleitaria è colpevole».
 

È d’accordo con Orfini sullo scioglimento del Pd o sul suo superamento come indicato da Calenda?

 
«Mi pare che il Fronte Repubblicano di Calenda sia stato archiviato dal voto di Forza Italia a Strasburgo contro la censura del regime autoritario di Orbàn. Orfini ha buttato la palla in tribuna come quei difensori che al novantesimo difendono la porta dall’ultimo assalto avversario. Da Calenda dissento. Per Orfini mi appello al Var».
 

Sarebbe opportuno come dice Casini andare alle europee con un fronte unico anti-populisti e nazionalisti?

 
«Rispetto Casini e la sua storia. La mia è quella di un uomo di sinistra e credo che per fermare questa nuova destra sia necessario rifondere il perimetro e la cultura di una sinistra europea in asse col tempo. Vuol dire rivedere molte delle nostre certezze e categorie. Riportare al centro i diritti umani, i bisogni delle persone, le ragioni degli ultimi. Quel congresso che citavamo o è un passaggio costituente di una nuova identità o servirà soltanto a battezzare un nuovo leader nei gazebo ma non è detto che basti a recuperare il popolo che ci ha voltato le spalle».
 

Le “aperture” di Zingaretti a M5S potrebbero essere un modo per uscire dall’angolo?

 
«Mi pare che Zingaretti giustamente abbia rivendicato il dovere di andare a recuperare i “nostri” voti finiti a Grillo. Non ha parlato di accordi di vertice o di potere. Io penso che questo governo, dai vaccini ai migranti, sia un danno per il Paese e che la destra nella sua nuova versione salviniana e nazionalista sia il primo avversario da battere».
 

Renzi è ancora troppo presente sulla scena?

 
«Il problema non è Renzi. Il problema è la scena».